Luciano Zuccoli.
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La vita ironica.
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1915. Fratelli Treves, Editori.MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Si pu vedere in queste novelle una sorta di sintesi dellintera opera di Zuccoli: semplicit di trama senza mai che ci sia caduta di interesse per chi legge; stile limpido, arguzia velata di ironia nella quale non fatica a insinuarsi lamarezza che a tratti si fa caustica; il tratteggiare sapientemente le persone che in questi racconti agiscono. Raramente in quellepoca si poteva riscontrare in una raccolta di novelle un sottinteso contenuto filosofico che lascia affiorare un umorismo che possiamo definire moderno ed elegante. 
Riportiamo le parole di Arturo Lancellotti:
Nellinsieme La vita ironica  non solo un libro dilettevole, ma, in fondo, utile. Scritto da una penna che sa il fatto suo, si fa leggere, in grazia dello stile scorrevole, del dialogo spigliato e vivace, della lingua corretta, di grandissima buona voglia..
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L'AUTORE.
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Il conte Luciano Zuccoli von Ingenheim (il cognome italiano era della madre, quello tedesco del padre) (Calprino, 5 dicembre 1868, Parigi, 26 novembre 1929) nacque in un paesino lacustre del Canton Ticino adiacente a Lugano, che dal 1929 ha assunto il nome di Paradiso. 
E' stato uno scrittore, giornalista e romanziere svizzero naturalizzato italiano. Nell'autobiografia, pubblicata nel 1924, si definiva come riottoso e prepotente, bevitore e libertino, beffardo e cinico.
Scrittore del tempo, esponente della letteratura di consumo, fu anche giornalista e direttore del Giornale di Venezia, fuso nel 1906 con la Gazzetta di Venezia. Collaboratore del Corriere della Sera vi scrisse note di cronaca, piccole novelle e un romanzo d'appendice: L'occhio del fanciullo.
Il suo libro pi importante  Le cose pi grandi di lui (1922).
Dopo il suicidio della moglie, si rispos con una donna giovanissima.
Mor nel 1929, in seguito ad una polmonite, a Parigi, dove si era trasferito dal 1927 per seguire le traduzioni in francese delle sue opere.
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LA VITA IRONICA.
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Indice.
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PREFAZIONE.
L'INGENUO.	
I GIOIELLI.	
LA TERZA VOLTA.	
QUELLI CHE LO SAPEVANO.	
IN QUATTRO.
L'ISTRICE.
PERCH MARTIN GRIBAUDO, DEL DISTRETTO DI CUNEO, NON SI FECE SOLDATO.	
IL LADRO.
LA BARACCA.	
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Fine Indice.
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PREFAZIONE.
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Non paia strano che nel mentre la pi straordinaria tragedia insanguina tre quarti d'Europa, si ristampi un libro che ha per titolo La vita ironica. Non mai come in questi giorni la vita fu tragica.
Ma il libro e il titolo non sono di oggi. Pubblicato parecchi anni addietro e venuto in possesso della casa Treves, il volume fu per merito di questa rapidamente esaurito. L'onest dell'editore e dell'autore non permetteva di farne una ristampa con un titolo nuovo, che parrebbe un inganno.
Ecco dunque la ragione per la quale nell'ora della vita tragica vede la luce La vita ironica.
Ma  questa veramente e assolutamente in contrasto coi grandi avvenimenti che funestano l'Europa?
Oh s, nulla di pi terribile che lo sterminato numero di morti e di feriti; nulla di pi terribile che la desolazione delle terre devastate, delle campagne deserte, delle citt immerse nell'oscurit, degli innumerevoli edificii distrutti; silenzio e disperazione seguono ovunque l'urlo delle battaglie e il fragore delle artiglierie; e i lutti sono innumerevoli, e i danni forse non pi riparabili.
Senonch, pur fra tanto dolore, non manca la nota ironica. Chi ricorda gli anni precedenti a questa vastissima guerra, deve pur confessare che tutti giuocavano a un giuoco pericoloso d'inganno e d'astuzia. I Sovrani si scambiavano visite e abbracci; i ministri si davan convegno in amenissimi luoghi di cura, dichiarando poi ch'eran pienamente d'accordo; molti i brindisi, nei quali ogni oratore asseverava che il desiderio della pace stava in cima ai suoi pensieri.
Il giuoco era andato tanto oltre che i pacifisti sembravano ormai profeti; nessuno credeva pi alla guerra e si parlava della prossima costituzione degli Stati Uniti d'Europa come dell'assetto pi naturale e pi logico di questa misera aiuola. Pareva che, cancellati fra breve i confini, tutti i popoli dovessero fraternizzare in una grande ra feconda di lavoro e sollecita d'ogni bene.
Gli scettici notavano tuttavia che nonostante i brindisi e gli abbracci, gli armamenti continuavano con una specie di febbre: armava l'Inghilterra, armava la Germania, armava l'Austria, armava la Russia; lavoravano le officine infaticabilmente, e, per dirla con l'Achillini, soffiavano i fuochi a preparar metalli.
Il contrasto era strano: parole melate e armi poderose; brindisi e corazzate; abbracci e cannoni. Tutto questo teneva in qualche sospetto gli scettici; ma gli scettici eran pochi, e la grande
massa guidata da filosofi ottimisti credeva nella pace universale.... Che pi?... Pochi giorni prima che le truppe alemanne varcassero i confini del Belgio, un socialista belga, il Vanderwelde, affermava che l'avvento degli Stati Uniti d'Europa era prossimo!...
L'Europa intera dormiva; e dormiva saporitamente l'Italia, cos da essere la pi impreparata fra le grandi Potenze. Perch in questa magnifica terra dell'utopia e delle frasi e del sentimentalismo, l'idea della pace universale e della fratellanza europea aveva attecchito meglio che in qualunque altra....
Il can danzando con tre cagnolini,
Il gatto allegro con cinque gattini,
E l'agnelletto coperto di gigli,
E quattro chioccie con tutti i lor figli;
Chi latra o miaula, chi crocchia, chi bela,
Ma senza strido, ma senza querela.
Il primo colpo di cannone disperse le rosee speranze dei pacifisti; l'Europa si dest di soprassalto; il vento si port via nel fumo delle cannonate anche il fumo delle illusioni.... La realt cruda e inesorabile ci ha afferrato da quel giorno per la gola, e non ci ha lasciato ancora. Nulla di pi ironico in tanta tragedia, nulla di pi beffardo in tanto lutto....
E se pensiamo allo strascico d'odio, al desiderio di rivincita, al bisogno di vendetta che questa guerra dovr lasciar dietro di s, non possiamo non trepidare anche per il domani di questa Europa che i poeti imaginavano gi sulla via della pi candida fraternit.
Ma non  nostro compito parlar di politica. Noi volevamo semplicemente accennare alla molto amara ironia che  sotto la grandissima tragedia. Anche oggi La vita ironica pu ricomparire senza troppo contrasto con la realt che ne circonda.
Epper le diamo passo, non senza avvertire che i lettori troveranno qui piccole scene della vita quotidiana, piccoli avvenimenti di tutti i giorni. Quando scrivevamo le pagine che seguono, la grande sanguinosa ironia della guerra era ancor lontana da noi e dal nostro pensiero; a raffigurar la quale in tutta la sua vastit, occorrerebbe la penna di Dante o il polso di Michelangelo.
Primavera del 1915L
LUCIANO ZUCCOLI.
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L'INGENUO.
a Sfinge.
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Capitolo 1.
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Beato chi ti vede! mormor Paolo Rottoli, toccando leggermente il braccio di Gastone Valli.
Questi ora fermo all'angolo di via del Tritone, verso piazza Barberini, e, tutto scintillante dalla tuba alle scarpette verniciate, assisteva al passaggio delle carrozze, che salivan la via. Si volse, vide Paolo Rottoli, lo riconobbe immediatamente, ma finse di rimanere dubbioso.
Non so con chi ho il piacere.... disse a denti stretti.
Paolo Rottoli, rispose l'altro timidamente. Paolo Rottoli: siamo stati compagni: ti ricordi?
Ah s, Paolo Rottoli! ripet Gastone, con freddezza e con un rapido sguardo al condiscepolo, che portava un miserabile abito nero a doppio petto, lucido dall'uso, troppo corto, troppo attillato.
Gastone pens che Paolo gli avrebbe chiesto del denaro, e rivolgendosi ancora verso le carrozze, lasciando Paolo dietro di s, a un passo di distanza, continu leggermente:
E che fai a Roma, tu?
Cerco: sono qui a combattere; cerco, insomma.
Ah! disse freddamente Gastone.
E tu, sempre sulla breccia? seguit Paolo, facendosi coraggio. Sempre di un'eleganza impeccabile....
Sono tornato da Parigi due giorni or sono, mormor Gastone con aria distratta. Come ci si annoia in quella...!
S'interruppe, per salutare una signora giovane e piacevole, che stava sdraiata in una vettura scoperta a due cavalli. Paolo Rottoli, alle spalle di Gastone, salut pure, con un gesto rapido, secco e fiero.
.... in quella stupida citt! concluse
Gastone, quando la carrozza pass oltre.
Annoiarsi a Parigi? disse Paolo, ingenuamente; ma si corresse subito: Eh, sicuro, tutto il mondo  paese....
Tutto, conferm Gastone, sbadigliando. E tu, che fai a Roma?
Te l'ho detto: son qui a cercarmi un posto....
 vero, me l'hai detto....
Gastone continuava a parlare, sentendosi alle spalle il compagno, e aspettandosi una richiesta di denaro, da un momento all'altro; ma non degnava nemmeno di volgersi per fargli arrivar chiare le parole.
E che posto cerchi? egli seguit.
Mio Dio, qualunque, tanto da vivere: capisci che non  il caso di....
S'interruppe a sua volta, perch Gastone aveva salutato un vecchio signore in carrozza, ed egli pure lo salutava, col suo gesto sobrio e fiero.
.... non  il caso di fare una scelta, continu poscia: e aggiunse, con un ardire di cui si stupiva: Scusami, chi  quel signore che hai salutato?
Il senatore Borsi, disse Gastone.
Gett la sigaretta, ne estrasse un'altra dall'astuccio, l'accese, e prosegu:
Oh, un perfetto imbecille!...
Imbecille, un senatore! esclam Paolo Rottoli; ma si corresse subito; di imbecilli ce n' dovunque!
E da dove vieni? chiese Gastone, sempre senza voltarsi.
Da Genova: sono stato a Genova a cercare....
E da Genova, hai fatto una volata, fino a Roma? Non ti sei fermato in altre citt; per esempio...?
Non pot finire, perch lo rasentava una carrozza scoperta, tirata da due splendidi morelli, in cui era una vecchia dama, che egli salut con rispetto. Paolo Rottoli, alle sue spalle, salut dignitosamente, col suo gesto secco e rapido.
Oh, no, egli disse, sono stato a Milano, a Torino, a Firenze, a Bologna, un po' dovunque.
E niente, sempre? chiese Gastone. Ma, prima che l'altro avesse tempo a rispondere, Gastone aggiunse:
Guarda, approfitto di questo intervallo nella sfilata, e me ne vado: arrivederci, Paolo, e buona fortuna!
Addio, Valli! disse Paolo, un po' confuso, vedendo che Gastone se ne andava per davvero, senza volgersi nemmeno, attraversando la strada, libera un istante.
Egli vide altre carrozze passare, e si dolse di non poter pi fare il suo bel saluto, fiero e dignitoso, alle spalle di Gastone. S'incammin verso piazza Colonna, senza fretta, e pens:
Volevo chiedergli dieci lire: forse me le avrebbe date; ma sarebbe stata una relazione rotta per sempre. Ho fatto meglio cos: mi giover in cose di maggiore importanza. Frattanto, ora posso salutarlo, quando  in carrozza o a cavallo, e ci fa buon effetto....
Paolo Rottoli aveva mangiato ventiquattro ore prima, e non gli era rimasto un soldo. Si guardava attorno, quasi cercando, quasi sperando che qualcuno gli leggesse in volto il bisogno d'essere aiutato, un po' aiutato, soltanto un pochino.E procedendo, stringeva i pugni nervosamente....
Se andassi in casa di Gastone, verso l'ora del pranzo? pens, quando fu in piazza Colonna e vide che l'orologio del palazzo Wedekind segnava le quattro del pomeriggio.
Un tozzo di pane me lo potrebbe dare, e tirerei innanzi ancora un giorno....
Ma gli venne l'idea che l'avvocato Damiani poteva, forse, dargli del lavoro, e come colpito dalla bellezza della scoperta, si avvi frettoloso gi per il Corso, volse per via delle Convertite, giunse in via della Mercede, e sal nello studio. In anticamera c'erano otto persone che attendevano: egli diede il suo nome, piano, all'usciere, che gli disse:
Non so se il cavaliere La ricever.  tardi, e ci sono molti prima di Lei.
Speriamo! borbott Paolo, sedendosi tranquillamente.
Squadr con diffidenza ostile i suoi compagni d'attesa, uomini e donne, che non l'avevan degnato d'uno sguardo, irritati e stanchi per la lunga aspettazione; estrasse dalla tasca un giornale di tre giorni prima e si mise a leggerne la cronaca con attenzione meticolosa, notando che v'eran molti errori di stampa.
Non mi hanno voluto come correttore di bozze, egli pens, dicendomi che hanno un correttore ottimo: e guarda qui:  zeppo di spropositi il loro giornale....
S'apr l'uscio dello studio, ne usc un signore, ne entr un altro, e l'uscio si richiuse: Paolo gett un'occhiata alla soglia, e continu a leggere; lesse tutta la terza, tutta la seconda pagina, poi venne alla prima, all'articolo politico, dove s'insegnava il modo di alleviar le miserie delle classi meno abbienti. Paolo sospir, torn alla seconda pagina, e lesse l'appendice, nella quale si veniva a conoscere che Raoul aveva sedotto una fanciulla e che ormai doveva sposarla, ma che, avendo fatto lo stesso in un'altra citt, Raoul si trovava in obbligo o di non sposare affatto o di sposarne due in una volta.
Mi piacerebbe sapere come se l' cavata questo briccone! pens Paolo, riponendo accuratamente il giornale in tasca. Peccato che non abbia gli altri numeri!
Durante la lettura, l'uscio s'era aperto e chiuso pi volte, e parecchi clienti dell'avvocato Damiani erano entrati nello studio a parlare e se n'erano andati poi; non ne rimanevan che tre, prima di Paolo Rottoli: una signora giovane, e due vecchi, i quali tossivano con alternativa isocrona, in tono basso e solenne.
Paolo estrasse di nuovo il suo giornale e si diede pazientemente alla lettura della quarta pagina, imparando in un attimo tutte le virt dei liquidi contro le canizie, la calvizie, la stitichezza; ma non vi prese gusto, e torn all'appendice. L'avventura di quel Raoul gli piaceva.
Come fanno questi romanzieri a inventarne tante! egli andava pensando.  cosa incredibile: io leggerei un romanzo al giorno, se potessi!... 
E decise, se l'avvocato Damiani gli dava lavoro, di sacrificare qualche soldo per comprarsi i numeri del giornale che raccontavano il seguito dell'avventura di Raoul. A lui piacevano pazzamente gli uomini eleganti e donnaiuoli: talvolta, per istrada, si fermava di botto a osservare qualche signore in tuba e in redingote che gli pareva distinto e gli avveniva d'imitarne, senz'accorgersi, l'andatura. Certe mattine, ronzava intorno al Circolo della Caccia per veder da vicino i signori che stavano sulla soglia: duchi, marchesi, principi, e li covava con lo sguardo, notando che gettavan tante sigarette appena cominciate da bastare a lui per pi settimane.
Ma l'usciere venne a coglierlo improvvisamente dalla sua dolce meditazione.
Non  Lei il signor Rottoli? egli chiese.
Rottoli, Paolo Rottoli, disse questi, levandosi in piedi.
Bene: il signor cavaliere l'avverte che non pu riceverla.
Paolo si sent impallidire.
Non pu? ripet. Ma si tratta d'una parola, una parola alla sfuggita, di furia....
L'usciere allarg le braccia e si strinse nelle spalle.
Ha detto cos, egli concluse, e non si pu discutere....
Paolo, muto e triste, rimise in tasca il suo giornale e si avvi all'uscita; ma quando fu per le scale, gli venne in mente che non poteva finire cos, che non meritava quell'accoglienza e che doveva a tutti i costi parlare con l'avvocato.
Se non gli parlo, sono un vile, egli si disse.
E per mostrare a s medesimo ch'era uomo di coraggio e di ingegno, rest in istrada, a qualche passo dalla casa, spiando l'uscita dell'avvocato. Aveva fame: una fame terribile, la quale gli eccitava la fantasia e gli mostrava come in un sogno una quantit di cose ghiotte, profumate, calde e succolente: e pensava che se avesse avuto il potere di svaligiar quei che passavano per via della Mercede, di svaligiarne soltanto una diecina, avrebbe raccolto un cumulo di denaro, avrebbe avuto da pranzare per un anno, da soddisfare tutti i suoi capricci gastronomici.
Addossato al muro, con le mani in tasca e l'occhio sempre fisso alla porta di casa dell'avvocato, egli s'imaginava d'essere un brigante famoso, di giungere in via della Mercede, di spianare il fucile, ordinando a tutti: Faccia a terra!. E poi, a una a una, perquisiva tranquillamente le sue vittime: e andava a pranzo al Caff Colonna....
Ma in quell'istante, quando gi si figurava d'ordinare un antipasto spettacoloso per dieci persone, che avrebbe divorato da solo, vide l'avvocato Damiani uscire, gettare uno sguardo intorno e avviarsi al Corso.
Sent il cuore battergli in fretta in fretta, e si mosse, per raggiungere l'avvocato prima che si perdesse tra la folla. Gli giunse alle spalle, e lo chiam timidamente:
Cavaliere! Signor cavaliere!
L'avvocato, o non udisse o non volesse udire, seguitava la sua strada, quietamente, fumando una sigaretta di cui l'aria recava al naso di Paolo Rottoli il profumo.
Signor cavaliere, mi perdoni....
Ah, siete voi? disse l'avvocato Damiani, volgendosi e squadrandolo.
Ma non si ferm, n aggiunse parola; e Paolo, spinto dal terrore di non poter mangiare neppure quel giorno, gli si piant al fianco e cominci a parlargli:
Ero venuto, sono venuto da Lei, illustrissimo signor cavaliere, per domandarle se potesse. se si degnasse favorirmi qualche incarico, qualche lavoro....
Sapete, interruppe l'avvocato, avviandosi pel Corso, sapete che non ho lavoro per nessuno in questi giorni....
Lavoro! corresse Paolo, sforzandosi a sorridere. Ella sa che mi contento di tutto. Non oso chiederle un lavoro di concetto: mi basterebbe copiare: far delle copie, a un prezzo convenientissimo per Lei; ho una bella calligrafia....
S, s, non ne dubito, osserv l'avvocato Damiani; ma ora ci son le macchine da scrivere, che fan presto, bene, e a buon prezzo.... Non faccio copiar nulla a mano....
Il Corso, verso quell'ora, era fitto di gente: e fra due ale di spettatori, correvan le carrozze, una dietro l'altra, in una sfilata interminabile; di tanto in tanto s'udiva il rullo sordo d'un automobile, che si lasciava appresso un lieve puzzo di benzina. Paolo gettava agli automobili uno sguardo di odio impotente: gli automobili avevan fatto la loro comparsa nel mondo civile insieme alle macchine per scrivere, e le macchine per scrivere avevano distrutto il mestiere di copista.
Non saprei veramente come giovarvi, disse l'avvocato, mentre salutava qualcuno in una bella carrozza padronale.
Paolo Rottoli salut egli pure, col suo gesto rapido e fiero; quindi rispose:
 triste;  veramente triste, perch avrei bisogno d'essere aiutato, un pochino, non molto; tanto da poter mangiare, infine....
Ma!... disse filosoficamente l'avvocato, ohe s'avviava appunto verso casa, a pranzo. Non dico che sia una cosa allegra, e non mi mancherebbe la buona volont di giovarvi; ma non posso inventare una professione per voi....
S'Ella mi mandasse per commissioni? mormor Paolo.
Ho gi i miei uomini.
E se mi mettesse in anticamera come usciere....?
Avete visto; l'usciere c'....
Mi contenterei di cos poco!... sospir Paolo.
Poco!... Niente  poco, se non siete necessario....
Paolo Rottoli stette silenzioso, continuando il cammino a fianco dell'avvocato; gli balen in mente di chiedere una lira, mezza lira, per comprar del pane, ma sent mancarsene l'animo. Il volto dell'avvocato Damiani era buio, esprimeva una noia ineffabile, e, d'altra parte, gli oziosi che andavano a passeggio urtavano i due uomini, li pigiavano ad ogni istante. L'avvocato non avrebbe dato un soldo, tra la folla, sotto gli sguardi di tutti, ed egli, Paolo, non avrebbe osato stendergli la mano, anche se l'altro avesse offerto.
Dunque, vedete, concluse l'avvocato Damiani, guardandolo di traverso.
Mi scusi tanto, cavaliere! disse Paolo, fermandosi e salutandolo. Buona sera e buon pranzo.
Addio. Mi rincresce, sapete?.... Ma!...
Paolo stette a guardar l'avvocato che s'allontanava e fece una smorfia. Non era distinto, vestiva con negligenza, camminava pesantemente: si indovinava l'uomo che non aveva tempo di badare alle mille piccolezze, le quali mandavano Paolo in visibilio innanzi agli eleganti di professione.
E mentre era cos assorto a contemplare l'avvocato, Paolo si vide passare davanti due, tre, dieci signore elegantissime, con un'andatura molle e voluttuosa; e le sue nari aspirarono qualche profumo sottile che aleggiava intorno, come un solco aperto nell'aria dalle femmine leggiadre. Paolo si sent intenerito: aveva una fame atroce ed era commosso, di quella commozione sensuale, che non ha oggetto e vi fa vibrare d'un desiderio scomposto.
Ma l'urto datogli da un passante frettoloso, la voce dei cocchieri che dirigevano la carrozza su di lui, lo trassero da quelle inutili fantasie. Le lampade elettriche erano accese, ormai, e bisognava mangiare o morire....
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Capitolo 2.
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Quando fu nel salottino del marchese Gastone Valli, Paolo Rottoli si lasci cadere sopra una poltrona, affranto. Egli si chiedeva, con terrore che cosa avrebbe detto al suo condiscepolo, che poche ore innanzi, sull'angolo di via del Tritone, lo aveva accolto con tanta freddezza. E si stupiva di aver avuto l'audacia di spingersi fino in quella sua palazzina riservata; e non sapeva se ridere o piangere della fortuna d'aver trovato un paio di servitori che, solo al vederlo, non l'avevano respinto in istrada. Si guardava intorno, trasognato, fra tante cose belle: era stanco morto; fissava il pavimento lucido sul quale aveva camminato con difficolt, reggendosi in piedi per un vero giuoco d'equilibrio. E guardando il pavimento, vide le sue scarpe bianche di polvere; trasse il fazzoletto, le pul con cura pi volte, e poi non osando agitarlo, lo rimise in tasca, bench fosse divenuto gialliccio.
Il signor marchese stava per mettersi a tavola, gli aveva detto un servo.... Quel servo! Lo aveva guardato con un'espressione cos compassionevole, che Paolo s'era sentito venire i lucciconi agli occhi; ed era rimasto molto impacciato, dovendo confessare che non aveva una carta da visita da presentare al signor marchese.
Bene, bene, non importa, gli aveva detto il servo. La annunzier a voce; ma intendiamoci, si tratta proprio d'una grave comunicazione che ella deve fare al signor marchese?... Non mi procuri dei dispiaceri, perch il signor marchese, quand' qui, non riceve nessuno....
E Paolo aveva giurato al cameriere che si trattava d'una comunicazione gravissima; e si era lasciato cadere sulla poltroncina, fulminato dalla propria audacia e dalla responsabilit che s'era assunta.
Un uscio si aperse bruscamente, mentre la voce di Gastone diceva:
Dov'?
Paolo balz in piedi. Gastone gli stava innanzi e lo squadrava stupito.
Come! egli esclam. Sei tu?... E quell'imbecille di Battista mi ha annunziato un signor Rondoli o Grondoli o Frondoli, che deve darmi una notizia, importante....
Paolo si sent venir freddo. Quell'imbecille di Battista era certamente il servo, ed egli l'aveva rovinato! Guard in faccia Gastone, e comprese che non avrebbe mai ardito, in quel luogo, in quell'istante, dargli del tu come in istrada....
Non s'irriti, marchese, egli balbett. Il signor Battista ha confuso i nomi: Rottoli, Frondoli, Rndoli,  facile ingannarsi; ma la colpa  mia. Il signor Battista voleva la carta da visita, e io non l'ho....
Oh, ma guarda, che improvvisata! esclam Gastone, ridendo e mettendosi a sedere sulla medesima poltrona che occupava Paolo qualche minuto prima. Dunque, niente comunicazione gravissima?.... Una frottola per passare?.... Respiro!...
Paolo guardava Gastone con meraviglia profonda: pareva che dal volto del giovane signore fosso caduta una maschera, quella maschera di freddo disdegno che portava in pubblico; e che d'un tratto, il gentiluomo ospitale e allegro si rivelasse l, in casa sua, in quel nido sicuro e misterioso. Paolo sent allargarglisi il cuore improvvisamente.
Be', che mi stai a guardare? disse Gastone. In che cosa posso esserti utile?
E mentre sorrideva ancora, la sua mano destra istintivamente si alz fino alla tasca interna dell'abito, dove era forse il portafoglio. Paolo vide il gesto, arross, ed esclam in fretta:
No, scusi. Non sono venuto a chiederle denari.... Quando ho lasciato Lei, oggi a via del Tritone....
Veramente, interruppe Gastone, ridendo, sono stato io a lasciare te....
Infine.... disse modestamente Paolo. E allora sono andato ancora a cercarmi del lavoro; ma  stato tutto inutile.... E allora, poich era tardi, e io ho mangiato soltanto ieri mattina, ho pensato a Lei, e mi sono detto che forse mi poteva dar da mangiare.... Mi perdoni tanto, marchese, quest'audacia; ma quando si ha fame, si sta cos male...
Sfido io! disse Gastone, non osando pi ridere.
Lei potrebbe darmi qualche cosa: io andrei in cucina, coi servi.... Non  vero, signor marchese?...
E al solo pensiero di andare in cucina e di mordere un tozzo di pane, gli occhi di Paolo Rottoli brillarono....
Diavolo! mormor Gastone. In cucina, coi servi!...
Pareva esitare, guardando Paolo mal vestito, con quell'abito nero troppo corto e lucido...
Non c' bisogno di andare in cucina, disse.
E alzandosi improvvisamente, usc dal salotto e scomparve nelle altre camere.
Che cosa avviene? pens Paolo, sempre in piedi. Che l'abbia offeso e che mi faccia buttar fuori dai servi? Non si mangia: ho bello visto; per oggi non si mangia. Il diavolo ci motte la coda.... 
Era a fianco d'uno specchio il quale teneva tutta l'altezza della parete; e guardandosi, Paolo si vide cos pallido, cos mingherlino, cos ridicolo e compassionevole, che sent d'aver piet di s medesimo; a un uomo simile, egli, Paolo, se fosse stato ricco, avrebbe dato il pi largo e il pi spontaneo appoggio, perch un uomo simile non poteva far paura ad alcuno....
Risuon di nuovo il passo rapido di Gastone, e nell'attimo in cui la porta si schiudeva, Paolo pens che il suo amico sapeva camminare con maravigliosa sicurezza su quell'infernale pavimento sdrucciolevole.
Gastone pareva contento.
Scusami, disse. Sono andato a chiedere.... Be', allora metti gi il cappello. Pranzerai con me; io vado a pranzo ora....
Paolo fiss Gastone, impallidendo di gioia; ma non credette, e rest immobile.
Ehi! disse Gastone ridendo. Vieni a tavola: ti ho invitato a pranzo: non hai capito?
L'altro, senza parlare, gli si precipit incontro, come per prendergli una mano; ma Gastone sempre ridendo si scherm.
Via, via! disse. Non facciamo sciocchezze!
Io non so come.... Io non posso dirle che cosa sento, balbett Paolo.
Sentirai appetito, interruppe Gastone con un sorriso.
E si avvi; ma al momento di passar la soglia, si volse a Paolo che lo seguiva, e aggiunse a voce bassa:.
Debbo dirti.... Non sono solo a pranzo....
Oh, mio Dio! gemette Paolo, dandosi di nuovo un'occhiata furtiva nello specchio.
C' una signora, continu Gastone.  una mia parente, di passaggio a Roma.
No, no, marchese, protest Paolo. Non posso; preferisco andarmene.
Suvvia! Ho detto alla signora che sei un mio compagno di scuola, ed essa sar ben felice di stringerti la mano.... Del resto, l'abito non fa il monaco.
Paolo gemette di nuovo, ma segu Gastone. Pensando alla signora, egli non vide nemmeno le camere che attraversava, illuminate dalle lampadine elettriche.
Fra tutti i sacrifici che la fame gli poteva imporre, quello di essere presentato a una donna era senza dubbio il pi gravoso; ma si consol, pensando che doveva essere una vecchia, una parente di Gastone; pranzava da sola con lui...; qualche vecchia zia, gottosa e tossicolante....
Quando Gastone schiuse finalmente l'uscio della sala da pranzo, Paolo non vide che una gran luce, e in mezzo alla camera la tavola scintillante, con molti fiori, e due servi, immobili, in guanti bianchi. Ma si sent prendere per un braccio da Gastone, che un po' lo dirigeva, un po' lo sosteneva sull'impiantito lucidissimo; e prima di poter formulare un'idea, si trov innanzi alla signora.
La signora stava sdraiata mollemente in una poltrona a dondolo, e fumava. Paolo abbass gli occhi, scorse un cumulo di trine, di nastri, un caos di roba elegantissima entro la quale pareva che la donna stesse a suo agio; ella teneva una gamba accavallata sull'altra, e Paolo senza volerlo vide i piccoli piedi chiusi in piccole scarpe di vernice e qualche po' dei polpacci serrati nelle calze di seta nera.
Eccovi il mio amico, disse Gastone alla donna.
Paolo fece due o tre inchini, senza alzare gli occhi, goffamente; e scorse una piccola mano femminile rutilante di gemme, che gli si stendeva.
Enchantee, mormor la signora.
Paolo Rottoli tocc appena la mano fredda e sottile. Egli credeva di sognare: sentiva intorno quel profumo, che poche ore prima, sul Corso, l'aveva inebbriato al passaggio di tante donnine leggiadre; e sarebbe forse rimasto innanzi alla seggiola dondolante a fare inchini, se Gastone non l'avesse preso pel braccio, mentre la donna si levava.
Ella sedette a tavola; Gastone le sedette di fronte, accennando a Paolo il suo posto, tra l'una e l'altro. Paolo urt la sedia, fece cadere una forchetta, che un servo raccolse rapidamente e cambi; e infine riusc a sedere anch'egli.
Pi che per la presenza della signora, Paolo Rottoli era impacciato per la presenza dei servi; non aveva osato guardarli; uno dei due era forse quell'imbecille di Battista al quale egli doveva tanta fortuna; e imaginava lo stupore, l'ironia degli sguardi, le supposizioni che quei due facevano alle sue spalle.
Poi s'inquiet vedendosi innanzi tante posate e tanti bicchieri, dell'uso dei quali non era pratico. Dove mettere le mani? Egli badava di sottecchi a ci che faceva Gastone, per regolarsi saviamente e non commettere villanie.... Ma nel mentre rifletteva a questi piccoli problemi angosciosi, ud la voce della donna, che si rivolgeva a lui, proprio a lui, e in francese:
Alors, monsieur vous avez t  l'cole avec Gaston?
Ma s'interruppe subito, con un risolino:
Ah, oui, mon Dieu! Voi non parlate francese; scusatemi....
Bisogn guardarla in faccia, per risponderle e anche per farle intendere che se egli non parlava il francese, lo capiva, benissimo.
Dio, com'era bella! Ed egli aveva creduto di trovare una vecchia! Ma costei non contava pi di vent'anni, e aveva capelli nerissimi, lucidi, ondulati: le labbra erano rosse, ardenti; gli occhi neri, velati da ciglia lunghe e fitte, che facevano un'ombra delicatissima. Ed era un pochino scollata e si vedeva il seno alzarsi ritmicamente, sollevando un monile di pietre preziose che Paolo Rottoli non conosceva, ma che brillavan come tanti soli....
S, signora marchesa, egli balbett infine. Siamo stati compagni di scuola.
Il titolo di signora marchesa fece apparire sulle labbra della giovane un sorriso fuggevole, che Paolo not con spavento. Forse non era marchesa..... Duchessa o principessa, forse. Ma, in fondo, Gastone non l'aveva presentato: aveva detto a lei: Eccovi il mio amico, e a lui nulla....
Gastone sorrideva pure e stava zitto; Paolo gustava un certo brodo, un brodo portentoso, che pareva un licore divino, e quel liquido lo toglieva a poco a poco d'impaccio, e lo confortava di tutte le goffaggini che poteva commettere o che aveva gi commesso. Lo importunavano i servi; silenziosi e impassibili, sembravano aver le suole di gomma: nessuno udiva il loro passo; Paolo se li sentiva d'improvviso alle spalle, vedeva sparire innanzi a s il piatto e la posata, vedeva comparire un'altra posata, e un altro piatto, rapidamente; e quel meccanismo preciso e impeccabile lo infastidiva.
Ma alzando gli sguardi dopo la prima portata, scorse la giovane signora che toglieva tranquillamente una sigaretta dall'astuccio, mentre un servo accorreva con un cerino acceso. Ella accost a questo la sigaretta e aspir il fumo, soffiandolo poscia dalle nari: quindi rimise l'astuccio in tasca, nel didietro della gonna, con un gesto maschile. Paolo guardava, a bocca aperta.
Jeannette! mormor Gastone, lanciandole uno sguardo di rimprovero.
Ah, tu sais, mon ami!... ella rispose, crollando le spalle.
Che strano costume! pens Paolo. Mangia, fuma, beve, tutto in una volta;  una trovata per guastarsi questi sapori deliziosi.... 
Egli aveva gustato un certo vino, che pareva Barbera o Barolo, ma non era; un vino di fuoco; e appena deposto il bicchiere, un servo glielo aveva riempito.
E voi frequentate la societ, non  vero? chiese Jeannette improvvisamente, guardando Paolo in faccia.
Questa, egli non se l'aspettava; rest col bicchiere in mano, quasi colto in flagrante, non sapendo che rispondere.
S, ha qualche buona conoscenza, a Roma, disse Gastone, accorrendo in suo aiuto.
On voit bien qu'il est homme du monde! osserv Jeannette, rivolgendosi a Gastone, con una sottilissima intonazione di sarcasmo.
Jeannette! ripet il giovane, lanciandole un'altra occhiata.
E di che cosa vi occupate? domand la signora a Paolo, dando alla sua voce un'espressione benevola.
Paolo era sulle spine. Di che cosa poteva egli occuparsi, per far piacere a quella signora bellissima?
 redattore d'un giornale politico, rispose Gastone.
Je n'aime pas a, disse la giovane, deponendo la sigaretta per recare il bicchiere alle labbra.
Mais je vous en prie, Jeannette, esclam Gastone. Vous n'tes pas aimable avec mon ami....
La donna riprese la sigaretta e stette silenziosa un istante, mentre Paolo, chino sul piatto, mangiava una certa pietanza indefinibile ma indimenticabile: egli non aveva mai mangiato cos bene e con tanta variet di gusti; se non fossero stati i servi e un pochino anche la stupenda signora che interrogava troppo, egli avrebbe considerato quella sera come la pi memorabile della sua vita. E spesso gettava a Gastone un'occhiata di tenera gratitudine, e il vino, un vino giallo che pareva Marsala, ma non era, gli dettava i pi caldi brindisi alla magnanimit dell'amico ritrovato.
Dites donc, riprese Jeannette, mentre toglieva dall'astuccio un'altra sigaretta, nonostante le occhiate di Gastone. Dites donc, Monsieur. Mi trovate molto insolente con le mie domande, non  vero? Ma voi dovete perdonarmi....
Oh, marchesa! esclam Paolo, inghiottendo in fretta un boccone per rispondere.
So che voi siete tanto amico del mio Gastone, ella seguit, e vi tratto in confidenza.
Bench seduto, Paolo trov modo d'abbozzare in aria uno dei suoi inchini meravigliosi, e aggiunse:
Onoratissimo.... Troppo buona.
Suis-je trop bonne, vraiment? chiese Jeannette a Gastone, strizzando l'occhio con espressione di tanta furberia, che Paolo scoppi a ridere. Suis-je trop bonne, dis, mon chat?
Ma, vedendo che il giovane fingeva di non udire, ella si rivolse a Paolo, e continu:
Siete da molto tempo a Roma?
Da tre mesi.
E prima, dov'eravate?
Jeannette! interruppe Gastone, battendo leggermente sulla tavola con una mano per troncare quest'interrogatorio.
Mais, coutez, mon ami, esclam Jeannette annoiata. Si cela m'amuse, donc!...
Ero a Genova, marchesa, disse Paolo.
E scrivevate anche lass nei giornali?
No.
E siete venuto subito a Roma?
Sono andato prima a Milano.
Ah, Milano! esclam Jeannette. Ecco una citt dove si vive! Non vi sembra che assomigli a Parigi, un poco?
Assomiglia, disse Paolo, che non era stato mai a Parigi.
Vous voyez, mon ami, fece la donna a Gastone. Nous allons parfaitement d'accord; les mmes gots, les mmes ides....
Gastone, il quale sapeva che Paolo non aveva mai posto piede a Parigi, si mise a ridere, e batt sulla spalla del condiscepolo.
Bravo! disse. A Parigi si sta meglio che a Milano, per; non  vero?
E in quale Universit avete conosciuto il mio Gastone? seguit Jeannette.
A Roma.
Allora avete un titolo: siete dottore, avvocato, professore? Figuratevi: il mio Gastone, mon petit chat,  avvocato! E anche voi?
Allons donc! interruppe Gastone. C'est assez....
Ma Paolo Rottoli aveva gi accennato di no, col capo; e la cosa interessava troppo Jeannette.
Non? Vous dites non? Comment se peut-il...?
Con i gomiti piantati sulla tavola, le mani intrecciate e il mento appoggiato sulle mani, la giovane guardava Paolo attentamente, e Paolo guardava le braccia di lei che in quell'atteggiamento, nude e bianche, segnate da sottilissime vene azzurre, sbucavan fuori dalle maniche ampie.
Vous l'embarrassez trop, voyons! mormor Gastone.
Il pranzo era assai inoltrato; Paolo Rottoli non poteva pi mangiare; era sazio, d'una saziet pacifica e lieta, che non ricordava avere sentito mai prima; e non beveva pi, perch i vini gialli e rossi e bianchi minacciavano di inebriarlo. Temeva di apparire maleducato, e per ci, coi bicchieri colmi innanzi a s, beveva acqua e mangiava frutta.
In quello stato di felicit in cui era, non ebbe ritegno a confessare:
Io sono povero, marchesa; e non ho potuto continuare gli studii; per questo, non ho alcun titolo.
Oh, vi ho forse fatto dispiacere? domand Jeannette confusa.
Vous pouviez y penser avant! disse Gastone.
No, marchesa. Non c' nulla di male in tutto questo....
Anzi, anzi, assicur Jeannette. C'est trs intressant, trs pathtique.... Voi fumate?
Paolo Rottoli era superbo di s; giunto alla fine del pranzo, si accorgeva di non aver commesso tante goffaggini quante egli medesimo si aspettava; non poteva dire di essersi rivelato uomo di molto spirito, ma nemmeno aveva dato a conoscere la disperata e famelica situazione in cui si trovava.
Vide che Jeanette gli tendeva il portasigarette aperto; prese una sigaretta, e quasi contemporaneamente si trov al fianco un servo col cerino acceso. Nell'accostarsi a questo, alz gli occhi. Il servo era quell'imbecille di Battista, serio, imperturbabile e muto. Paolo dovette far forza a s stesso per non abbracciarlo e baciarlo sulle tonde gote.
Auf! Che caldo! esclam Jeannette, buttando il tovagliolo sulla tavola. Si alz, si stir, and presso Gastone, che le teneva gli sguardi addosso; ma ella gli fece un giro intorno, con un sorriso ironico all'angolo delle labbra, e fin per sedersi nella poltrona a dondolo, accavallando ancora una gamba sull'altra e continuando a fumare.
I servi erano spariti. Paolo ebbe un istante d'angoscia. Doveva congedarsi? Doveva rimanere? In ogni modo, poich la signora s'era levata da tavola, doveva levarsi egli pure; ma Gastone non si moveva.... D'altra parte Jeannette aveva gi abbandonata la poltrona a dondolo e gironzava per la camera, cantarellando sotto voce. Paolo la seguiva con gli occhi, ammirandone la figura alta e flessuosa e la nobile semplicit con cui portava un abito di tale ricchezza. Vi era, nell'atteggiamento di Paolo, un candore cos fanciullesco, che Gastone scoppi in una risata.
Ehi! disse, toccando Paolo sul braccio. Dove sei? A che pensi?
Tu es gai, mon ami, disse Jeannette.
Je vous annonce que vous venez de faire une conqute! rispose Gastone.
Jeannette sorrise, diede un'occhiata a Paolo, e seguit a camminare tranquillamente. Paolo s'era fatto di porpora, in viso; e guardava ora Gastone, fisso, cercando una parola, un gesto, per dirgli tutta la gratitudine che sentiva per quell'ora di gioia.
Ma un servo rientr portando il vassoio coi liquori e il caff. Jeannette riprese il posto a tavola, e poich Battista entrava a sua volta recando i giornali della sera, la giovane disse a Paolo:
Dunque, voi siete giornalista? E in che giornale scrivete? Come vi firmate? Di che
cosa, vi occupate? Toujours de cette sale politique?
Paolo gett uno sguardo a Gastone perch lo aiutasse; ma Gastone, che si divertiva, pareva occupato a mescere il caff con esagerata attenzione.
Sono.... balbett infine Paolo, sono corrispondente dell'Allgemeine Zeitung!
Gastone diede in una risata cos forte, che la chicchera del caff gli ball nella mano; e Paolo stesso dovette ridere.
Oh, un journal allemand!disse Jeannette.
Infatti, mormor Gastone, per esser galante potevi andare pi al nord!
Quando ebbero preso il caff, Jeannette ricominci la sua passeggiata per la camera, e Paolo sent di nuovo il dubbio su quel che gli restava a fare. Ma Gastone indovin la sua angoscia, e guardando l'orologio, gli disse:
Non far complimenti, Paolo. Tu hai un convegno, e non ti rimane che il tempo di andarvi....
Paolo si lev, corse dietro a Jeannette che camminava sempre, le pass innanzi e descrisse nell'aria un paio d'inchini, mormorando:
Marchesa, io sono felice, la ringrazio, onoratissimo....
Au revoir, mon ami! disse Jeannette, stendendogli la mano bianca e gemmata. E non tenetemi il broncio per tante domande indiscrete.... Les femmes, vous savez....
Oh, che dice, marchesa! balbett Paolo.
Si rec presso Gastone per salutare lui pure, ma il giovane gli disse:
Ti accompagno! e volgendosi a Jeannette, aggiunse: Vous permettez, n'est-ce-pas?
Uscirono, dopo che Paolo sul limitare ebbe disegnati altri due inchini alla marchesa, la quale lo salut familiarmente con la mano.
Gastone lo condusse nel suo studio, in una vasta sala ricca di mobili intarsiati e di addobbi.
Marchese, susurr Paolo con voce tronca dalla commozione, io non oso dirle tutta la mia riconoscenza, tutto il bene che mi ha fatto....
S, s, interruppe Gastone. Capisco: ma come te la caverai domani?
Paolo stette muto, e gli parve anzi che la domanda fosse crudele, come quella la quale in una serata di delizie gli recava innanzi lo spettro famelico dei giorni venturi.
Ah, povero pulcino nella stoppa! esclam Gastone quasi ridendo al veder quel viso scialbo e scorato.
Si mise innanzi alla scrivania, trasse un foglio di carta e una busta, scrisse rapidamente e seguit poi:
Guarda: questa  una raccomandazione pel senatore Medagli. Va da lui, domattina, dopo le dieci. Far per te qualche cosa, certo.
Paolo prese la lettera, mentre le sue labbra si muovevano invano per dire una parola che non veniva; e Gastone aggiunse:
Far qualche cosa, ma non domani, si capisce. Per ci, non ti offendere se ti do il mezzo di tirare avanti qualche giorno....
E nella mano di Paolo che teneva la lettera, fece scivolare alcuni biglietti di piccolo taglio. Paolo non credeva, non riusciva a parlare, e sentiva gli occhi riempirsi di lacrime.
Gastone, balbett, marchese....
Poi improvvisamente, gett le braccia al collo del giovane, lo strinse forte, forte, lo baci sulle gote, e usc, prima che Gastone si riavesse dallo stupore. Ma quando fu in anticamera, Paolo ebbe uno scrupolo, torn indietro, raggiunse il giovane che usciva dallo studio, e gli disse:
Se ho mancato verso la signora marchesa, Lei vorr scusarmi, colla confusione di trovarmi davanti ad una signora cos bella e cos compita....
Va, va! esclam Gastone, ridendo. La signora marchesa  intelligente! Buona fortuna!...
In anticamera, Battista porse il cappello a Paolo Rottoli, e questi strinse la mano a Battista, energicamente, con gli occhi ancora lucidi di lacrime e di gioia....
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Capitolo 3.
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Il cocchiere di Gastone arrest bruscamente il cavallo; dall'angolo di via Milano s'era staccato un uomo, e precipitandosi innanzi alla carrozza aveva fatto dei gesti cos violenti e scomposti, che il cocchiere temette si fosse slacciata una tirella o sfibbiato il morso.
Ma, non appena la carrozza, si ferm, l'uomo si avvicin sorridente, col cappello in mano, e Gastone riconobbe Paolo Rottoli, tutto vestito a nuovo, con un fiorellino all'occhiello.
Ah! disse Paolo. Che cosa grande! Il senatore Medagli mi ha ricevuto come un signore e mi ha gi dato il posto. Una cosa incredibile!...
Gastone era freddo e sdegnoso come sempre quando si trovava in pubblico; ma poich intorno a lui non era tutto il lusso della sua casa, Paolo Rottoli si trovava a suo agio.
Che cosa posso fare per te, Gastone? egli soggiunse. Io ti porter in trionfo: io ci penso giorno e notte. Non  mai avvenuta una cosa simile; non s' mai visto l'amico aiutare l'amico!... E poi, ero forse tuo amico, io?
Di', interruppe Gastone, fai conto di trattenermi ancora molto, qui, nel bel mezzo di via Nazionale?
No, volevo ringraziarti, soltanto. Figurati: uno stipendio di cencinquanta lire al mese! Una cosa grande, ti dico!
Cencinquanta lire! ripet Gastone, sbalordito che si potesse chiamare cosa grande una tal cifra. E ti bastano?
Mi bastano? Ma ne metto a parte! Tesoreggio, capitalizzo....
La gioia schizzava dagli occhi di Paolo Rottoli, e Gastone, ch'era annoiato e sonnolento, lo guard con invidia.
Be', mi lasci andare? egli chiese.
No, rispose Paolo, fatto ardito dalla fortuna.
A lui pareva che, quanto al censo, le sue cencinquanta lire potessero competere con le rendite di Gastone: e per ci, quella mattina, era audace e gaudioso.
No, egli disse. Devo dirti ancora che sono commosso, che non so come esprimerti la mia gratitudine.
Me ne vado. Scnsati, o la ruota ti passa sui piedi.
E la signora marchesa sta bene? domand Paolo, ostinato a rimanere presso la carrozza.
Quale marchesa? ripet Gastone distratto.
La signora marchesa; quella con la quale ho avuto l'onore di pranzare, or sono quindici giorni....
Ah, Jeannette! esclam Gastone ridendo. E chi l'ha pi vista?
Ma notando la faccia stupita di Paolo, corresse:
Sta bene, sta bene, la marchesa. Sta sempre bene, quella!... Ora me ne vado.... Avanti, James! Addio, Paolo, e buona fortuna!...
Paolo salut con la mano, col cappello, con dei gesti cos affrettati e calorosi, che anche il volto glabro di James ebbe una smorfia fuggevole d'ilarit.
Ma questa era diventata ormai la preoccupazione di Paolo: che cosa doveva fare per Gastone? con quali termini poteva egli esprimere la sua riconoscenza? Paolo Rottoli aveva il difetto d'esser grato: una gratitudine senza limiti, morbosa, bizzarra lo tormentava in ogni ora del giorno, suggerendogli la necessit di dare una forma al sentimento di cui si vantava presso lo stesso Gastone.
Comprava dei fiori e li inviava alla palazzina per la signora marchesa Jeannette senza sospettare che sovente la marchesa ivi di passaggio era un'altra e i fiori adornavano i capelli e il seno di qualche dama a lui sconosciuta. Nel suo bilancio, esattamente calcolato e scrupolosamente rispettato, la spesa dei fiori teneva un posto grande; dal fioraio, ove gli si recava almeno una volta la settimana, non si riusciva a comprendere chi fosse la signora stramba che accoglieva l'omaggio di quel piccolo uomo saltellante, gaio, vispo, con qualche ridicola pretensione di eleganza. Egli entrava, gironzava da un canestro all'altro, sceglieva i fiori pi squisitamente odorosi e pi stranamente variegati.
Quei garofani!... Ah, quei garofani che paion dipinti a mano! Tutti! E cotesto grappolo di narcisi! Dio che ebbrezza!... Tutti! Anche quel fiore l: che cosa  quel fiore cos grande, con le foglie a due colori, sopra e sotto? Mettete anche quello!...
Ma poi veniva sempre il momento in cui, fatta la somma, essa oltrepassava di molto la spesa prevista, e bisognava rinunziare o ai garofani o ai narcisi o a qualche fiore cos grande, con le foglie a due colori. Onde il fioraio aveva finito per non dare pi ascolto a Paolo Rottoli e componeva il cartoccio non secondo le voglie, ma secondo la borsa del piccolo uomo vispo e saltellante.
Portateli subito, subito, raccomandava, mentre ficcava tra il cespo olezzante e gocciolante la sua carta da visita, sempre un poco gualcita.
Per, gli rimaneva un chiodo in mento:
La marchesa  servita, e sta bene: ma Gastone? Che cosa posso fare per Gastone, al quale devo tutto?
E bench squadrasse le vetrine dei negozi in via Condotti o sul corso o in piazza di Spagna non riusciva a trovar nulla pel suo protettore. I prezzi lo atterrivano; non si poteva venire a patti come col fioraio.... Del resto, il marchese Gastone Valli aveva la casa piena di oggetti magnifici, dai pi piccoli, dagli ornamenti personali alle decorazioni del luogo. E se anche avesse avuto molto, molto denaro, Paolo non si sarebbe fidato del proprio gusto....
Cos egli si tormentava, sapendo bene che anche i suoi fiori erano inutili e non rappresentavano con degna chiarezza il sentimento di gratitudine onde era tutto animato.
Di', gli fece un giorno Gastone, incontrandolo al Pincio.
Era una domenica, e Gastone s'era perduto l, egli stesso non avrebbe potuto dir come, e aveva fermato il cavallo tra la moltitudine delle carrozze, sulla rotonda, indugiandosi ad ascoltare la marcia del Tannhuser, che il corpo di musica aveva cominciato.
Di', ti  piaciuta Jeannette? egli chiese a Paolo Rottoli, con una lieve intonazione canzonatoria.
Come? domand Paolo, avvicinandosi.
Fiori, fiori, fiori!... seguit Gastone sorridendo. Vuoi sposarla?
Oh, mio Dio! esclam Paolo sinceramente desolato. Allora, non sono compreso:  un omaggio di rispetto, un segno della mia gratitudine; credevo che il simbolo fosse chiaro....
Be', lascia stare i simboli, disse Gastone, pentito dello scherzo. Ho compreso benissimo, ma con questa tua gratitudine farai una malattia.....Jeannette m'incarica di dirti che basta. Anzi, vieni da me, domani sera, a pranzo. C' Jeannette che vuol ringraziarti....
Mosse le redini, e il cavallo s'avvi.
Alle sette, aggiunse Gastone, e senza fiori, siamo intesi. Senza simboli!
Paolo sorrise consolato e rest un poco a guardare l'amico che dirigeva il cavallo tra l'ingombro dei veicoli; poi gett un'occhiata intorno, e fu felice comprendendo che alcuni giovani seduti sopra una panchetta avevan notato il dialogo, e certo avevano inteso l'invito.
Anche i pranzi s'aggiungevano ora al carico ponderoso della gratitudine! Erano pranzi non frequenti, ma piacevolissimi: cucina squisita, vini sottili come lame e tenuemente profumati, discorsi arguti ed eleganti; cose tutte che Paolo Rottoli godeva con pienezza di sensi da vecchio buongustaio.
Era come in casa sua, e poter dire di sentirsi come in casa propria quando si trovava in casa di Gastone Valli era dir molto, per Paolo, era il pi gran vanto ch'egli potesse menare di quell'aristocratica amicizia. Ma tolta questa gioia, sentiva che la riconoscenza per tanti beneficii lo soffocava, lo opprimeva, gli schizzava da tutti i pori, stava per fargli commettere qualche incommensurabile scioccheria....
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Capitolo 4.
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In un grande magazzino di stoffe, Paolo Rottoli aiutava Ettore Marracci a tenere i conti: i due lavoravano dalle otto del mattino alle sette di sera, di buon accordo; ma, quantunque gi fosse scorso qualche mese dal giorno in cui Paolo aveva avuto tale impiego, egli non s'era ancor fatta un'idea chiara del suo compagno.
Ettore Marracci era stato furiere maggiore in un reggimento di lancieri.
I lancieri gialli! diceva, passando una mano sui grossi mustacchi fulvi. Ed era alto un palmo pi di Paolo Rottoli e batteva il pugno sulla scrivania, quando a pi di pagina la somma non tornava; il calamaio, le penne, le matite, davano un balzo ad ogni colpo calato dall'ex-lanciere giallo.
 un buon diavolo ma fa troppo rumore! pensava Paolo, guardandolo di sfuggita.
E qualche volta Ettore Marracci, uscendo alle sette dallo studio, voleva che Paolo gli tenesse compagnia e se lo conduceva a pranzo in una trattoria di via Frattina, incitandolo a bere, a mangiare, e a snebbiar le malinconie, come se Paolo ne avesse avute mai. Quando Ettore Marracci pagava, Paolo non poteva trattenersi dal pensare:
Fa un po' troppo rumore, ma  un buon diavolo!
E il suo giudizio sarebbe andato oscillando tra quel difetto e quella virt, se un giorno in cui c'era poco lavoro, Ettore Marracci, a cavalcioni d'una sedia, soffiando fumo da una pipa e dalle nari, non avesse parlato delle sue amanti.
Abituato ormai alle somme e alle moltipliche, Paolo Rottoli non si stup del numero enorme di donne che il lanciere giallo aveva conosciuto; ma calcol che se ogni lanciere ne avesse avute altrettante, la citt, in cui il reggimento era di guarnigione avrebbe dovuto chiedere a prestito delle femmine dalle citt limitrofe, poich non ne sarebbe rimasta una a disposizione di quegli infelici che non portavano elmo e lancia.
Poi Ettore Marracci insisteva troppo sull'estetica e sulla parte descrittiva del tema, esaltando le grazie delle sue innumerevoli gentildonne con vocaboli, che disturbavano Paolo Rottoli quanto i pugni calati sulla scrivania..
 uno spaccone insopportabile! ruminava Paolo tenendo gli sguardi fissi negli occhi del narratore, per fingere un'attenzione che ne lusingasse la vanit.  un intollerabile sciocco! A chi vuol darla da bere? A me? Crede proprio ch'io non abbia mai veduta, che non abbia mai parlato con una donna? E che donne son queste, da buttar le braccia al collo d'una simile giraffa?
Splendida, ti dico! seguitava intanto Ettore Marracci. Non ho mai incontrato nella mia esistenza una pi bella donna! Che occhi, che bocca, che spalle!
Raccontava d'una giovanetta, la quale si era pazzamente innamorata di lui, e voleva esser sua moglie; ma i parenti di lei s'opponevano, e la fanciulla si era gi suicidata due o tre volte: o, per meglio dire, aveva bevuto due o tre volte il sublimato corrosivo.
Fa la cura? interruppe distrattamente Paolo.
Di che? disse Ettore.
Del sublimato....
Ti pare? Che ti viene in testa?
Ne ha bevuto tanto! C'era un re antico, il quale beveva i veleni come l'Acqua Marcia e stava benissimo.
Non conosco questo imbecille. La mia Evelina voleva morire, capisci? disse gravemente Ettore Marracci, dandosi un tono sentimentale. Povera fanciulla!
Poveretta! ripet Paolo, cercando fra le carte del suo tavolino qualche cosa da scrivere, tanto per isfuggire alla noia e all'irritazione che quei racconti svegliavano in lui.
Ma Ettore era implacabile: pareva avesse bevuto un vino ardente: gli lucevano gli occhi e le gote s'eran fatte di porpora; gestiva largamente, in preda all'ebbrezza della vanit, gustando i particolari del romanzo che inventava con una fantasia meravigliosa.
Del resto, egli osserv, non  la prima, volta che una donna commette delle folle per me. Ah, le donne! Quanto mi hanno fatto soffrire!...
Tacque, aspettando che Paolo, incuriosito, lo stuzzicasse a continuare, lo invitasse a nuove confidenze; ma Paolo non disse parola e ficc il naso sulla carta che aveva innanzi, fingendo di scrivere con inusitata attenzione.
Ah, le donne! seguit allora Ettore, per conto suo. Quanto mi hanno fatto soffrire! Mi son battuto quattro volte per una signora che mi amava!... Guarda!
E rimboccando la manica e slacciando il polsino della camicia, mostr a Paolo l'avambraccio destro solcato da una lunga cicatrice.
Questa  una sciabolata, vedi? Poi ne ho un'altra pi su all'omero; un colpo di spada al petto e uno al ventre.
Le buscavi sempre, pare? disse Paolo Rottoli ingenuamente.
Come si vede che non sei pratico! Mi sono battuto venti volte, e ho quattro cicatrici: ci vuol dire che negli altri sedici duelli le buscarono i mici avversarii.
 vero, convenne Paolo.
Anzi, questo  il danno del duello: che quando le pigli, ti resta il segno, e quando le di non rimane traccia.
Non si pu avere anche le cicatrici degli avversarii, osserv Paolo con filosofia.
Ma l'argomento questa volta, lo interessava davvero: il duello era una cosa da signori: battersi, essere battuti, sparar dei colpi di pistola, balzare con la spada in pugno, infilzar l'avversario, uccidere senza la pi piccola mancanza d'educazione.... Cose rare, aristocratiche, privilegiate, alle quali Paolo Rottoli aveva pensato sovente, con un segreto desiderio di tentar l'avventura, che forse anche al marchese Gastone Valli avrebbe dato una idea eccellente del suo modesto protetto.
Venti volte! ripet a un tratto, guardando il compagno. Ti sei battuto venti volte!  una bella cosa: t'invidio davvero....
Ettore arricci i mustacchi fulvi, sorridendo.
Raccontami qualche episodio, insistette Paolo, abbandonando la scrivania e facendosi vicino ad Ettore.
Ti racconter un altro giorno, disse questi, poich i duelli, ch'eran forse meno fantastici delle conquiste amorose, non gli davan modo di imaginare tutto un romanzo. Ora ti basti sapere che per una sola donna mi son battuto quattro volte.
Ma io vorrei che tu mi dicessi come ci si regola in questi casi. Fa molto paura la spada dell'avversario? Avevi paura, tu?
No, niente paura, assicur Ettore; e volendo proseguire il racconto amoroso, continu: Dunque, costei si chiamava Teodolinda ed era la moglie di un gran signore di Palermo, ove il mio reggimento si trovava in quel tempo.
Aspetta, interruppe l'altro. Rimettiamo Teodolinda a domani, e dimmi invece quale senso hai provato la prima volta che ti arriv una sciabolata nella pancia....
Ma questo non  affatto curioso, mentre la storia di Teodolinda  veramente strana, stranissima, disse Ettore, che voleva divertirsi a modo suo. Figurati che mi scrisse lei per la prima una lettera piena di passione....
Non avertene a male, osserv Paolo, ma io preferirei sapere che cosa dicono i padrini quando si trovano insieme, prima del duello.
Una lettera appassionata, seguit Ettore, senza pi badare al compagno, la quale cominciava cos, l'ho ancora fissa in mente: Mio eroe!...
S, s, va bene, interruppe Paolo, nervoso. Non vuoi rispondere alle mie domande, per parlarmi di Teodolinda che non ho mai vista!
Mi chiamava eroe, capisci, perch avevo avuto un duello da poco, e avevo messo a mal partito il mio rivale....
Morto? chiese Paolo con ansiet.
Non mor, ma fu ad un pelo di restarci. Queste cose piacciono molto alle signore per bene. Io devo ai duelli le mie conquiste, e alle conquiste i miei duelli.
E come hai fatto per conciar cos il tuo nemico? Conosci bene la scherma tu?... Vi siete battuti alla sciabola?
Uh, quanto sei noioso! grid il Marracci, levandosi da sedere e mettendosi a camminare per la camera. Alla spada, alla spada!... In Sicilia non ci si batte quasi mai alla sciabola. Vedo che per tenerti tranquillo devo proprio raccontarti questo scontro....
E tirando ampie boccate di fumo dalla pipa e seguitando a passeggiare, Ettore Marracci fece la storia minutissima di quel suo duello. Paolo stava zitto e quatto come un bambino al quale si narri una ricca favola, seguendo con gli occhi i gesti eroici di Ettore e non battendo palpebra.
Ah, bello!... Ah, perbacco,  bello davvero! esclamava di tanto in tanto. E allora, allora?...
Allora, proprio quando i duellanti stavano per mettersi in guardia, l'uscio s'aperse ed entr il principale seguto dal direttore del magazzino.
Lei, disse a Ettore, verifichi questo mucchio di fatture, e poi aiuti il direttore a ordinare il campionario arrivato oggi. Sar bene che scendano in magazzino, per far pi presto. Lei, Rottoli, scriva quattro o cinque lettere alle ditte che ho notato qui. Sa, scriva precisamente ci che le dissi ieri. Voglio veder la minuta, prima.....
Si guard intorno, e aggiunse:
Che fumo!.... Lei ha una pipa che d fumo rancido!
Ed usc, chiudendosi la porta alla spalle.
Fumo rancido! disse Ettore Marracci, guardando la pipa, che teneva ancora in mano.  la prima volta che si dice un'insolenza a questa pipa: la prima volta in vent'anni di servizio! Ci voleva lui a scoprire anche il fumo rancido! Che ne dice, signor direttore?
Il direttore, un tedesco alto e biondo, sorrise con discrezione.
Di', Marracci, interruppe Paolo Rottoli. Me la devi raccontare, sai, la storia del duello.... Andiamo a pranzo insieme stasera? Cos potremo discorrere....
Va bene.
Paolo Rottoli, consolato, si mise a scrivere la minuta delle lettere, ed Ettore Marracci caric nuovamente la pipa per soffiare tutto il fumo che i suoi polmoni eran capaci di cavarne.
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Capitolo 5.
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Andarono a pranzo insieme, nella solita trattoria di via Frattina. Paolo ebbe tempo di udir da Ettore i racconti che gli piacevano, perch una volta avviato, il Marracci fece prodigi di fantasia e i colpi di spada, di sciabola e di pistola piovvero come la grandine. Paolo Rottoli si divert immensamente; alle frutta, egli era persuasissimo d'essere diventato uno spadaccino incomparabile e gettava intorno qualche occhiata piena di minaccia. Aveva passato due ore fra una tempesta di sciabolate imaginarie, e ne usciva con l'animo ringagliardito: sapeva tutto ci che deve sapere un buon duellista; non gli mancava che di veder da vicino una sciabola.
Forse per render omaggio all'arte narrativa di Ettore Marracci, Paolo bevve parecchi bicchieri pi del consueto, distrattamente.
S'alzarono, infine, i due amici, e se ne andarono pel Corso. Eran le nove di sera: la gente sul Corso, fittissima; al caff Aragno, non un tavolino vuoto: un brulicho di uomini e di signore, che Paolo ed Ettore osservarono con attenzione, rasentando l'ultima fila dei tavolini.
Permettimi un momento, disse Paolo. C' il marchese Valli, laggi: lo saluto e ritorno.
Se vuoi trattenerti, osserv Ettore, io me ne vado al caff-concerto.
Bene: ti raggiunger, allora, concluse Paolo, mentre Ettore si allontanava.
Gastone Valli era solo, e centellinava una tazza di caff.
Oh, guarda! egli disse, stendendo la mano a Paolo. Siediti: fammi un po' di compagnia.... Bevi un cognac?... E che c' di nuovo?.... Lavori sempre, tu?...
Ogni volta che Paolo s'imbatteva in Gastone, la cordialit di quest'ultimo gli faceva un grand'effetto, e n'era tutto lieto e confuso. Confuso, perch il problema di esprimere praticamente la sua gratitudine gli tornava al pensiero, e lo angosciava..... Fiori, fiori, sempre fiori!.... Niente altro, per tanto bene che ne aveva avuto!...
Non hai bisogno di nulla? chiese egli improvvisamente a Gastone.
Io? esclam Gastone ridendo. E di che posso aver bisogno?
Dicevo, se non hai da comandarmi qualche cosa, se non posso esserti utile in qualche modo....
Bevi il cognac, via! disse Gastone. Te ne ho avvertito gi che finirai per fare una malattia di questa gratitudine....
Ma ti devo la vita, rispose Paolo calorosamente. Qualche mese addietro, ricordi, non avevo un tozzo di pane....
Gastone lo interruppe con un gesto; i tavolini erano l'un presso l'altro, e si udiva dall'uno all'altro tutto ci che si diceva. Paolo rimase muto; bevve lentamente il cognac; poi bevve dell'acqua.
Ti sei mai battuto, tu? domand poscia a un tratto.
Gastone rise nuovamente.
Che domanda mi fai, oggi!... Mi son battuto, due o tre volte....
Soltanto? esclam Paolo con voce desolata.
Non ho potuto far di pi, disse Gastone, continuando a ridere.
Dev'essere bello, non  vero?
Secondo....
Io ho un amico che si  battuto venti volte, dichiar Paolo, e mi ha detto che la cosa  molto divertente.
Sar un cialtrone, il tuo amico! osserv il marchese Valli.
Paolo stette muto ancora qualche tempo e poi si alz.
Arrivederci, gli disse Gastone. Vieni a trovarmi presto.
Paolo Rottoli se ne and con passo frettoloso, perch voleva raggiungere Ettore Marracci e chiedergli un consiglio. Lo trov seduto in una sala del caff-concerto, sotto la luce intollerabilmente bianca delle lampade elettriche, mentre s'arricciava i baffi e si dava degli atteggiamenti scultorii davanti ad alcune ragazze, che non gli badavano affatto.
Ah, sei qui? egli disse, vedendo Paolo avvicinarsi. E chi era quello scimmiotto col quale parlavi, all'Aragno?
Paolo si ferm di colpo, sbalordito.
Ma come? balbett, impallidendo. Non te lo dissi?  il marchese Gastone Valli, mio compagno di scuola, il mio unico benefattore...
Ettore diede in una risata, si lisci i baffi tra l'indice e il medio della mano destra, e guard intorno, per vedere se si notava la sua posa marziale. Nessuno notava nulla; l'orchestra cominciava il preludio d'una canzonetta.
Scorgendo Paolo ancora in piedi, rannuvolato ancora per l'offesa toccata a Gastone, Ettore diede in un altro scoppio di risa.
Ah,  il tuo benefattore, quel buffo damerino? egli seguit, ad alta voce, perch le sue facezie non andassero perdute. Pare uno stuzzicadenti succhiato....
Ma che hai, tu? disse Paolo, prendendo una sedia e mettendosi di fronte a Ettore, con piglio deciso. Chi ti d il diritto d'insultare una persona che non conosci, una persona come quella?
Era comparsa sul palcoscenico la canzonettista, vestita d'azzurro, con un cerchio d'oro intorno al capo, e lanciava in aria i suoi trilli, dimenando l'anca. Alcuni spettatori intimarono silenzio: Ettore tacque e ingoi un lungo sorso di birra. Ma Paolo non pote reggere, e sottovoce seguit:
 il mio benefattore, capisci? Un uomo raro, un gentiluomo, pieno di bont e di affezione....  stato lui a farmi avere l'impiego con una parola..... Anzi volevo chiederti un consiglio.... volevo domandarti come potrei fare per dimostrargli la mia gratitudine....
Che gratitudine? che cosa vai raccontando? interruppe Ettore, il quale, seccato di non aver potuto attirare gli sguardi delle ragazze, aveva cambiato umore d'un tratto e s'era fatto irascibile. Se t'ha dato l'impiego, che importa? Per quel che gli  costato!...
Silenzio! esclam una voce.
Silenzio, laggi! incalzarono altri.
Ettore Marracci gett un'occhiata al pubblico, e continu tranquillamente:
Cotesta canaglia ricca pu quanto vuole.... E tu non devi gratitudine ad alcuno....
Paolo Rottoli aveva fatto un balzo sulla sedia.
Canaglia? ripet. Tu chiami canaglia il marchese Valli?
Ma s, non te la pigliar calda.... Il Valli o un altro,  sempre la medesima roba; giuocatori, donnaiuoli, cattivi soggetti pieni di debiti, che si dnno il lusso di atteggiarsi a benefattori....
Io ti proibisco.... interruppe Paolo con voce strozzata.
Il tuo marchese Valli dev'essere un mascalzone come gli altri.
Io ti proibisco di parlare a questo modo! grid Paolo, drizzandosi in piedi.
Che cosa avviene laggi? esclamarono alcuni spettatori.
Facciano silenzio....
Metteteli alla porta!... Brava, brava, bis, bis!...
La canzonettista, aveva finito la sua romanza e si ritraeva, inchinandosi, gettando baci, sorridendo. Alcuni giovanotti, attirati dal rumore, si levarono per veder ci che avveniva tra Ettore e Paolo, e fecero circolo intorno al tavolino di costoro.
Che cosa vuoi proibire, pover'uomo? disse Ettore in tono canzonatorio.
Ti proibisco di parlare sconvenientemente delle persone che non conosci.
Ben detto! esclam un giovane, colla sigaretta tra le labbra, il monocolo all'occhio sinistro e le mani in tasca.
E se io continuassi, invece? seguit Ettore, che si vedeva finalmente circondato da un pubblico.
Se tu continuassi, capisci, l'avresti a fare con me! rispose Paolo con un gesto risoluto.
E non dico poco! osserv un altro giovane, che fiutava distrattamente un mazzolino di fiori.
Allora, continuo! fece Ettore Maracci, provocante. E confermo, e proclamo, e attesto che il marchese....
Ma non arriv a pronunziare il nome, perch Paolo, giovandosi del vantaggio che egli, ritto in piedi, aveva su Ettore seduto, lasci andare a costui, fulmineamente, un manrovescio che gli tur la bocca.... Ettore balz dalla sedia, afferrando la tazza di birra.
Ah, si fa seria! esclam il giovanotto dal monocolo, sempre con le mani in tasca. Divideteli, e che la sia finita....
Su, basta, si calmi!
No, prego, mi lascino andare!...
Via, via!... portatelo via!... Non vedete che  ubbriaco?
Lo lascino andare, lo lascino pure: sono pronto a tutto!...
Gli insegner io!...
Che cosa vuoi insegnare?... A chi?... Ma mi lascino, dunque!
Si calmi, si calmi....  un malinteso....
 un manrovescio! osserv il giovanotto dal monocolo....
Fuori, fuori, all'aria aperta.... Il fresco fa bene!...
Ci rivedremo!
Basta.  una pagliacciata.... Ha pagato la birra, almeno?
Trattenuto, spinto, urtato, senza cappello, con gli abiti in disordine, la testa in fiamme, circondato da una diecina di signori che ridevano, commentavano, gli davan ragione, gli davan torto, Paolo Rottoli si trov in istrada come per miracolo, quasi senza toccar terra.... Dall'altra parte, un'altra turba trascinava Ettore Marracci, furioso e minacciante; e il manipolo s'ingrossava di curiosi, che chiedevano dov'era il ladro e guatavano avidamente Ettore, sperando di vederlo con qualche portafoglio in mano.
Salga! salga! dissero alcuni a Paolo Rottoli, fermando una carrozza che passava. Lei ha fatto benissimo: ma ora ci vuole dignit.... Salga, vada a casa, faccia una buona dormita....
Paolo sal in carrozza, diede l'indirizzo, si allontan ringraziando, confuso, intontito, mentre udiva la voce del signore dal monocolo che affermava:
Un ceffone dato non  mai perduto....
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Capitolo 6.
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Un'intera settimana fu consumata prima di poter fissare le norme e le condizioni del duello tra Ettore Marracci e Paolo Rottoli. I padrini dell'uno esigevano condizioni disperate: la pistola, a dieci passi, fuoco a volont; i padrini del Rottoli eran pi miti; pareva loro che, cedendo alle pretensioni degli altri, avrebbero finito col portare a casa due cadaveri; preferivano la sciabola o la spada, scontro senza esclusione di colpi; un duello serio, non una follia macabra. Del resto, c'era il Codice; penale, non cavalleresco; e il Codice penale avrebbe appioppato ai quattro testimoni una memorabile lezione, se avessero agito con tanta leggerezza. Il Rottoli doveva rispondere del suo bel colpo ed era pronto; ma toccava ai padrini impedire un macello inutile....
Ogni sera, verso il tramonto, Paolo Rottoli ascoltava la narrazione esatta e minuta delle trattative, e ogni sera sbuffava..... Ah, un bel divertimento davvero, stare per due, per tre, per quattro giorni in attesa di scendere sul terreno, e non venirne mai a capo!
Accettate la pistola, il fucile, la dinamite, purch la si finisca! Che gli altri non abbiano a credere ch'io abbia paura!...
No, no, adagio, osservava uno dei suoi amici. La tua vita e il tuo onore sono in mano nostra, e noi dobbiamo averne cura.... tu capirai....
E quasi non fossero bastate le discussioni tra padrini e padrini, imperversava una discussione, ogni sera, tra padrini e primi.
A furia di discutere, per, i testimoni di Paolo riuscirono a ottenere la sciabola invece della pistola; sciabola e guantone, un bel duello serio; cessazione dello scontro solo in caso di assoluta impossibilit d'impugnar l'arme.... E cominciarono a girare in carrozza, per cercare il terreno, nei dintorni della citt; poi le armi, poi i medici....
Paolo Rottoli, sbollite le prime impazienze, era ormai calmo. Andava da un maestro di scherma, ogni giorno dopo le ore d'ufficio, e tirava colpi all'impazzata, sbuffando e saltabeccando. Il maestro voleva insegnargli il solito colpo al braccio col salto indietro, ma Paolo non ne capiva nulla; faceva il salto prima di tirare il colpo, o tirava il colpo e rimaneva poi immobile; o calato un fendente spettacoloso, tagliava l'aria e perdeva l'equilibrio.....infine si ricord che nel duello era prescritto il guantone; e il maestro si sforz allora a spiegargli qualche altra mossa elementare, con uno stesso ed unico risultato.... Paolo correva, dietro la sua sciabola e se per caso non incontrava, l'avversario, tentennava come un ubbriaco e arrischiava di cader fra le braccia del maestro. Solo frutto di quelle lezioni fu un terribile dolore alle gambe, pel quale Paolo camminava adagio, facendo smorfie ad ogni passo.
Ma tolte queste piccole miserie, egli era felice. Il caso gli aveva offerto ci ch'egli andava cercando con tanta trepidanza, da mesi. Un duello per difendere la riputazione del suo amico e benefattore: la vita arrischiata per lui, senza dirgli nulla, senza fracasso, nobilmente e modestamente!... Quale miglior prova d'una gratitudine sincera? Quale pi bel dono?... Paolo si riprometteva di raccontar tutto a Gastone, quando la vertenza fosse stata chiusa; e sentiva di poter respirare ormai liberamente, d'essere un uomo onesto e grato, un amico vero.... Infine, gli scrupoli ond'era di continuo afflitto, svanivano repentinamente, come avesse pagato il debito pi formidabile della sua esistenza oscura.
Fra tanti pensieri lieti, gli restava qualche inquietudine sul suo avvenire. Comunque la vertenza si fosse chiusa, bisognava abbandonare l'impiego, perch Ettore Marracci era pi anziano di lui e il proprietario del magazzino non avrebbe mai consentito a disfarsene; n egli poteva vivere nella stessa camera, a fianco del suo nemico....
Aveva avuto gi, qualche dispiacere, perch il proprietario sapeva del prossimo duello, Ettore Marracci ne parlava dovunque e a chiunque, e aveva minacciato di congedare immediatamente i due spadaccini.
Buffonate! sciocchezze! I miei commessi che si battono!... Non s' mai visto niente di simile!... Pensino a guadagnarsi il pane!... Son cose da studenti ubbriachi!... Quale fiducia posso io avere in questi due matti scatenati? Li mander al diavolo, e si batteranno con la fame, senza guantone!...
Paolo stava zitto; Ettore bestemmiava, borbottando:
Se quel rospo non la finisce, lo piglio a calci....
 un disonore per la mia ditta, seguitava il padrone, e diventeremo ridicoli tutti quanti! Io vendo le stoffe, e non voglio pagliacci in casa: qui tutti devono essere serii....
Se non la finisce, interruppe Ettore senza alzare il capo, quasi parlasse da solo, se non la finisce, stavolta lo piglio a calci....
Il padrone ud, e non aggiunse pi parola.
Mentre duravano le trattative interminabili fra i padrini, Paolo Rottoli s'incontr un giorno con Gastone Valli.
Che c'? chiese quest'ultimo, parendogli che Paolo fosse impacciato e timido.
Nulla. Sto bene; tutto va bene! rispose Paolo con un sorriso enimmatico.
Diventi strano.... Che cosa stai tramando?
Nulla, ti dico....
Poi, di repente, Paolo aggiunse:
Gastone, credi tu alla mia amicizia? Credi alla mia affezione?...
Ci siamo! esclam Gastone; ridendo. E perch dovrei dubitarne? Sono certo che mi vuoi bene. Ma tu ne farai una malattia: te l'ho detto, devo dirtelo ogni volta che ti vedo....
Ti preparo una sorpresa: una grossa, una bella sorpresa! esclam Paolo, con gli occhi luccicanti. Non te l'aspetti: resterai a bocca aperta!...
Bada che non voglio regali!...
Regali? disse Paolo con una risata. Altro che regali! Vedrai, sentirai, uno di questi giorni....
E stesa la mano all'amico, Paolo se ne and, svelto, allegro. Gastone rimase un poco a guardarlo, mentre Paolo s'allontanava tra i passanti e le carrozze; e un'invincibile, un'incomprensibile malinconia lo prese ad un tratto.
Forse ho fatto male, pens, mentre si avviava verso casa, ho fatto male ad aiutarlo. Mi sembra impazzito davvero, poveretto!
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Capitolo 7.
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La snella e graziosa. Jeannette aveva invitato a pranzo alcuni amici con alcune amiche, in casa sua. C'erano Gastone Valli, il giovane avvocato Golfi, il commendator Vigliotti, il conte Tomeini; e tra le donne, oltre Jeannette, una allegra cantatrice da caff-concerto, che si chiamava Pablada, una giovane russa che si chiamava Tatiana Ivnovna Karpova, una piccola e impacciata giapponese che si chiamava Kolousa Mahikma....
Sapristi, disse Gastone, entrando nel salotto e inchinandosi alle fanciulle, che diavolo di lingua parleremo?
Io propendo per il giapponese, osserv l'avvocato Golfi. Non c' nulla che ti faccia venir l'appetito quanto il giapponese.
Permettetemi di rilevare, Jeannette, seguit Gastone, che in questa corona di bellezze avete totalmente dimenticata l'Italia.
Tutte le vostre donne sono virtuose, disse Tatiana Karpova. Vi avrebbero annoiato.
Ulul, gulul, palip, turutut, cominci l'avvocato Golfi.
Mio Dio, che cosa fate? esclam Jeannette. Vi sentite male?
No, sto benissimo, cara. Parlo giapponese.
La piccola Kolousa Mahikma, vestita d'un abito di raso giallo, rideva....
Non  vero? seguit l'avvocato. Voi, Kolousa Mahikma, dovete aver capito benissimo. Che cosa ci date da mangiare, Jeannette? riprese poscia. L'ultima volta che sono stato con voi a pranzo, ho mangiato malissimo.
C'est la faute  Gaston, disse Jeannette.
C'est la faute  Voltaire, comment l'avvocato. Dacch Gastone  vostro amico, io noto che i vostri pranzi abbondano di pepe. Pepe dovunque; se ne esce con la bocca in fiamme. Perch tanto pepe, mio Dio?
Il commendator Vigliotti, grassoccio e prudente, rideva in silenzio; e il conte Tomeini, un lungo e magro giovane vizioso, guardava l'avvocato Golfi, con espressione di lieve disdegno.
C' un duello, oggi! egli disse, volgendosi a Pablada.
Due vostri amici? chiese la cantante.
No. Due ignoti.... Ma dovete ricordarvi, voi, il tafferuglio che avvenne nella sala, poche sere sono, mentre cantavate?
 vero, disse Pablada. Si sono picchiati, mi pare?
Rettifico, interruppe l'avvocato Golfi. Io ero presente, perch io sono sempre presente ai tafferugli.... Non si sono picchiati. Ci fu un piccolo uomo, alto (perdonate Kolousa Mahikma, se io oso compararvi a terrestre creatura), alto come Kolousa, che diede un potentissimo ceffone a una specie di colosso antipatico.... L'uomo piccolo deve a me, a me solo, se il colosso non gli restitu il manrovescio.... Io, veramente, non ho fatto nulla, perch avevo le mani in tasca e la sigaretta in bocca; ma nei tafferugli io prendo sempre il comando; e comandai di separare i due contendenti, e poich non avevo alcun diritto a comandare, fui obbedito....
Li avrebbero separati lo stesso, via! disse il conte Tomeini.
Chi lo dice?.... In fin dei conti, il colosso aveva diritto alla replica.... Ma voi sapete com' la folla: una voce gettata l per l imprime alla folla un moto, d il pensiero, fa agire....
Credo, che il Manzoni dica qualche cosa di simile, nei Promessi Sposi, osserv il commendator Vigliotti.
Ne ho piacere, per il Manzoni, rispose l'avvocato Golfi. In ogni modo, i contendenti furono separati, e il piccolo uomo ebbe la fortuna di non venire a contatto col suo avversario. Era svelto, il mostriciattolo! Io lo accompagnai fino a una carrozza, elogiandolo per la sua condotta energica, e in tal modo si strinse amicizia.
Ma chi era? domand Jeannette.
Questo, poi, non so. So che nel tafferuglio perdette il cappello, e che la cosa gli spiaceva molto.... Ora tu dici che si battono?
Devono essersi battuti gi, rispose il conte Tomeini. Lo scontro era fissato per le due, oggi....
Ah, che cosa bella, che bella cosa! esclam Tatiana Ivnovna. Se io fossi uomo, mi batterei tutti i giorni....
E fareste una sciocchezza, amica mia, proprio come se foste donna!
Ormai, non ci si batte pi, disse Gastone, perch s' scoperto che chi ha ragione resta morto; e tutti credono d'aver ragione, ma nessuno intende morire.
Allora, osserv l'avvocato Golfi, il mio piccolo uomo del caff-concerto dovrebbe avere ammazzato, gi a quest'ora, il suo colossale nemico.
Aveva torto, il piccolo? chiese Gastone.
E come no? Ti pare un metodo commendevole quello di pigliare a schiaffi chi non la pensa a tuo modo?
In quel momento, una graziosa cameriera dal visetto furbo e dagli occhi nerissimi entr senza cerimonie nel salotto, recando a Jeannette i giornali.
Lasciatemi vedere, disse l'avvocato Golfi, avvicinandosi a Jeannette. Ci sar qualche notizia del duello....
Perch te ne occupi tanto? domand Gastone ridendo.
Che vuoi? rispose l'avvocato, mentre spiegava lentamente un giornale, ho preso affetto a quel piccolo sconosciuto, e vorrei sapere come se l' cavata....
Bene, bene, disse il conte Tomeini, con un sorriso, tutto bene: i duelli servono da salassi, ormai....
Alt! esclam l'avvocato Golfi. State ad udire!... Ho trovato!... Perbacco! Altro che salassi!... Oh, ma guarda!...
Sedette, e mentre gli altri tacevano, lesse rapidamente:
Duello mortale. All'ora d'andare in macchina ci si avverte che un duello alla sciabola  avvenuto oggi, fuori Porta Salaria, alla Villa Azzurri, tra i signori Ettore Marracci e Paolo Rottoli....
Che? grid Gastone, alzandosi in piedi di scatto. Paolo?...
Paolo Rottoli, ripet l'avvocato, guardando Gastone con meraviglia.
D qua, d qua, disse Gastone, strappando quasi il foglio di mano all'amico; poi, volgendosi a Jeannette: Sai, Paolo Rottoli, tu lo conosci, devi rammentartene?
Mais oui, sans doute, rispose Jeannette. Il a t  diner chez toi, je me rappelle, quelque fois.
 un mio caro, un mio eccellente amico, seguit Gastone, rivolto agli altri, che stavano silenziosi.
Continu a leggere, febbrilmente:
... tra i signori Ettore Marracci e Paolo Rottoli, ambedue impiegati presso la Ditta Costantini. L'esito fu pur troppo letale: al secondo assalto, il Rottoli toccava una larga ferita alla gola, per la quale spirava quasi immediatamente fra le braccia dei padrini.... Daremo domani pi ampii particolari, che l'ora tarda non ci consente....
Mais c'est terrible, esclam Jeannette.
Gastone rimaneva immobile, nel mezzo del salotto, senza poter trovare parola....
Perch? disse a un tratto, quasi parlando a s stesso, perch s' battuto? E non mi ha avvertito!... Io avrei potuto giovargli....
Le parole pronunziate da Paolo Rottoli l'ultima volta che s'era incontrato con lui gli tornarono alla memoria; e repentinamente, decise di sapere, di raccogliere notizie....
Addio, Jeannette, egli disse stendendo la mano alla giovane. Me ne vado. Voi perdonatemi, amici.  un vero lutto, per me: non potrei rimanere pi oltre.... Vi lascio....
Tutti erano in piedi, e silenziosi. L'avvocato Golfi accompagn Gastone fino alla porta.
Ah, c'est un grand malheur pour Gaston! disse Jeannette, rattristata, quando il marchese Valli fu uscito. Il aimait trop ce petit homme.
Ce petit homme? ripet l'avvocato Golfi. Dunque era il piccolo?.... Io non osava chiederlo.... Il mio piccolo uomo  morto!... Ed era cos simpatico!...
Oui, il tait bien gentil, le pauvre. Il m'envoyait toujours des fleurs.... Il avait une rligion pour son ami.... Il tait vraiment trop comm'il faut.... Et voil pourquoi il vient de mourir!
E cos dicendo Jeannette, con gli occhi lucidi di tenerezza, s'appoggi al braccio dell'avvocato Golfi, invitando con un gesto i commensali a passar nella sala da pranzo, ove un magnifico banchetto e magnifici fiori li attendevano....
...
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FINE.
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I GIOIELLI.
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Erano parecchi anni ch'io non vedeva il mio amico Luigi Ulivieri. L'avevo lasciato a Milano, all'uscire dall'Universit di Pavia, laureato in legge, povero, ardente, in preda a desiderii sconfinati; e, condotto io stesso a traversar tutta l'Italia, dal Nord al Sud, per una di quelle raffiche della vita che vi obbligano a mutare stanza con l'illusione di mutar destino, non ne avevo udito parlare pi. M'era restata di lui una memoria incerta: in alcuni episodi della mia esistenza egli aveva una parte secondaria, in altri una parte comica; mi pareva di ricordarmi ch'egli fosse proclive ai piaceri: il suo volto pallido e ardito non si separava nella mia mente dalla imagine di luoghi, ai quali la medesima sete di godimenti aveva guidato me pure. Poi, a poco a poco, insieme col sopravvento di nuove idee, e con lo svolgersi d'una vita nuova, Luigi Ulivieri erasi come allontanato da me, ed io non era tornato pi a lui col pensiero.
Una sera, a teatro, prima che cominciasse lo spettacolo e mentre io stava in piedi tra una fila e l'altra di poltrone, guardando col binocolo il pubblico femminile che gremiva i palchi, Luigi Ulivieri entr in platea e mi venne incontro con la mano tesa e aperta. Non aveva mutato in nulla: e forse ero io stesso poco mutato, a giudicare dalla sicurezza con la quale mi riconobbe e mi diede un abbraccio.
Sono contento egli disse tranquillamente di rivederti. Ho la poltrona a fianco della tua. Tutte le fortune! aggiunse con un lieve sorriso, mentre prendeva posto: poi, cavando da una tasca il binocolo e ripulendone le lenti col fazzoletto profumato, soggiunse: Canta bene cotesta Lucilla Denise?  una bella ragazza? Mi dicono che sia superba e capricciosa.... Ci dev'essere qualcuno che la guasta. Ne sai nulla, tu?
Io guardava stupito il mio vecchio compagno di scuola: era molto elegante, accurato senza esagerazioni, e parlava con una volubilit leggermente sarcastica, fuggevolmente ironica, la quale mi pareva nuova, non mai sospettata nel povero e bramoso studente di legge.
Prima che di Lucilla Denise io gli osservai, sedendogli al fianco vogliamo parlare di te? Da dove vieni? Che cosa fai? Chi sei?... Non  indiscrezione domandare che t' avvenuto in questi ultimi anni?
Che! Indiscrezione?... Ma con tutto il piacere....
E mentre borbottava qualche parola breve contro un signore e una signora che, dovendo recarsi a occupar le poltrone a capofila, l'obbligarono a togliere il cappello dall'appoggio della poltrona che gli stava innanzi, mi si volse e mi sorrise con simpatia.
Ti dico tutto in due parole... soggiunse.
Ma in quell'istante, l'orchestra cominci il preludio e dovemmo tacere. Al levarsi della tela, il mio amico pot ammirare Lucilla Denise, tutta chiusa in un'armatura corrusca, la quale dava al busto ricco della giovane artista un luccicho sfolgorante, come dal suo seno ad ogni gesto sprizzassero faville e balenassero lampi. Luigi non ne fu soddisfatto e s'interess poco della donna e dell'opera. Solo quando fummo, durante l'intermezzo, nell'atrio, egli mi disse le due parole della sua storia.
Non aveva mai pensato a percorrere la carriera della magistratura o ad aprire uno studio d'avvocato: grazie ad alcune amicizie cospicue di suo padre, s'era dato agli affari, trattando i quali con attivit febbrile, quasi rabbiosa, aveva stretto per conto suo altre amicizie importanti ed utili: e a poco a poco, soffiandogli un vento favorevole, era venuto il giorno in cui la casa Malon e Bivre di Parigi gli aveva confidato la rappresentanza unica per l'Italia e l'Oriente. La Casa Malon e Bivre commerciava in gioielli e pietre preziose: ogni anno aveva un movimento d'affari per trenta o quaranta milioni....
Nel mentre enunciava queste cifre, io diedi un'occhiata di sbieco a Luigi Ulivieri; era tranquillo e semplice: in poco tempo s'era abituato ai milioni, come in pochi giorni a Pavia s'era abituato a non pagar mai il conto del trattore. L'uomo  davvero una bestia d'adattamento.
Egli viaggiava ora sempre con un campionario e spesso con della merce che rappresentava somme le quali, accennate appena, dieci anni prima, lo avrebbero fatto scoppiar dalle risa, come all'udire il nome di qualche favoloso animale preistorico di cui si ammette l'antichissima esistenza per far piacere al pedagogo e per superare l'esame di storia naturale.... Quaranta milioni! Cinquecentomila lire! Centomila lire! Ottantamila rubli!.... Diecimila sterline!.... Quante volte, da studenti, ci eravamo gettati in faccia queste cifre rotonde, quasi ad insultare i nostri piccoli debiti, piccoli e tuttavia rimasti sempre debiti!... Ora Luigi Ulivieri non aveva che a cavare un tiretto da un certo suo scrigno per vedere adagiati nella bambagia, terribili e indifesi, rutilanti e muti, i gioielli che rappresentavano, se non quelle cifre di sogno, qualche cosa di molto prossimo a tanta ricchezza.... Ed egli era pacifico, ardito, fresco, svelto, come quando non trovava due lire a prestito per comprar la legna e per riscaldarsi un poco a una buona fiammata.
Vieni da me uno di questi giorni egli concluse, gettando la sigaretta mentre lasciavamo l'atrio e ti mostrer il mio campionario. Forse ti piacer veder tante luci e tanti colori.... Non ne caverai nulla per la letteratura, ma un grosso diamante val bene un'idea, e un enorme rubino pu divertire quanto un romanzo....
Io sorrisi per quella impreveduta comparazione, ma tacqui. Squillava il campanello elettrico, avvertendo che stava per cominciare il secondo atto, e rientrammo in teatro. Assistendo allo spettacolo, io mi diceva che alcuni anni prima, Luigi Ulivieri avrebbe divorato con lo sguardo quella giovanetta, Lucilla Denise, ch'era bellissima. Luigi sembrava invece annoiarsi e non badava punto alla giovane: andava arrotolando e spiegazzando il programma e gettava qua e l sguardi distratti mal soffrendo l'obbligo di tacere. Pensai che con la conquista dei gioielli, cos lontani da lui un giorno, altre ne avesse fatte, d'altro genere, e che avesse perduto quell'entusiasmo, cos comico e pure cos caramente semplice, ch'egli esprimeva in giovent per ogni donna bella ed elegante.
Negli intermezzi mi raccont altri particolari della sua vita, si dilung sulle impressioni d'un suo primo viaggio in Oriente, mi diede qualche notizia di condiscepoli scomparsi, seppelliti in qualche angolo di provincia o su in qualche montagna, come medici condotti. Alla fine dello spettacolo, ci lasciammo, egli per tornare all'albergo, io per correre a casa a terminare un articolo.
Ma quella notte mi si affacci pi volte alla mente il pensiero di lui. Non trovavo naturale ch'egli vivesse fra tante ricchezze: il sospetto che mi avesse ingannato per millanteria mi venne e lo respinsi: potevo sincerarmi delle sue parole non appena mi fossi recato a trovarlo. Dovetti convenire nello stesso tempo che non v'era nulla di straordinario in quanto m'aveva raccontato Luigi Ulivieri; qualcuno doveva pur commerciare in gioielli e pietre preziose: e questo qualcuno era lui. Nulla di pi semplice. Quanto al suo carattere scapato, alle sue tendenze goliardiche, alle sue ingenuit poetiche, le quali cose m'eran parse da principio un grave ostacolo a un'occupazione pratica e seria, ormai l'avevo visto, era un altro uomo: sopra il fondo immutabile della sua anima eran fiorite certe facolt, che si indovinavano attraverso la sua persona: la calma, la sagacia, l'ordine, il trionfo del buon senso, in una parola, si scorgevano nei suoi modi, nella maniera di vestire e di esprimersi.
Alcuni giorni pi tardi, andai a trovarlo. Egli occupava una camera e un salotto all'Hotel Continental: era in casa: salii al secondo piano, accompagnato da un servo che buss all'uscio. Il sole era tramontato da poco e, come eravamo in dicembre, l'ombra era calata subito; per me che venivo dalla strada ancora sufficientemente illuminata, il salotto di Luigi Ulivieri parve quasi immerso nell'oscurit: la figura del mio amico che mi veniva incontro salutando, io la distinsi, pi che per altro, per abitudine.
Rimanemmo un istante in piedi a parlarci, e girando gli occhi intorno mi sembr di scorgere in un angolo del salotto un'ombra pi fitta nella penombra: pareva una figura di donna immobile, adagiata in una poltrona.
Luigi gir un bottone e la camera si rischiar d'un colpo: allora vidi bene che non m'ero ingannato: in una poltrona, realmente, stava seduta una giovane, vestita di grigio, pallida. Ella ci fissava. Luigi si rivolse, e me la present:
La signorina Magda Philips.
Fu una presentazione distratta: Luigi pronunzi il nome con la stessa indifferenza con cui avrebbe detto: quella  una poltrona Luigi 15!.
Io m'inchinai: la signorina fece un lieve cenno col capo; ma la sua presenza m'impacciava. Chi era? Da dove era sbucata? Che lingua parlava? Quali vincoli la stringevano a Luigi? E nel mentre discorrevo col mio amico, i miei occhi cercavano involontariamente gli occhi di Magda per vedere s'ella s'interessava della conversazione; non un gesto, non un batter di palpebre indicavano ch'ella, pure fissandoci, prestasse la minima attenzione alle nostre parole. Era molto bella; su ci non pareva potesse cader dubbio.
Luigi si alz dal divano dov'era seduto e si rec nella camera attigua. Era la sua camera da letto? La sua, o di ambedue?
Piacciono a lei i gioielli? mi disse improvvisamente la giovane, pronunziando con un forte accento serrato le poche parole.
S, ma non da vedere.
Da prendere, allora? ella interrog, facendo un breve gesto come di chi afferra qualche cosa in aria: e rise.
Da comperare, se  possibile, risposi. E a lei, signorina, piacciono?
Magda si strinse nelle spalle e fece una piccola smorfia di spregio. In verit, ella non ne aveva bisogno; guardandola fisso, mi accorgeva della delicatezza di quel volto pallido, di quei capelli biondo-cenere, di quei grandi occhi neri, di quelle sottilissime sopracciglia; un insieme squisito, voluttuoso.
Quando Luigi rientr con uno scrigno, Magda si lev dalla poltrona: era pi alta della media e dalla spalla al fianco una linea elegante segnava le sue forme. Ci stese la mano e senza dir parola usc dal salotto: il suo passo si spense quasi immediatamente sul tappeto del corridoio.
Ecco uno dei miei piccoli tesori! disse Luigi, ancor dritto innanzi a me, tenendo nelle mani lo scrigno.
Non so come, io credetti ch'egli alludesse alla fanciulla e i miei occhi si volsero alla porta che si era chiusa.
Ma no! fece Luigi sedendosi e mettendo lo scrigno sulle ginocchia. Questo,  uno dei miei tesori! Che ti passa pel capo? Quale tesoro potrebbe essere una donna? In questo solo scrigno e l'aperse e vidi sul fondo del coperchio in raso nero la scritta a lettere d'oro: Malon et Bivre, Paris ci son tutte le donne che tu voglia, perch una, perch due, perch dieci di queste pietruzze ti fan cadere ai piedi una, due, dieci donne....
Cos dicendo raccolse nella mano una diecina di diamanti corruschi e li fece danzare un poco sul cavo, sorridendo. Usciva da quella mano un dardeggiare di lampi, come una fontana di luce iridata, con riflessi turchini, cromo, rossi, che s'incrociavano e parevano sovrapporsi l'un l'altro. Poi Luigi vers quella ricchezza gelida e luminosa nella mano mia, ed io toccai ad una ad una le pietre con l'indice della sinistra.
Il pi grosso soggiunse Luigi vale ventimila lire; il pi piccolo duemila..
Dunque interruppi sei certo che io tengo in mano la virt di dieci donne?
Forse d'una sola egli rispose se  molto avida e testarda. Ma credi a me: in generale, basta il pi piccolo.
Non credo, dissi. Ci son delle donne che respingerebbero tutto il mucchio.
Saranno stupide, concluse Luigi tranquillamente: e porse lo scrigno perch vi deponessi i dieci diamanti. Del resto, seguit, aprendo un secondo tiretto, a quella prima tentazione, si pu aggiungere questa, la tentazione dei rubini.... Parmi non ci sia male.... Che ne pensi? Guarda: ce ne son trenta, infocati, veri carboni accesi, vere fiamme peccaminose, veri occhi di bragia.... Questo  enorme: costa quasi come un diamante della stessa grossezza.... Eh? La virt della tua Penelope comincerebbe a vacillare, non ti sembra? Dieci diamanti e trenta rubini, che superbo monile intorno ad un collo d'alabastro, sopra un petto di neve!... Parlo bene?... Sono letterario anch'io?
Frasi di cinquant'anni addietro! mormorai sorridendo.
Non importa. E se alla sinfonia dei rubini facesse eco l'a solo dei topazi? Guarda, qui: par vino di Xeres chiuso in un cristallo!...
Ora andiamo meglio, con le frasi, dissi, chinandomi a guardare i topazi, adagiati sul raso d'un secondo tiretto.
Si migliora, si migliora sempre! continu Luigi, che pareva accendersi della luce di tante dovizie. Arrivata ai topazi, la tua Lucrezia sviene... Ce ne sono venticinque, cos belli che vi si metterebbe il dente come a frutti acidi e sugosi.... Sono letterario?
Acidi e sugosi, ripetei. Limoni!
E da ultimo, riprese il mio amico, allungandomi innanzi il terzo tiretto, eccoti un coro: c' di tutto, zaffiri, smeraldi, turchesi, acque marine, coralli, e perfino le timide ed economiche ametiste. Vedi che colori! La tua Cornelia madre dei Gracchi ci ficcherebbe un ditino, qua dentro, e poi una manina, e poi le due manine, e poi, addio virt!... Ma lasciamo queste sciocchezze. Voglio mostrarti i monili di perle, e poi l'oro, l'oro volgare e villano, brutale e turpe: quel caro oro, cos maleducato e cos utile.... E poi i gioielli, i gioielli lavorati da artefici sapienti.... Sono letterario?
Io rimasi pi di due ore con Luigi ad aprire scrigni, a guardare, a palpare le pietre ed a tastar metalli. Ne uscii stanco, stanco di occhi e di spirito: da ultimo mi pareva che di quegli oggetti si dovessero foggiar gettoni per il gioco, o che si potesse disperderli, abbandonarli, buttarli in un angolo della camera e sotto i mobili. A furia di veder diamanti e perle, perle e rubini, rubini e zaffiri, zaffiri e topazi, e oro, oro, oro, avevo perduto la nozione esatta del loro valore, e respirai quando Luigi chiuse l'ultimo scrigno nella piccola cassa forte della camera da letto.
Essendo ormai l'ora di pranzo, egli mi trattenne, e scendemmo nella sala a pian terreno.
A dispetto dei gioielli e delle parole del mio amico, la pi forte impressione di quella giornata consisteva per me nell'apparizione di Magda Philips: mi pareva, sinceramente, il pi bel gioiello della raccolta, un gioiello vivo, vibrante, animato, caldo, e la luce profonda di quegli occhi valeva bene il raggio d'un diamante, il fuoco d'un rubino. A tavola, la rividi: sedeva di fronte a noi e aveva ai fianchi due signori francesi, che gareggiavano di attenzione, senza ottener da lei se non un ringraziamento di semplice cortesia, o anche meno, un cenno del capo. Scambiammo poche parole, e mi accorsi ch'ella teneva gli occhi fissi sopra Luigi, fissi e tristi e inquieti. Luigi non pareva avvedersene, chiacchierava con me rapidamente: doveva partire per Costantinopoli indi a otto giorni e mi descriveva l'Oriente con l'entusiasmo d'un artista. Solo in quel breve istante riconobbi la sua indole, e mi sembr che un soffio della giovinezza lontana ci alitasse in viso, facendoci sperare in molte cose buone e felici, che non avrei saputo esprimere.
Magda s'era fatta scura, a quel discorso, e al finir del pranzo usc dalla sala rapidamente.
Noi passammo nell'atrio, ov'eran disposte attorno a tavoli di giunco molte graziose poltrone e seggioline leggiere: gli altri commensali erano usciti pel teatro, o s'erano appartati nella sala di lettura, e nel salotto dei fumatori.
Che strana donna! esclam Luigi. Sai che mi tiene il broncio per i miei gioielli?... Ora che l'hai vista bene, posso confessarti una cosa, la quale, detta prima e da me, sarebbe parsa una sciocca vanteria. Hai visto come mi fissa, come mi scruta? Non credere a un romanzo: si tratta d'una cosa molto semplice, perch miss Magda Philips  americana, e in America tutte le cose sono semplici.... Costei s' messa in testa di sposarmi; non l'ha detto, ma si capisce: tutti i giorni viene a trovarmi, su, nel mio salotto, e sta delle ore a discorrere: mi ha raccontato la sua vita;  orfana, benestante senz'essere ricca, ha ventitr anni ed  innamorata dell'Italia.... Hai mai scoperto un'americana non innamorata dell'Italia?... Credo sia una professione, a New-York, e ce lo dicono come se noi dovessimo esser loro gratissimi, come si trattasse d'un'eccezione per noi, come se noi fossimo il Duomo di Firenze o il San Marco di Venezia. Io, davvero, me ne infischio.... Ora, costei vorrebbe essere mia moglie, e fin qui nulla di strano: io posso valere un altro; ma odia i miei gioielli, le mie pietre preziose, il mio commercio, la mia vita, infine.  una gelosia.... minerale, un genere nuovo, che ti raccomando. Forse si tratta di questo: che ella soffre al pensiero ch'io debba avvicinare continuamente donne e che le donne possan farmi l'occhiolino per ottenere qualche agevolazione sul contratto....  pazza, insomma: ha sciupato almeno tre o quattro giorni a convincermi che un uomo rispettabile non deve vivere dei proventi d'un commercio vano e leggero, e non deve spinger gli altri a comprare simili cose inutili: io, secondo lei, ho racchiuso in alcuni scrigni un valore sufficiente a salvare molte anime dal delitto e dal peccato, e ci  male, perch vendo questi oggetti senza nemmeno sapere s'essi non serviranno a tentare una fanciulla, a compensare una colpa, a tradire un amico, a ottener da una donna per vanit ci che non darebbe per amore.... Una tesi cos originale s'impugna facilmente, e per tre giorni io mi sono sforzato a dimostrargliene l'assurdit: invano!... se almeno l'amassi, potrebbe mettermi al bivio: o lei o i gioielli; ma poich non l'amo, scelgo i gioielli senza fatica.... Mi piace molto: non voglio fingere un'indifferenza che mi farebbe torto. L'hai vista bene?...  deliziosa; mi piace molto, ripeto, ma da questo a sposarla e a rinunziare alla mia professione!... Tu mi capisci!...
Magda passava nell'atrio, mentre Luigi pronunziava le ultime parole a voce bassa. Ella camminava lenta, avviluppata in un mantello, dal cui margine superiore uscivano il bel collo e la testa pallida e dolce. La fanciulla entr nella sala di lettura, e poich la portiera era alzata, sedette presso la tavola in modo da vederci: prese un giornale e parve occupata a leggere.
Ma osservai come pu ella credere che tu lasci da oggi a domani una professione? E che faresti poi? Di che vivresti?...
Ella ha la risposta pronta, e non  cos assurda come la sua tesi. La Casa Malon e Bivre  conosciutissima anche in America: io lavoro per questa Casa da circa sei anni e gli azionisti sono molto contenti di me. Quando io lasciassi questo commercio per mia volont, non sarebbe difficile ottenere dalla Casa medesima, che  diretta da persone serie, tali raccomandazioni da poter collocarmi subito presso una Ditta che abbia affari diversi, fors'anco a Nuova-York stessa, poich parlo bene l'inglese.
E tutto questo per sposare la signorina?
N pi, n meno.
La quale ti ama? soggiunsi.
Non saprei spiegarmi in altro modo la sua condotta.
Mentre tu non l'ami?
Ti dico la verit: non ne ho tempo.... Mi piace: sarebbe una magnifica amante; ma tu sai quanto tempo fa perdere una passione.... Se si potessero far le cose veramente all'americana, e aggiungere ai miei scrigni anche questa bella ragazza, e trascinar tutto meco nei miei viaggi, e lasciarci poi quando fossimo stanchi l'uno dell'altra, non avrei esitato....
Hai avuto il coraggio di dirle questo? esclamai.
Che vuoi? Sar il commercio che mi ha guastato, ma come io ho sempre fretta, non so pi far perifrasi e adoperare eufemismi... Le ho detto che la sua bellezza  straordinaria, che il suo amore mi attrae, ma che non posso rinunziare a nulla, n per il suo amore, n per la sua bellezza, e che vorrei avere tutto senza mutare cosa alcuna alla mia vita e al mio avvenire.
E non ti ha messo alla porta?
Sarebbe stato difficile rispose Luigi sorridendo perch le dicevo questo in casa mia, nel mio salotto.... Del resto, non s' punto offesa:  abituata ella pure a veder chiare le cose; mi ha risposto che quanto le dicevo era naturale, poich  bella e non ha famiglia e sa di piacere molto; ma che non vuole essere mia amante, perch ci  sciocco e sconveniente....
E cos?...
E cos, ecco tutto; ella viene a trovarmi, discorriamo amichevolmente, non andiamo d'accordo in nulla, e... fra otto giorni m'imbarco....
Alzando il capo, vidi Magda ritta sulla soglia della sala di lettura; dietro lei, la luce delle lampade elettriche formava uno sfondo candido circoscritto dal rettangolo della porta; e la bella figura ammantata aveva qualche cosa di irreale, vista cos sul limitare di quella luce. Ella ci guard un istante, poscia rientr nella sala e non si mostr pi.
Credo desideri parlarti, dissi, levandomi e avviandomi allo spogliatoio ove avevo lasciato la pelliccia. Ella sa che tu stai per partire?
L'ha udito oggi a pranzo, per la prima volta.
Ecco perch vorr parlarti....
Scambiammo ancora alcune frasi, e mentre mi congedavo, Luigi soggiunse:
Vieni a trovarmi presto. Forse avverr qualche cosa di nuovo.
Di nuovo avvenne questo.
Tre giorni dopo la mia visita, mi recai da Luigi una seconda volta: e nel salotto m'incontrai con Magda. Ella mi pareva infoschita, nervosa, irrequieta, ma mi accolse molto cordialmente, con un sorriso amichevole, stringendomi forte la mano. Luigi pure non mi sembr cos tranquillo e cos sereno come pochi giorni addietro. Forse mi sarei sentito a disagio, se il mio amico non avesse parlato subito d'un acquisto fatto la mattina stessa, per conto della sua Casa: un monile di diamanti venduto in fretta e furia da una famiglia nota, certo per pagar qualche debito, per salvarsi da peggio; ottimo affare.
Un ottimo affare, disse Luigi. A me sembra d'una bellezza non comune: le pietre hanno una luce impareggiabile.... Ora vedrai....
No! interruppe bruscamente Magda, comprendendo che Luigi si alzava per andare nell'altra camera a prender la collana. Finitela con queste brutte cose! Voi sapete di farmi dispiacere, e appena io sono qui, comparite coi vostri abbominevoli scrigni.... Non potete aspettare?
Ella parlava correttamente l'italiano, salvo la pronuncia un po' gutturale; ma io non badava tanto alle sue parole quanto ai suoi occhi lucenti, mobili, che vibravano sguardi imperiosi. Luigi sedette, frenando a fatica un moto d'impazienza.
Ditelo anche voi, al vostro amico, seguit Magda volgendosi a me, ditegli che fa male a comperare e a vendere questi oggetti! Non siete della mia opinione?...
Io tacqui.
Ah, mi avete detto che vi piacciono i diamanti! ella soggiunse con un sorriso ironico. Piacciono a tutti, come una bell'arme, per vincere, per avvilire.... E nessuno di voi sa quanto male possono fare!...
Lo sapete voi, forse? mormor Luigi.
Gli occhi di Magda sfolgorarono uno sguardo pieno d'odio, che si spense subito.
Lo so! ella rispose. Lo so, io!
Rimanemmo in silenzio, guardandoci: la fanciulla era in piedi innanzi a noi, seduti: il suo bel viso pallido sembrava ardere e come un pensiero molesto vagava sulla sua fronte bianchissima e breve. Io e Luigi attendevamo ancora qualche parola dalla giovane, ma poich ella taceva quasi pentita, Luigi la provoc dicendo con sarcasmo:
Oh, che cosa volete saper voi, miss?... Voi, nata ieri!
E voi, dunque? ella rimbecc, inviperita. Voi che vendete queste pietre e questi gioielli senza nemmeno imaginare perch ve li comprino?... Siete come i mercanti di lame e di pugnali, che dnno per poco lo stiletto con cui s'uccide un onest'uomo.... purch paghino e si facciano buoni affari....
Non vedo il nesso fra uno stiletto e un monile di perle, obiett Luigi, sorridendo.
Magda mi guardava con attenzione, da qualche istante, poich, curioso della disputa, io mi sforzava a rimanere impassibile, a non dare a divedere il mio sentimento, a non parteggiare n per l'uno, n per l'altra, nemmeno con l'espressione del viso.
La fanciulla chiese improvvisamente a Luigi, additandomi:
 molto amico vostro, questo signore?
Amico intimo, rispose Luigi, vecchio amico, un compagno di infanzia ritrovato. Ho creduto potergli raccontare che voi odiate il mio commercio, la Casa Malon e Bivre, e i pi innocenti gioielli.... Voi non ne fate mistero con alcuno....
Magda sedette sulla solita poltroncina, nell'angolo presso la finestra e stese le mani bianche sui bracciuoli che terminavano in due teste d'ariete.
Io so ella disse che queste vostre gioie sono cattive cose. Avevo anch'io un'amica, tanto cara, e molto bella: oh, molto pi bella di me. Anche lei era orfana....
Come si chiamava? interruppe Luigi. E interruppe, figgendo gli occhi negli occhi della fanciulla, quasi volesse sorprenderne una vibrazione, indovinare i battiti del cuore.
Gli occhi di Magda non ressero a quello sguardo violento: ella volse la testa e mormor con voce pi bassa:
Non so. Che cosa v'importa?
E dove abitava? A New-York, senza dubbio; ma dove? incalz nuovamente Luigi, tenendo ancora gli sguardi immobili su Magda, che a testa china giocherellava con un lungo nastro dell'abito.
Che v'importa? ella ripet. Non la incontrerete mai.
Ne dubito, disse Luigi, quasi sottovoce.
A me pareva che tra il mio amico e la fanciulla s'intrecciasse un colloquio pieno di sottintesi, quasicch quel discorso avesse la sua spiegazione in altri, fatti in quei giorni tra i due, e mi ricordai che rivedendo Magda e Luigi avevo notato qualche tristezza nuova sul loro volto, un dubbio e un'inquietudine, che torturava l'uno e impauriva l'altro.
Pensai che la mia presenza diventava importuna. Luigi s'era posto innanzi alla finestra e tamburellava i vetri nervosamente con le dita: era a due passi da Magda, che sempre a capo chino guardava con attenzione il nastro. Luigi si rivolse e disse:
Allora? La storia della vostra amica tanto bella?
Ah! esclam Magda, come scossa da un sogno.
Io la conosco, la storia della vostra amica: o meglio, l'indovino, seguit Luigi con un lieve sarcasmo. Permettete che la racconti io? Interrompetemi, se non sono esatto....
Vidi con meraviglia che invece di rispondere, Magda si alzava. Ella fiss Luigi negli occhi: acutamente, come volesse trasfondere in quello sguardo tutta la disperata sofferenza della sua anima. Poi si ritrasse, mi salut con un cenno del capo e usc in silenzio.
La storia di quell'amica  molto semplice, disse Luigi, volgendosi a me, perch ti ho gi annunziato che in America tutto  semplice. Dev'essere cos: una fanciulla bellissima e orfana, in preda a sconfinati desiderii di vanit, quei medesimi desideri che, sotto altra forma, sebbene egualmente forti, hanno tormentato la nostra giovinezza. E intorno a questa fanciulla indifesa, un circolo di seduttori, giovani e vecchi, pronti a gareggiare per avere il primo palpito di volutt e d'amore dalla vergine preziosa..... E a un tratto, la gara  aperta: due, tre, quattro libertini attorniano la fanciulla, fin che uno, pi audace degli altri, ciecamente deciso a superare qualunque difficolt con qualunque mezzo, ottiene ci che vuole.... Non  la pioggia d'oro: sar la pioggia dei diamanti e dei rubini, sar un uragano di gioielli portentosi, un turbine di pietre iridescenti, un turbine che fa girare la testa alla giovinetta bellissima: e in un momento di vertigine, ella cade fra le braccia del tentatore sapiente....
Luigi si scost dalla finestra e in silenzio percorse pi volte lo spazio tra la finestra e la porta, guardando il tappeto a fiori azzurri sopra un fondo cenerognolo.
A un tratto soggiunse quasi impensatamente, senza guardarmi:
Magda ha dei gioielli stupendi, che non mette mai....
Poi disse ancora, seguitando a percorrere il lembo di tappeto fra la porta e la finestra:
Vuole disfarsene. Fu per questo, anzi, che diventammo amici. Venne un giorno qui a offrirmeli: io non li comprai perch non avevo denaro in quel momento.
Si ferm innanzi a me, e mi chiese con voce diversa, allegra:
Non ti sembra che dev'essere cos, quella storia? Son cose di tutti i giorni e di tutti i paesi, e bisogna essere veramente puerili per darne colpa ai gioielli. Chi deve cadere, cade; chi deve vincere, vince. Questa  la morale della favola. I diamanti sono un pretesto....
Usc dal salotto, pass nella camera attigua e ne torn con un lungo astuccio aperto, entro il quale pareva bruciar di fiamme multicolori la collana comperata il mattino stesso.
E non si pu dire concluse Luigi, porgendomi l'astuccio da ammirare che non siano un pretesto magnifico!...
...
Io avevo in quei giorni molte occupazioni e non potei recarmi da Luigi se non pochi minuti prima ch'egli partisse. Egli era innanzi all'albergo, vigilando i facchini che caricavano le sue bagaglie sull'imperiale dell'omnibus; recava egli stesso in mano una grossa valigia di cuoio nero e sotto il braccio una cassetta d'acciaio; depose l'una e l'altra nella carrozza che l'aspettava, mandando nel frattempo alla stazione i bauli per mezzo dell'omnibus.
Magda stava sulla porta dell'albergo. Gli occhi un po' arrossati e il volto pallidissimo facevano pensare a una notte insonne e tormentosa. Vestiva un abito nero, tutto liscio, sul quale aveva indossato un mantello di pelliccia, lasciandolo aperto innanzi; fra le mani guantate teneva un'ombrella sottile.
Ebbene, miss Magda, disse Luigi, avvicinandosi alla fanciulla, senza curarsi della mia presenza. Io vi do il mio ultimo saluto e vi ringrazio ancora della vostra buona amicizia. Non tenetemi broncio per quelle povere cose che stanno l dentro, e accenn, nella carrozza, alla valigia e al cofanetto. Se possono dare un attimo di gioia, dobbiamo amarle e farle amare.
Magda lo guard, in silenzio, stendendogli la mano.
Addio, ella rispose poi. Per un attimo di gioia, non vi sono delle esistenze infinitamente tristi?
La vita si rinnova, disse Luigi con leggerezza. E si chin a baciar galantemente la piccola mano, che trem sotto le labbra dell'uomo. La fanciulla si scosse, mi venne incontro, e salut me pure.
Io e Luigi salimmo in carrozza.
Ci volgemmo per salutare ancora una volta Magda, che stava presso la porta, gli occhi sbarrati e immobili; e in pochi giri di ruote, a un gomito della strada scomparvero la fanciulla e il palazzo....
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FINE.
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LA TERZA VOLTA.
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Capitolo 1.
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Io non so perch tu mi faccia questi racconti! osservava Marco Pittra, accarezzando distrattamente il boccale.
Gaspare Vigo rideva; a una cert'ora di notte, nell'osteria deserta di Stefano Turlo, sulla strada che da Anticoli Corrado mena attraverso la montagna a Saracinesco, Gaspare si sentiva invaso dall'estro narrativo e si abbandonava al galoppo della fantasia. Raccontava cose strampalate, gabellandole a Marco quali storie autentiche di paesi lontani; i quali, lontani o vicini, non sembravan popolati se non da figuri paurosi e da larve tremanti.
Marco sbuffava, spiacendogli di lasciarsi prendere in trappola ogni sera, e desiderando nello stesso tempo di provare a s e agli altri il proprio coraggio.
Marco Pittra, vinaio arricchito, uomo robusto sulla cinquantina, forte bevitore, era nervoso quanto una femmina; e usciva dall'osteria per tornare a casa, ogni notte, inquieto e sospettoso, come avesse dovuto batter del naso in qualche apparizione soprannaturale. Egli abitava a circa un chilometro da Anticoli, verso Saracinesco; mentre Gaspare, il romanziere notturno, non aveva che un passo da fare per trovarsi a casa sua.
Bel coraggio! pensava Marco qualche volta. se Gasp dovesse camminar come me, vorrei vederlo!
Ma Gaspare Vigo non aveva paura. Spirito naturalmente ingegnoso, animo d'avventuriero, sdegnando di calare a Roma come tutti i suoi conterranei a far da modello negli studi di pittura, aveva corso mezza Europa, tentando mille mestieri, ed era tornato con un certo peculio ad Anticoli, ove s'era dato all'ozio pi rigoroso. Passava giorno e notte nelle osterie, pellegrinando da Anticoli a Mandela, da Saracinesco a Cervara, da Agosta a Canterano. Bellissimo giovane, compagno allegro fin che non raccontava storie balzane, pronto a pagare da bere e anche a farsi rispettare, era conosciutissimo ed amato.
Del resto, a ogni poco, egli veniva innanzi con qualche trovata bizzarra, che dava a pensare.
Egli affermava, per esempio, che ogni uomo, prima di morire, arrischia due volte la vita; alla terza, la morte lo afferra.
Scusami, osserv Marco, quella sera in cui accarezzava distrattamente il boccale. io ho cinquant'anni e non ho mai rischiato la vita per niente, e sono sempre vissuto pacifico.
Stammi a udire, ribatt Gaspare. Innanzi tutto, tu non puoi dire se hai rischiato la pelle o no. Qualche volta si risica di morire e non si sa; la morte vola e non la vediamo; casca addosso a un altro e ci pare che non sia passata vicino a noi.
A questo modo, hai ragione tu! disse Marco, versandogli da bere.
Si sa, che ho ragione io! Ma qualche volta avviene che te la trovi a faccia a faccia.
Chi? domand Stefano Turlo, l'oste, svegliandosi di l dal banco.
La morte! esclamarono Gaspare e Marco insieme.
Eh, mannaggia li cani! disse Stefano, chiudendo gli occhi di nuovo.
Dunque, te la trovi a faccia a faccia, e te la vedi l, dritta e tranquilla, seguit Gaspare. E per due volte ti rispetta; e alla terza ti piglia, vero com' vero Dio!
Lev il bicchiere e lo bevve d'un fiato.
E tu? chiese Marco, interessato a quella rivelazione cabalistica. T' avvenuto di vederla mai?
Gaspare Vigo si rabbui in volto, si lisci la barba nerissima, e pronunzi quasi sottovoce:
Due volte!
All'anima!... esclam Marco. E dove?...
A Londra, la prima volta; caddi dal carro che guidavo, tra le gambe del cavallo. Il carro era carico di sabbia; e una ruota mi pass a due centimetri dalla testa; per un dito, solo per un dito, non mi fece del cranio una pizza.
E la seconda volta? incalz Marco.
La seconda, a Roma! disse Gaspare, ma non aggiunse motto.
A Roma! E perch? chiese Marco, dopo avere invano aspettato il seguito del racconto.
Gaspare si lisci di nuovo la barba, e stringendo le labbra con aria sdegnosa, dichiar:
Questioni di donne!...
Vi fu un silenzio, durante il quale i due amici stettero ad ascoltare i canti dei giovanotti nella montagna. Il gioved e il sabato era costume di recarsi sotto le finestre delle fidanzate a cantare con l'accompagnamento flebile della cornamusa; e i canti echeggiavano di valle in valle, arditi e violenti, qualche volta misti allo strido degli uccelli notturni.
Udendo che una fra quelle brigate di cantatori s'avvicinava, Marco Pittra s'alz per accompagnarlesi. Gaspare gett i denari del vino presso il boccale.
Sicch, disse Marco avviandosi, l'hai vista due volte?
Due volte, ripet Gaspare cupamente.
E alla terza ci caschi?
Gaspare non rispose. Ambedue si diressero verso la porta, e quando furono sulla soglia dell'osteria, Marco stese la mano all'amico, dicendo a mo' di scongiuro:
Speriamo di non incontrarla!
Chi? domand Stefano Turlo, alzandosi per chiudere.
La morte! risposero Gaspare e Marco insieme.
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Capitolo 2.
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Gaspare Vigo aveva per amante la moglie di Marco Pittra.
La colpa, diceva Gaspare, non era sua; la colpa era di Marco, il quale, gi sul valico della maturit, s'era avvisato di sposare una fanciulla di sedici anni, uno di quei meravigliosi tipi femminili della Sabina, dalle forme snelle e perfette, dai grandi occhi cilestri, dai capelli biondi, dal profilo severamente classico.
Queste fanciulle bellissime passano l'inverno e la primavera a Roma, posando negli studii di pittura; e l'estate rimangono in montagna. Precoci nello sviluppo, sfioriscono presto per le gravi fatiche alle quali devono piegarsi allorch tornano a casa. Esse attingono l'acqua nella valle e riempita la conca di rame, che contiene quindici litri, la recan sulla testa fino in alto della montagna; sulla testa portan fasci di legna e gravi pesi; e incrociate le braccia, camminan cos, lente e solenni.
Mariantonia Pittra, sposatasi a Marco, non temeva di sciupar tanto presto la sua bellezza, perch aveva due serve ai suoi ordini ed era tenuta come una signora.
Ella aveva visto Gaspare Vigo andando un giorno alla fiera di rsoli. La giovane sedeva a ridosso del suo muletto grigio; Gaspare andava a piedi; e ambedue scesero la bella strada, che da Anticoli va nella valle dell'Aniene, e risalirono per l'altro versante sulla strada liscia, la quale conduce ad rsoli.
Nel tramesto della fiera, fra gli uomini e le bestie, tra i banchi di merce e i carriaggi, fra le ondate repentine della turba, Gaspare fu sempre accosto a Mariantonia; allog il mulo presso una stalla, accompagn la giovinetta qua e l per le sue compere, e verso l'imbrunire, Mariantonia, rimessa sulla cavalcatura da Gaspare, torn con lui in paese.
Cos s'innamorarono i due giovani, perch in quel giorno parlarono di molte cose, diventarono amici, poi si sentirono turbati e tacquero. Poi si videro altre volte, e per trovarsi inventaron dei pretesti ciascuno dal proprio canto; in ultimo, i pretesti li inventarono insieme, confessandosi schiettamente il loro amore.
Gaspare scendeva all'Aniene a pescare i granchi, tra il foltissimo canneto; e presso la correnta azzurrastra e tumultuosa, Mariantonia lo raggiungeva di frequente. Il giovane non si dissimulava che la cosa si sarebbe presto risaputa in paese; ma non temeva Marco Pittra, e alle prime avvisaglie, per la pace di Mariantonia, sarebbe tornato a Roma, o pi su o pi gi, poich la vita in paese, la vita senza l'amore gli sarebbe venuta a noia.
A poco a poco, gli amanti si fecero temerarii, e quando Marco, assentatosi per affari, dormiva fuori due o tre notti, Gaspare entrava nella casa di lui.
Un sabato, pass dalla casa un gruppo di giovani che andavano a serenare sotto le finestre delle fidanzate, e allorch furon presso la porta di Mariantonia, tacque la cornamusa e tacquero i canti; indi s'ud un bisbiglio, fu pronunziato il nome della giovinetta, e qualcuno aggiunse una parola oscena.
Gaspare si morse le mani, a sangue; ma dovette rimanersene presso Mariantonia, che piangeva; e, a crescere lo scherno, un uccello notturno singhiozz nella montagna, poi diede in un urlo, che pareva una sghignazzata.
Potessi uccidere almeno quello! esclam Gaspare, col pugno teso verso la finestra.
E disse le parole con ira cos sproporzionata, che la giovinetta sorrise tra le lagrime.
Ma l'avviso non giov se non per qualche settimana: la passione li riprese, e i convegni notturni furono continuati.
Fra tutti, il pi inquieto era Stefano Turlo, l'oste; il quale poteva giudicare, dai discorsi che udiva, la gravit del fatto e del pericolo. Egli voleva bene a Gaspare e a Marco, perch bevevano, pagavano ed erano istruiti; onde Stefano avrebbe voluto evitare una tragedia, e studiava la maniera di rimproverare Gaspare, cautamente, con rispetto.
Una sera, trov la frase. Erano appunto soli, Stefano e Gaspare, perch Marco era partito per Subiaco.
Gasp, disse Stefano, battendo sulla spalla del giovane, che sonnecchiava in un angolo dell'osteria, aspettando l'ora di scivolare in casa di Mariantonia, Gasp, attenti al gioco! Che tu non dovessi vederla la terza volta!...
Gaspare lo guard trasognato, senza comprendere.
Chi? chiese poi, sbadigliando.
La morte! esclam Stefano Turlo.
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Capitolo 3.
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Soffiava il vento, da sradicare una quercia, e l'oscurit era cos fitta, che chiunque non fosse stato padrone della strada, non si sarebbe avventurato quella notte per la montagna. La strada  malagevole, ora larga e sassosa, ora affondata tra due siepi alte, ora aperta alla raffica e scoscesa lungo il versante; sale, scende, risale poi per lunghissimo tratto, fino a Saracinesco.
Gaspare Vigo, senza lume, procedeva cauto, ma sicuro, ravvisandosi a un nonnulla, a una scabrosit della roccia, alla forma d'un albero appena intravisto. E pensava alle parole di Stefano Turlo, tranquillamente.
Fosse quella la terza volta, l'ultima?.... Gaspare aspettava la morte per un giorno pi lontano; ma anche in quella notte un masso staccatosi dall'alto, un albero che piombasse d'un tratto abbattuto dal vento, un passo falso e un tracollo gi per la montagna potevano spacciarlo. Per ogni dove il pericolo aveva agio a celarsi, e da qualunque parte Gaspare lo aspettava, fuor che dalla pi facile e dalla pi terribile.
Marco Pittra non era a Subiaco. Tornato su, un'ora prima che Gaspare passasse, si era appiattato presso la casa e stringeva il fucile tra le mani.... Non era possibile vedere a un palmo dall'albero appiedi del quale Marco stava rannicchiato, ma l'uomo contava che la luce venisse dalla casa medesima. Doveva pure, Mariantonia, scendere ad aprire e illuminare i passi dell'amante; in quell'atto, in quel lampo, Marco avrebbe fatto fuoco.
Gaspare Vigo saliva, tranquillo e sicuro. Il suo pensiero aveva abbandonato la morte e presentiva l'amore. Gaspare vedeva gi Mariantonia, tutta bionda, aprire silenziosamente la porta, fargli cenno, coll'indice ritto innanzi alle labbra, prendergli la mano e condurlo nella sua camera, e serrar l'uscio, e poi volgersi a sorridere, mostrando la magnifica bocca, dai piccoli denti bianchi. Ella portava sempre alle orecchie due grandi cerchi d'oro.
Marco Pittra, nervoso, contava i minuti. Da quanto stava egli presso quell'albero? Come, nell'attesa egli s'era mutato! Prima, feroce e implacabile, avrebbe ucciso e Gaspare e Mariantonia e le due serve; poi si era messo a ragionare. Vi fosse qualche altra maniera di trar vendetta? Che cosa avrebbe fatto suo padre, in simile frangente!... Non sarebbe stato meglio discorrere con Mariantonia, ch'era una bambina, poveretta, e farle comprendere il male, e perdonarle, e finirla cos?... Ma la memoria di suo padre, uomo risoluto e senza piet, tolse dall'animo di Marco ogni tentazione di debolezza. Bisognava uccidere.
Gaspare Vigo seguitava la sua strada. Era riuscito, tra il fischiar del vento, ad accendere la pipa, e si godeva la visione di Mariantonia; ormai all'ultimo tratto, sost un istante dentro un gomito della strada, ascolt la musica del vento fra le chiome degli alberi e il grido di quel maledetto uccello notturno, che sghignazzava ora da presso, ora lontano. Poi riprese il cammino.
Marco Pittra dubitava in quell'istante non pi di s stesso, ma del fucile che teneva fra le mani. Tutto dedito agli affari suoi, Marco non faceva un colpo da parecchi anni e le quaglie parevano sfidarlo, venendo a borbottare presso la sua casa. La carica era buona e di buona polvere, ma la canna poteva scoppiare e il grilletto far cilecca.... Questo pensiero s'impadron di Marco, il quale temeva di rimanere vittima della propria arme e di far ridere tutta la Sabina..... E a turbarlo maggiormente, venne il ricordo di certe storie macabre, che Gaspare raccontava con voce profonda. La morte vola e non la vediamo: casca addosso a un altro, e ci pare che non sia passata vicino a noi. Volasse anche in quell'ora notturna? Fosse vicina a Marco, mentr'egli credeva di lanciarla addosso a Gaspare?... Ah no, due volte gi aveva rasentato Gaspare; e quella era la buona.... Il fucile non avrebbe fatto cilecca.
Ma lo strepito di alcune pietre che rotolavan gi pel versante, mozz il respiro di Marco. Egli si drizz in piedi, e con l'udito acutissimo del montagnaro, distinse tra l'ululo del vento il passo d'un uomo che si avvicinava.... Sent in quell'attimo una vertigine, una confusione turbinosa nel cervello, e cominci a tremar d'ira e di spavento, di sdegno e d'orrore.... L'uomo ch'egli doveva uccidere era a qualche metro da lui. Con un sol balzo sarebbe potuto piombargli addosso e rovesciarlo gi per la montagna.
Mariant! bisbigliava una voce presso la porta.
Nessuno rispose.
Mariant! disse la voce pi forte, mentre una mano batteva discretamente.
Allora una luce apparve dentro la casa, e si mosse.
Marco, a ridosso dell'albero col fucile tra le mani, tremava come una foglia. Di tutto quanto aveva pensato, di tutto quanto aveva proposto a s medesimo, nulla pi ricordava; la certezza che la moglie lo ingannava con Gaspare gli riempiva l'anima d'una maraviglia cos grande, cos inattesa, cos nuova, come s'egli avesse appreso il tradimento solo in quell'ora e in quell'attimo.
La porta si schiuse. Sul limitare, una candela in mano, apparve Mariantonia, tutta bionda, coi grandi cerchi d'oro alle orecchie. Ella fece un gesto a Gaspare, l'indice ritto innanzi alle labbra, e Gaspare l'afferr tra le braccia e la port dentro, violentemente, d'un colpo.
Mentre la porta si richiudeva, il fucile scivol dalle mani di Marco Pittra, che guardava la sua casa, tornata buia, con gli occhi spalancati.
Poi d'un tratto si mosse, s'allontan per un viottolo e l'intera notte fino al comparir del sole, Marco Pittra vagol disperato per la montagna.
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Capitolo 4.
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Nell'osteria di Stefano Turlo v'era folla: si rideva e si giocava alle carte. Gaspare Vigo giocava a scopone con tre altri giovani, ed era pieno d'orgoglio per i bei ricordi della notte. Nel mentre si mischiavano le carte, egli lanciava le sue frasi bizzarre e raccontava una barzelletta, suddividendola come in capitoli, ad ogni intervallo tra l'uno e l'altro giro di carte; i boccali giungevano colmi ed eran vuotati in breve.
Si sarebbe detto che anche la fortuna volesse accarezzare il giovane audace, poich egli e il compagno vincevano una partita dietro l'altra, e il loro schiamazzo soverchiava lo schiamazzo di tutti; Gaspare non era mai stato n pi allegro n pi arguto, e i bevitori delle tavole vicine s'univano al coro delle risate ch'egli suscitava con i suoi motti.
Ma levando il capo per lanciar dalla bocca il fumo della pipa, vide Marco Pittra varcar la soglia dell'osteria, e fu stupito. O non era dunque a Subiaco? E dove aveva passato quella notte, poich Mariantonia era rimasta libera e sola in casa? Istintivamente Gaspare finse di non veder Marco, e chin il capo.
Qua le carte! disse al compagno. Mo' ve faccio vde!
Anche Marco entrando finse di non vedere Gaspare Vigo.
S'attard a parlar con l'uno e con l'altro, a questa e a quella tavola, e salut con la mano Stefano Turlo.
Addio, Stef!...
Egli pareva rabbuiato e triste; di certo, era men rubicondo in faccia, e il suo sguardo si posava sui circostanti con una inquietudine nuova, come avesse temuto di leggere in viso agli amici l'espressione d'uno scherno o di una rampogna.
D'un tratto si decise.
Alla tavola di Gaspare, il giro delle carte era finito, e uno dei giocatori mischiava il mazzo. Gaspare, il gomito destro appoggiato sulla tavola, una gamba accavallata sull'altra, vigilava di sottecchi l'amico, del quale non si sentiva pi sicuro.
Marco and a lui, dritto, gli batt con la mano sulla spalla:
Gasp! disse, tu sei una bestia!...
Come per incanto, si fece un silenzio pauroso, e a tutte le tavole il giuoco cess d'un tratto.
Gaspare tocc l'insulto e stette immobile, sorridendo, quasi a far credere che si trattasse d'uno scherzo.
Gasp, sei una bestia! continu Marco. Tu m'hai detto che prima di morire, l'uomo vede la morte tre volte, e alla terza la morte se lo piglia!... Te ne ricordi?
Emb? chiese Gaspare, togliendosi la pipa dalla bocca.
Emb, non  vero! dichiar Marco. Stanotte, tu hai visto la morte per la terza volta, e non ti ha pigliato!
Gaspare croll le spalle.
Chi ti ha detto che io ho veduto la morte per la terza volta? domand con un sorriso, lisciandosi la bella barba.
Guardami in faccia, Gasp!
Gaspare si alz in piedi, e guard Marco negli occhi.
Te lo dice il figlio di mio padre, te lo dice Marco Pittra, che tu hai visto la morte stanotte! dichiar Marco a voce alta. E non ti ha pigliato ancora!...
S'allontan, e and al banco di Stefano Turlo, che era pallido di spavento.
Gaspare torn a sedersi; poi, prese le carte dal compagno, rispose con calma:
Sai come fu?... Avr sbagliato il conto!...
Ma quel giorno medesimo Gaspare Vigo abbandonava Anticoli e si recava a Roma, in cerca d'altre avventure.
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FINE.
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QUELLI CHE LO SAPEVANO.
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Non avrei mai supposto che Paolo Castaldi potesse un giorno commettere tale follia; ma aveva dovuto confessare, perch aveva bisogno di noi. Di noi, di quel gruppo d'amici che gli stava intorno; un avvocato, Stefano Pagani; un pessimo scrittore, io; un querulo moralista, Enrico di Camaldoli; un ricco inutile, Cesare Dolabella; e altri. Noi formavamo il gruppo, amici fidati, sereni, un po' scettici, un po' maldicenti, ma pieni di sollecitudine per quell'impenitente libertino.
Sai, mi diceva il Dolabella. "Quand un cordier cordant veut corder sa corde....".
"Pour sa corde corder trois cordons il accorde" seguitai. Non  mica sempre facile tradir la moglie.... Paolo senza di noi sarebbe rovinato....
Noi siamo les trois cordons de sa corde, osserv l'avvocato Pagani, che ascoltava in piedi, perch egli al caff  sempre in procinto di partire, per non ordinare la consumazione.
Gi, osserv Enrico di Camaldoli, lisciando la barba nera e quadrata: "Mais si l'un des cordons de la corde descorde....".
"Le cordon descordant fait descorder la corde" conchiusi. Ma non sarai tu a far da cordone discordante?...
Io sono giusto: lo dico senza falsa modestia, dichiar Enrico. Sento d'essere il giusto, per antonomasia. E gli errori di Paolo mi offendono. Glie l'ho detto migliaia di volte.... S' imbrancato in questa faccenda, per semplice malvagit: perch tradire una donna che gli vuol bene? perch turbar la vita d'un'altra? Che stupidaggini son queste? che piacere vi trova?...
Quanto al piacere che vi trova, non verr a dirlo a te, osservai. Anche perch  facile immaginarselo....
No, non  facile! esclam Enrico di Camaldoli. Io non ho mai capito cotesti donnaioli: non mi paiono intellettualmente pi su d'un raccoglitore di coleotteri: hanno un coleottero, ne voglion due, dieci, cento, mille, per lo stupidissimo gusto di allinearli un dietro l'altro e d'infilzarli sugli spilli.... Ma si contentino d'uno!... Ce n' anche troppo!...
Ha ragione di Camaldoli, disse Cesare Dolabella con la voce lievemente nasale. S'egli non fa differenza fra un coleottero e una donna, io non trovo alcun inconveniente a dargli ragione. Il male si  che noi, tra una donna e un coleottero, vediamo qualche divario....
Oh se lo vediamo! grid l'avvocato Pagani.
Avete torto:  una cosa sola. Tutte le donne sono eguali....
Simili, corressi io.
Eguali: dico eguali, perch voglio dire eguali, s'ostin Enrico.
Permettimi, interruppi. Tu sai che in rerum natura non esistono, non possono esistere due cose eguali. Lo dice anche Leibniz.
Leibniz  un ignorante. Le donne son tutte eguali, e Leibniz non se ne intende. Ora, essendo eguali, perch possederne pi di una? Vorrai ammettere che un'edizione di mille volumi  formata di mille volumi eguali: e che cosa diresti d'un Tizio il quale, perch gli piace un libro, comprasse tutta un'edizione di mille copie, e le leggesse una dopo l'altra? Il libertino, Paolo Castaldi,  di questa tempra. Perch gli piace la donna, vuole dieci donne, cento donne, mille donne: e non si accorge di leggere sempre quel libro....
Permettimi, interruppi. Tu dici un mucchio di asinerie.
Tu sei casto, aggiunse l'avvocato Pagani. Sei pigro, indolente e paradossale. Non puoi capire queste cose.
Temo che abbiate ragione, disse Cesare Dolabella. Costui non ha che il culto del cognac e del baccarat: ma andate a dirgli che il cognac e il baccarat son come i coleotteri!
Enrico di Camaldoli alz le gambe fino ad appoggiare i ginocchi al bordo del tavolino di marmo, e ci lanci un'occhiata di commiserazione.
Siediti, dunque! disse il Dolabella al Pagani.
Grazie: ho un appuntamento.
Siediti, va! Ti offro una bibita....
L'avvocato Pagani sedette, e si rivolse a Enrico:
Stai zitto? I coleotteri non ti portano fortuna.
Vi guardo dall'alto! rispose Enrico. Molto dall'alto....
Dall'alto della sua ignoranza, borbott Cesare sogghignando. Porta qualche cosa all'avvocato, seguit rivolto al cameriere. Ma io darei un occhio per vedere una volta l'amante di Paolo Castaldi. Chi ne sa nulla!
Bah! disse Enrico. Qualche sgualdrina....
Mi pare che t'inganni, osservai. Credo si tratti d'una donnina ammodo.
Io non ho mai avuto il piacere di vederla, neppure dipinta, seguit Cesare Dolabella. E ne avrei qualche diritto, ch almeno una volta la settimana devo invitare a pranzo da me Paolo Castaldi, che poi pranza, invece con la donnina, diremo cos, ammodo....
 un diritto che abbiamo tutti, allora, soggiunse l'avvocato Pagani. Solo ieri ho dovuto inventare una seduta straordinaria della Societ del gas, per dar modo a Paolo di assentarsi da casa dalla una alle sette, con decenza.... Portami una menta al selz, con molta menta e pochissimo selz....
Rinuncia al selz, e fai pi presto! consigli Enrico.
E tu? mi disse improvvisamente Cesare Dolabella, che cosa fai per Paolo Castaldi?
Io?... Uhm, io non faccio nulla!.... Almeno, finora!
Ecco le cordon descordant! esclam il Pagani.
Scommetto che questo impostore l'ha vista, le ha parlato e la conosce! disse il Dolabella, accennandomi coll'indice teso. Racconta, ipocrita!
Io?... Uhm, non ne so proprio nullaI risposi. Vi pare? Sarei felicissimo di conoscerla, perch ho stima di lei....
Che testa! esclam Enrico, lasciando ricadere le gambe a terra. Stima l'amante d'un uomo ammogliato.... Bisogna venir tra voi per udirne di simili! Io sono giusto; non getter la prima pietra....
Scusami: e che sai tu? interruppi.  davvero sua amante? Egli lo nega, e noi non abbiamo diritto di dubitarne.
Vi prego di assicurarvi se colui  vivo, disse Enrico indicandomi con la mano. Se  vivo, lo prendo io, e lo faccio imbalsamare; parola d'onore, sarebbe peccato che costui andasse sperduto!... Bravo romanziere!... Ora capisco la tua fortuna letteraria: se i tuoi romanzi valgono i tuoi discorsi, devono essere unici nel loro genere.... Tra parentesi, io non li ho mai letti.
Io non capisco perch tu rida tanto, osserv Cesare Dolabella, che aveva piacere a osteggiare Enrico. Che cosa ci sarebbe di straordinario se si trattasse d'una semplice e pura amicizia? Non credi capace Paolo Castaldi d'un sentimento nobile e disinteressato?...
Veramente, disse con qualche esitazione l'avvocato Pagani, non lo credo capace di tanto neppur io.... La menta, qui,  deliziosa, seguit, centellinando il liquido verde.
Bada che hai dimenticato di metterci il selz, not Enrico; e riprendendo la sua positura coi ginocchi appoggiati al tavolino, rispose: Lo straordinario si .... si  che io ho le prove del contrario, cari miei! Ho le prove, io.... Io ho le prove, indiscutibili, schiaccianti, inoppugnabili....
Vi fu un silenzio. Cesare Dolabella, chino sul marmo, disegn rapidamente una casipola addossata a un cipresso, o un cipresso addossato a una casipola, poich ad ambedue mancava il centro di gravit: io mi diedi un colpo ai baffi con lo spazzolino; e l'avvocato cerc d'ingoiare l'ultimissima goccia della menta gratuita,
Perch era avvenuta una cosa assai naturale: ciascuno di noi conosceva un lembo di quella storia e alcuni particolari, ma nessuno sapeva tutto, dall'alfa all'omega. Quando Paolo ricorreva a uno di noi per un favore, ci raccontava qualche cosa, tenendo il resto all'oscuro, cosicch ciascuno s'era fatta una idea propria e di quell'amore e di quella donna e di ci che avveniva tra questa e Paolo.... Per aver la storia completa, avremmo forse dovuto riunirci in cinque o sei o dicci, ed esporre quel che ognuno sapeva per conto proprio: dai cinque o sei o dieci racconti sarebbero forse scaturite la luce e la visione esatta di quel dramma. S, ma nessuno se la pigliava calda per cos poco, n sentiva un impellente bisogno di veder la luce.
Se tu hai le prove.... mormor il Dolabella, aggiungendo un informe omiciattolo al suo paesaggio. E rialz il capo, e si diresse ancora a me. Le tue prove e quel che costui potrebbe dirci della donnina ammodo, ci illuminerebbero certo.... Bench, forse, potremmo vivere benissimo anche senza questa illuminazione....
L'avvocato Pagani si alz e ci stese la mano.
Te ne vai? chiese Enrico. Aspetta, che ti accompagno.
Si lev egli pure, pag, e i due si allontanarono.
Quanto  indigesto, quell'uomo! esclam il Dolabella. Con la sua prosopopea da filosofo mistico,  pi gonzo di noi.... Un debole che inarca il petto esile per posar da Sansone.... Guarda l, per esempio, seguit, accennandomi una fanciulla di circa diciott'anni che entrava col padre. Quello sarebbe un coleottero, nel sistema d'Enrico di Camaldoli....
Ma s'interruppe e mi di forte del ginocchio contro il ginocchio. In quell'istante entrava Paolo Castaldi con la sua signora e and a sedersi lontano, senza vederci.
Povera donna! egli disse.E pensare che noi lavoriamo come cani per aiutare a ingannarla, senza ch'ella ci abbia fatto mai uno sgarbo!... Qualche volta, quando le parlo, sento un'indiavolata tentazione di venderle il nostro segreto....
Perch venderlo? domandai. Perch non regalarlo?...
Capirai, rispose il Dolabella. Vendendolo, ci vendicheremmo di Paolo....
Vuoi dire che ti vendicheresti tu....
 lo stesso; siamo cos amici!... No, Paolo  imperdonabile: ha una giovane moglie, graziosa, bruna, elegante, e si mette a correr dietro le gonnelle.... Spero che sia bionda, almeno, quell'altra!...
No,  bruna! dissi inavvertitamente.
La conosci, dunque! incalz il Dolabella, con avida curiosit.
Io mi strinsi nelle spalle.
M' sfuggita, dissi. Ma che le cose restino inter nos.
Cesare Dolabella stese la mano, quasi per giurar fede eterna di silenzio.
Quell'asino di Paolo Castaldi, seguitai, and un giorno a passeggiare con Clelia; e vide avanzarsi sua moglie, preceduta di poco da me, che non m'ero accorto di averla alle spalle.... Paolo impallid, mi corse incontro, mi disse: Quella  tua sorella, tua cugina, ci che vuoi: accompagnala a casa! E prima ch'io potessi capirne qualche cosa, vidi lui avvicinarsi alla signora, sorridendo: e mi trovai Clelia al fianco.
Clelia?
La signorina Clelia .... la persona. Io tornai quietamente sui miei passi con la giovane, c'incontrammo con la coppia Castaldi, salutai e procedemmo. Dovetti accompagnare a casa l'amante, che tremava.... Fu cos che la conobbi....
Non ho capito niente, disse il Dolabella. E che tipo , questa signorina Clelia?
Che vuoi?.... Difficile giudicare: a me sembra una ragazza molto per bene, alla quale Paolo Castaldi ha fatto girar la testa. Altri dicono sia vedova: altri, sia divisa dal marito....
Ed  interessante? chiese il Dolabella, aguzzandomi gli occhi in faccia.
A me non dispiacerebbe, risposi. Forse non me ne occuperei tanto quanto il Castaldi, ma non mi pare strano che qualcuno se ne occupi....
Insomma, per venire al caso pratico, disse l'amico mio, tra costei e la signora Castaldi, quale preferisci?
Ti dir: il Castaldi si trova in condizioni speciali, che non sono le mie, rispetto alle due donne; egli ha dei dati per giudicare e confrontare, che a me mancano completamente.
Esiteresti dunque, cos, senza quei dati?....
No. Preferirei la signora Castaldi, perch  la signora Castaldi.
Hai ragione, concluse il Dolabella, dopo un attimo di riflessione. Ma i vantaggi che la signora Castaldi offre a noi come signora Castaldi, sono nulli per Paolo.... Mi spiego?
Io mi misi a ridere, poich la voce lievemente nasale del mio amico esponendo quel ragionamento pratico sembrava la voce d'un sacerdote diffusa in una predica.
Dobbiamo andare a salutarli? chiese il Dolabella, accennando col capo la signora Castaldi e il marito.
Ci levammo, traversammo la sala, e ci recammo presso il tavolino ove stava Paolo con la moglie. Questa ci invit a sedere.
Non vi avevo visti, disse Paolo, con la voce tranquilla. Sono contento di trovarvi: cos vi prego di tener compagnia a Giselda e di riaccompagnarla a casa....
Poi, volgendosi alla moglie, seguit:
Passo un istante dalla Banca d'Italia e dalla Societ del gas.... Non ti dispiace, cara? Torner a casa un po' tardi, stasera.....
Io e Cesare Dolabella vedemmo gli occhi neri e acuti della signora fissi sopra di noi.
Siamo ben felici di renderti un favore cos piacevole, dissi io, per aiutare l'amico che bruciava dal desiderio di andarsene.
Va, va! mormor Giselda. Non m'avevi detto nulla, prima.
E gli occhioni neri e profondi tornarono a guardarmi, quasi volessero cogliere sul mio viso un'ombra, una piega alle labbra, un accenno, dal quale dedurre se io credessi a Paolo o se dubitassi.
Per la Banca d'Italia ti convien prendere una carrozza, disse Cesare Dolabella, o arrivi in ritardo.
Certo, hai ragione! rispose Paolo senza batter ciglio. Cameriere, quanto pago io qui?
Pag, strinse la mano alla signora, a noi, in un lampo fu sulla soglia, e attraverso le vetrate lo vedemmo fermare una carrozza e salirvi. Appena seduto, lev il portafoglio, cerc delle carte, si mise a leggerle attentamente; egli sentiva che Giselda lo guardava da lungi. Quelle carte dovevano rappresentar gli affari con la Banca d'Italia e con la Societ del gas.
Io non farei la vita di Paolo per un milione! disse Cesare Dolabella.  un uomo maraviglioso, d'un'attivit febbrile....
Per riuscire a qualche cosa, bisogna anche sacrificarsi, incalzai con tono aforistico, bench mi sembrasse che l'aforisma fosse appena degno d'un modello di calligrafia.
Giselda taceva, e noi eravamo inquieti.
Forse, ripresi, la signora preferirebbe che Paolo non lavorasse tanto? Cercavo con ogni sforzo di non incontrar gli sguardi di Cesare Dolabella, perch temevo che, vedendo quel viso compunto e gesuitico, un sorriso involontario mi spuntasse sulle labbra.
Ma, disse la signora, guardando ora me, ora il Dolabella, io credo che lavori meno di quanto vuol far parere. Chi gli pu tener dietro?
Ahi, ahi, ahi! dissi tra me. E ad alta voce: Lo conosco da quasi vent'anni.  sempre stato un lavoratore eccezionale e zelante. Anzi, l'unico suo torto  di aver troppo zelo.
Surtout pas trop de zle! mormor scioccamente Cesare Dolabella.
Perch dice questo? gli chiese Giselda.
Oh, potrei dire anche tutto il rovescio, signora, rispose Cesare.  una citazione involontaria: ci son delle parole che vogliono la loro citazione. Semel abbas semper abbas; nisi caste saltem caute; carpe diem; ruit hora; fugaces labuntur anni; honny soit qui mal y pense; to be or not to be.... Tutta roba d'un sol magazzino, che si scarica ogni giorno e si ricarica per l'indomani.
Cesare Dolabella mi pareva singolarmente goffo, e la signora lo guardava con un mal dissimulato senso di commiserazione.
Indi a poco la riaccompagnammo a casa: era tranquilla e fidente; c'invit a prendere il t la sera; non aveva dunque intenzione di fare una scenata a Paolo. Io e il Dolabella respirammo con soddisfazione. La signora si fermava innanzi ai negozi, accennando col piccolo indice che toccava la vetrina, gli oggetti di suo gusto, e noi approvavamo calorosamente, sapendo benissimo che non toccava a noi dissuaderla dal fare spese inutili.
Per la pace in famiglia, io comprerei tutto ci che le piace, disse Cesare Dolabella con una spontaneit ridicola.
La signora sorrise.
Guardi quel boa, indic ella. Quant' carino! Scommetto che non costa pi di trecento lire.
Trecento cinquanta! afferm il Dolabella.
Ne  sicuro?
Certissimo!
 caro, osserv Giselda mestamente; e poi, d'improvviso: come lo sa?
Cesare Dolabella rest impacciato....
Dovevo comperarlo io, disse poi, e non siamo andati d'accordo: una differenza appunto di cinquanta lire.... Per una mia parente, sa?... una parente che me ne aveva dato l'incarico...
La signora sorrise di nuovo e non disse nulla. Quando fu sulla soglia di casa, ella si volse, ci stese la mano e ci ringrazi.
A stasera, dunque! concluse.
Che te ne pare? mi domand Cesare quando la signora ebbe svoltato l'angolo del cortile.  tranquilla. Mi sembra che non si poteva far meglio! Ma quella canaglia, quello scimiotto, quel rinoceronte di Paolo non potrebbe accomodar le cose sue senza darci di questi sopraccapi?... Parola d'onore, io comprerei il boa e lo manderei a sua moglie! Se lo meriterebbe! E credo che per questa signora si potrebbero sacrificare trecencinquanta lire? Sarebbero spese meglio che per quell'oca di Fifina, la quale canta malissimo anche!
Ma mi sembra che per Fifina tu non abbia speso n trecento n trecencinquanta lire, perch il boa  sempre l!...
Appunto: non voglio togliere a Paolo il piacere di farne un regalo a sua moglie.... Paolo  un malfattore comune: sua moglie  una cara creatura.... Perch la tradisce? Scommetto che questa Clelia  una ciabattona qualsiasi, una rivendugliola volgare, una trecca.... Ora, guarda: noi sudiamo una camicia per ricondurgli a casa la moglie e per rassicurarla, e intanto egli si diverte: poi torna in seno alla famiglia, trova la signora tranquilla e di buon umore per merito nostro, e si diverte anche con lei.... E noi? Che figura ci facciamo? Che cosa siamo?  ora di parlar chiaro con quel maleducato sfruttatore dell'amicizia....
Mentre Cesare s'ubbriacava di parole, camminavamo cos adagio, che Giselda ci raggiunse e ci pass di fianco salutandoci. Il Dolabella le corse allato, tenendo il cappello in una mano.
Son tornata fuori disse la signora Castaldi perch ho dimenticato alcune compere.... Poi voglio passar dall'ufficio di Paolo....
Oh, signora, interruppe Cesare, mettendosi il cappello in testa,. A quest'ora in ufficio dev'esserci un gran lavoro; Paolo sar ancora al gas, voglio dire alla Societ del gas; e se  in ufficio, avr tanto da fare!... Ma, in ogni modo, signora, se ha qualche commissione per Paolo, me ne incaricher volentieri io; lo vedr pi tardi; io non so come ammazzare il tempo.... Lei dovrebbe fare un'anticamera di molti minuti: se posso risparmiarle questa noia, sar felice.... Mi sembra che, pel momento, sia meglio lasciar Paolo alle sue occupazioni. Ha una tale responsabilit quell'uomo, che un errore, una svista.... Lei mi capisce?.... Vuol permettermi, intanto, di accompagnarla dal profumiere?
A qualche passo di distanza, dov'ero io, Cesare Dolabella mi sembrava comicissimo; gestiva con rapidit e mutava espressione di secondo in secondo; voleva a tutti i costi dissuader Giselda dal fare l'improvvisata che il suo cervellino di donna onesta le suggeriva come la suprema delle astuzie, e per ci si accalorava, inventando le frottole pi imprevedute.... Credo che la signora si seccasse molto, ma accett docilmente l'offerta d'essere accompagnata, e Cesare Dolabella le si piant al fianco, ben deciso a impedirle di importunare suo marito e di assicurarsi ch'egli non si trovava n in ufficio, n alla Banca d'Italia, n alla Societ del gas.
...
Per tutto il tempo che dur quest'adulterio, due anni! il nostro gruppo ebbe noie infinite. Uomo scaltro e freddo, Paolo Castaldi aveva ridotto la sua vita a un giuoco di scacchi: tutto andava bene se tutti i pezzi si movevano con arte: un errore, una svista, come diceva Cesare Dolabella, sarebbero bastati per fargli perdere quella partita, alla quale si appassionava. E fra, i pezzi del suo giuoco, noi eravamo i pi importanti, dovendo fornirgli il pretesto alle scappate e le giustificazioni delle sue assenze e dei suoi piccoli viaggi di piacere.
Io che avevo la, diremo cos, fortuna di conoscere Giselda e Clelia, la moglie e l'amante, mi accorsi presto ch'egli non era sincero n con l'una, n con l'altra. Essendo gelose ambedue, esigenti e passionali, egli le rassicurava con chiacchiere inverosimili e riusciva a calmarle con uno sforzo di assiduit indefessa. S'era ridotto, per correre dall'una all'altra, dall'amante all'ufficio e dall'ufficio alla Borsa, e dalla Borsa a casa sua e da casa sua a casa dell'amante, s'era ridotto a girare l'intero giorno in carrozza. Aveva sempre quella medesima carrozza da nolo con quel medesimo cocchiere, il quale doveva conoscer la vita di Paolo Castaldi tanto quanto noi.
Devo una parola a questo vetturale intelligente. Era un uomo di circa quarant'anni, dal viso rubicondo e bonario e dal pugno solido: bel tipo di popolano che sapeva non uscir dal riserbo impostogli dalla sua condizione, pur godendo la fiducia e la dimestichezza di tutti noi. Voleva bene a Paolo e lo serviva con devozione; non risparmiava il suo cavallino e badava che la carrozza fosse in ordine, sempre col soppedaneo e col grembiale puliti.
 un uomo, un uomo! egli mi diceva qualche volta, alludendo a Paolo. Trova tempo a tutto!...
Il buon cocchiere serviva anche noi, ma si guardava dal tradire i segreti del suo cliente principale. Io sospetto che, per una complicazione involontaria, il vetturale tenesse d'occhio la cameriera di Paolo; a furia di condurre e ricondurre a casa il padrone, aveva fatto la conoscenza della giovane, e i due si raccontavano forse ci che avveniva nella famiglia di Paolo.
Non potrei spiegare diversamente come un giorno egli sapesse che quella notte medesima Paolo voleva andare al veglione con Clelia. Il cocchiere me lo disse, conducendomi alla passeggiata.
Mi ha dato appuntamento per mezzanotte, egli raccont. E vi vado. Ma me ne spiace, perch la signora Castaldi vuole andare al veglione.
Come sai? chiesi io stupito.
Le dir.... La cameriera mi ha avvertito che deve accompagnare al veglione la signora.... Pare che la signora vada a vigilare il marito.... Sarebbe bene che qualcuno lo avvertisse. Mi capisce: io non posso permettermi col signor Castaldi.... Ma i suoi amici dovrebbero dissuadernelo, senza tradir la signora....
Le apprensioni del buon uomo erano soverchie. Paolo si rec al veglione con un domin giallo; ambedue portavano maschere con merletto lungo. Giselda che, a sua volta, indossava un domin grigio e sperava di cogliere il marito a viso scoperto, non fu riconosciuta da Paolo, ma anche Paolo non fu riconosciuto da lei. In complesso, mi sembra che quella notte si sian divertiti tutti quanti, nonostante una grandissima paura di essere sorpresi.
Paolo non seppe mai della scappata di sua moglie; non la conosciamo che io, il vetturale e la cameriera. Questa era una giovane bionda, snella, fresca, la quale viveva della vita della sua signora, ed era gelosa di Paolo per amor di Giselda; si spazientiva d'ogni ritardo di Paolo, e gettava qualche volta a Giselda delle occhiate lunghe di tenerezza e di compassione. Si sentiva che aveva un prurito insaziabile di parlare, di aprir gli occhi alla signora, e se ne tratteneva a forza per l'odiosit della cosa e per non addolorare Giselda. Ma ella, per conto suo, era implacabile con Paolo, che non poteva sperar da lei la minima indulgenza.
Se non fosse perch.... la metterei alla porta con una pedata! mi diceva Paolo con irritazione. Non c' pericolo che stia zitta; pare ci trovi gusto a far la pettegola. Il signore non era in ufficio: il signore era assente da stamane: ho visto il signore in via tale, alla tale ora: il signore qui, il signore l.... . Glie lo darei io, il signore!... Ma che vuoi? Bisogna essere prudenti....
Essere prudenti! Questa frase in bocca di Paolo Castaldi pareva un'ironia, perch talora commetteva delle imprudenze giovanili, forse non per impeto, ma per forza delle cose. Pi volte s'era arrischiato ad andare a teatro con Clelia; stava in palco, dietro la giovane, un po' in ombra, ma quell'ombra dava straordinariamente sui nervi degli sfaccendati: poi, entrando ed uscendo dal teatro, bisognava pur farsi vedere da mille occhi indiscreti e passar tra due ali di curiosi.
Il professor Lupacchioli, un piccolo uomo dal colorito cinese, era con me, una sera, in una di quelle ali di curiosi: e a un tratto mi disse:
To'! Non sapevo che il cavalier Castoldi avesse moglie!
Dov'?
Laggi, con quella magnifica bruna: ecco, accende la sigaretta.... Ma  giovanissima..., una bambina..., una fanciulla..... Parlo della bruna, non della sigaretta....
O professore mio, quanto siete spiritoso!
Non sapevo che avesse moglie, seguit Lupacchioli. Me ne congratulo. Un uomo ammogliato  al riparo da quelle tentazioni, da quelle passioni, che rovinano i pi bei caratteri.... Il matrimonio, vedete....
Vi prego, professore....
Lasciamo stare, dunque: ma avete compreso. Bravo, bravo, bravo Castaldi! Ha la sua graziosa moglie, il suo focolare, la sua famigliuola.... Bravo, bravo, davvero! Me ne congratulo.
Lupacchioli, stretto in quella siepe umana, ritto sulla punta dei piedi, borbottava i suoi complimenti morali che parevano ribollirgli nella strozza, e quando Paolo Castaldi fu presso di noi, Lupacchioli riusc ad alzare il braccio, ad acchiappare il cappello e a dimenarlo un istante per salutare....
Non ci ha visti! mormor poi, mentre Paolo seguitava la sua strada a piccoli passi, a fianco di Clelia. Peccato che non ci ha visti!
Ci aveva visti benissimo: un'occhiata sua di traverso, irritata e turbata, me ne aveva fatto accorto; ma presso Lupacchioli aveva visto anche me, e il viso del delinquente parve rasserenarsi. C'era uno di quelli che lo sapevano, ed egli sentiva di potersi fidare.
Lupacchioli non la finiva pi coi suoi complimenti: udii ancora venir su dalla siepe umana queste parole:
Bravo, bravo, bravo!... Ah, con una moglie simile, si  proprio al riparo da ogni tentazione, da ogni passione perniciosa. Oh, glielo dir domani! Egli mi ha invitato a pranzo per domani, e far i miei complimenti a lui e alla sua signora!... Bravo cavaliere, bravo davvero!...
Mio Dio, pensai, questo nanerottolo sta per fare una frittata! Volete che ce ne andiamo? dissi ad alta voce. Qui si soffoca, ed ormai non c' pi nulla da vedere.
Quando fummo fuori del teatro, aggiunsi:
Caro professore, voi non avete capito nulla. Paolo Castaldi  ammogliato, ma la signorina ch'egli accompagnava  mia sorella.... Perdonatemi se vi lascio, perch devo raggiungerli.... Non mi avete visto in palco con loro?....
E mi allontanai, per raggiungere davvero Paolo Castaldi e avvertirlo di ci che avevo detto a Lupacchioli. Quest'ultimo mi seguit un tratto, profondendosi in iscuse, dichiarando che non aveva avuto intenzione di offendere, pregandomi di umiliare ai piedi della signorina mia sorella i suoi rispettosi omaggi: un vulcano di parole inutili, come sanno dirle i professori.
...
Fu questo piccolo incidente che rovin tutto l'edificio, del quale noi eravamo le cariatidi.
Il professor Lupacchioli raccont la scena a sua moglie, perch anch'egli egli possedeva una moglie che avrebbe dovuto metterlo al riparo da ogni perniciosa tentazione.
Costei era una femmina gialla e sbilenca, bisbetica e feroce, che lasciava andar la casa a rotoli per ficcare il naso negli affari altrui.
Con l'acume delle pettegole professionali, la signora Lupacchioli subodor qualche cosa di strano e di losco, in un fatto cos semplice e cos semplicemente avvenuto.
Cominciamo col dire che quello scribacchino non ha sorella; almeno, io non ne ho mai sentito parlare, e se non ne ho sentito parlare io, puoi star certo che non ne ha. Poi, ti pare che la sorella di quel perticone con quel naso da cavallo maremmano possa essere una bella figliuola? Tu dici ch'era bella; gi, tu, per trovar belle tutte le donne, sei famoso; ma ammettiamo che fosse bella, e se  bella, non ha nessuna parentela con quell'antipatico poseur. E perch, poi, egli era nell'atrio con te, mentre sua sorella se ne andava col Castaldi? O perch non c'era il Castaldi da un lato, lo scriba dall'altro e la sorella fra i due, come usa la gente per bene? E com' che durante tutto lo spettacolo egli non s' mai visto, ed  balzato fuori all'ultimo momento per correr dietro a Castaldi, che se ne andava a casa con sua sorella, di notte? Che mestiere fa, colui, oltre quello d'imbrattar la carta...? No, no, no, Prosdocimo, a te che sei un imbecille, certe cose paion chiare come il sole, ma a me non le dnno a bere. Ti hanno menato pel naso. Qui c' un mistero. Devo vederci chiaro, io: lascia fare a me: fra un paio di giorni, ti so dir vita e miracoli di quei due messeri.... Belle compagnie, che frequenti, oh, bella gente davvero! Un insegnante, un padre di famiglia, uno sposo, l'autore della morale per i giovanetti d'ambo i sessi!...
Infine, la signora Lupacchioli mise pel capo del professor Lupacchioli tanti dubbii e tanti sospetti, che il professore, andato l'indomani a pranzo in casa di Paolo Castaldi, pareva un congiurato. Giselda s'aspettava ch'egli dicesse d'aver visto Paolo a teatro con mia sorella, perch Paolo, avvisato da me, aveva raccontato negligentemente il fatto a sua moglie, dicendo d'esser stato ospite nel mio palco. Ma il professor Lupacchioli stava zitto e girava gli occhi intorno, quasi avesse temuto di trovar la mia ipotetica sorella sotto la tavola o sopra un armadio, e ad ogni allusione della signora Castaldi, parlava con voce tronca, interrogando il viso di Paolo, che masticava bestemmie e pietanze: e fu cos goffo, cos misterioso, cos timido e bestialmente riservato, che la signora Castaldi cominci a dubitare, a pensare, ad arzigogolare, e Paolo non riusc a calmarla.
Poi la signora Lupacchioli, la quale frequentava tutte le famiglie di nostra conoscenza in cui le dilettanti pettegole si contavano a centinaia, trascin di casa in casa l'episodio della supposta sorella, aprendo una severissima inchiesta sulla mia vita intima, sul mio passato, sulle mie abitudini, e sulle abitudini, sul passato, sulla vita intima di Paolo e Giselda.
...
In capo a otto giorni quella mala femmina sapeva che non esisteva alcuna mia sorella, che Paolo Castaldi aveva un'amante, la quale si chiamava Clelia Della Valle, che Clelia aveva vent'anni, ed al suo servizio stava una cameriera, Irene, venuta a sostituire Celestina, congedata recentemente, e che Clelia si faceva gli abiti da Casalotti e C., comperava le scarpe da Bondioli e C., e le calze da Serpiggini e C.; beveva il caff quattro volte al giorno, inzuppandovi quattro biscottini di Novara; e che il letto di Clelia era sostenuto da quattro putti scolpiti in legno ad uno dei quali si era rotto il naso nell'ultimo trasloco.
Cesare Dolabella, qualche tempo dopo quel sordo lavoro, mi corse incontro un bel mattino.
Siamo rovinati! disse. Il nostro segreto  in mano delle donne. Prima di questa sera lo sapr anche la signora Castaldi....
Che vuoi dire? chiesi, indovinando a met.
Voglio dire che ieri sera, nel salotto della marchesa Torquati si parlava a tutto spiano dell'amore di Paolo Castaldi per Clelia Della Valle e si diceva che quell'uomo si rovina, perch Clelia  anche minorenne, e ne pu venir fuori uno scandalo rumoroso.... La signora Lupacchioli, una strega, che non avevo mai vista prima, mi confid che questa Clelia  tua sorella e che tu ti presti volontieri a far da nume tutelare....
Ma tu sei matto! gridai. Io non ho sorelle.
Lo so benissimo, ma ci non fa niente; e tu accompagni tua sorella a teatro, perch s'incontri con Paolo, e al momento opportuno, dopo lo spettacolo, te ne vai, mentre Paolo torna a casa con tua sorella....
Ma questa  roba da Codice penale...! gridai. Io dar querela alla signora....
Lasciamo stare il codice! disse filosoficamente il Dolabella. Non si tratta di te. Una simile diceria non pu reggere. Ma bisogna avvertir Paolo, perch le chiacchiere femminili si diffondono con la rapidit del fulmine.
Corriamo da Paolo!
In carrozza ci recammo all'ufficio. Paolo non c'era. Quella mattina era in ritardo di un'ora, e non se ne capiva la ragione. Io e il Dolabella ci guardammo in faccia; la ragione, forse, la sapevamo noi! Sempre in carrozza volammo a casa di Paolo.
Ci si fece attendere quarantacinque minuti; dall'appartamento ci giunsero all'orecchio l'eco di voci alte e come il lagno di singhiozzi soffocati, poi il tonfo d'una sedia. Finalmente una porta s'aperse e Paolo comparve, pallidissimo, con le mani agitate da tremito nervoso.
Sai, disse Cesare a voce bassa, ma rapida e concitata. Sta in guardia: ci son delle pettegole che chiacchierano; la marchesa Torquati, la signora Lupacchioli....
Paolo ci strinse le mani, sorridendo d'un sorriso amaro; poi si lasci cadere in una poltrona, e mormor:
Vi ringrazio, vi ringrazio;  troppo tardi, Giselda sa gi tutto, per filo e per segno: nome, cognome, indirizzo, forma del letto e colore della coltrice....  finita!
Cesare cadde in una poltrona, a sua volta.
Ma come mai? chiesi io. Da iersera a oggi?
Una denuncia anonima, disse Paolo. La lettera d'una pettegola che si dichiara un'amica della morale....
....per i giovanetti d'ambo i sessi, interruppi io, sbadatamente.
...
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FINE.
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IN QUATTRO.
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All'amico avv. Guido Spinelli.
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...
Il treno si ferm improvvisamente sotto la tenebrosa galleria. I viaggiatori si guardarono inquieti, perch in quel mese erano avvenuti gi due scontri sulla linea; alcuni si affacciarono allo sportello, guatando a destra e a sinistra, sebbene l'oscurit fosse profonda e imperscrutabile, e da uno scomparto all'altro si domandarono notizie; le voci echeggiarono distinte e metalliche.
Non vorrei.... disse Carlo Cordiani al giovane che gli sedeva di fronte. Non vorrei ci fosse qualche guasto alla macchina. Quando viaggio io, c' sempre qualche guasto....
Se almeno ci dicessero che cosa avviene, mormor una signora, dall'angolo ove s'era raggomitolata.
Speriamo che abbian fatto i segnali perch qualche treno non ci raggiunga, o non ci prenda di faccia, osserv il giovane, Stefano Dolfi.
Si va o si resta? gridava qualcuno dallo scomparto attiguo....
Veramente non dovrebbero passare altri treni sulla linea, a quest'ora, disse Carlo Cordiani, che nel frattempo aveva sfogliato l'orario alla luce incerta della lampada pnsile. Ma se si ferma, ancora molto, io discendo.
Discendo anch'io, esclam la signora, dall'angolo.
Aspettino, aspettino, disse Cesare Dolfi. Non si vede nemmeno ove mettere i piedi. Possono trovarsi sull'altro binario e farsi del male.
Un quarto viaggiatore ch'era in quello scomparto, a fianco di Carlo, stava silenzioso e immobile, stringendo nervosamente le mani; poi accese una sigaretta e parve rassegnato ad aspettare.
Si va? Non si va? Dobbiamo dormire qui? seguitava la voce dello scomparto attiguo: e il suo tno beffardo irritava Carlo che se ne stava con l'orario in una mano e il cronometro nell'altra.
Non la finisce questo seccatore col si va o non si va? esclam egli. Dopo tutto, non  passato ancora un minuto.... sar, come le dico: un guasto alla macchina; appena salgo in un treno, paf, si guasta la macchina e bisogna fermarsi.
Ohe, si va? o non si va? ton la voce nella galleria, formidabilmente.
Auf! Perdio, ma  un imbecille, costui! disse Carlo Cordiani; e alzandosi presto come glielo permetteva la sua corpulenza and allo sportello e cacciata fuori la testa nell'oscurit profonda, rispose forte: Si andr quando si dovr andare: Lei stia zitto.
E Lei chi ! chiese la voce beffarda.  il capo-treno? Ascolti, signor capo-treno: io ho pagato un occhio questo viaggio e voglio viaggiare a comodo mio, non a comodo loro. Ha capito?
Le dico di star tranquillo, rispose Carlo Cordiani, aggrottando le sopracciglia, bench sapesse che il suo viso non si vedeva. Si metta a sedere e aspetti anche Lei come gli altri....
Volevo sapere soltanto se si va o non....
Auf! Perdio!
.... o non si va! La si pacifichi, signor capo-treno..... Gli  una curiosit innocua: generalmente ci si mette in treno per andare; ma se Lei mi dice che stavolta ci siam messi in treno per restare, io non fiato pi....
C' un guasto alla macchina, disse Carlo Cordiani autorevolmente. Ora ripartiamo.
La voce non rispose, e Carlo dopo un istante ritir la testa dal finestrino e torn a sedere.
Cesare Dolfi rideva. Carlo Cordiani guard il cronometro.
Un minuto e mezzo, mormor. Comincia a farsi lunga.
Mio Dio, mio Dio, balbett la signora dall'angolo. Mi scusino, ma io ho paura.
Ha ragione, che diavolo! esclam Carlo Cordiani, tanto per rassicurarla. Uno scontro non  mai piacevole: rimanere schiacciati fra due repulsori, o chiusi fra le pareti d'un vagone....
Per carit, singhiozz la povera signora atterrita. Ma c' dunque il pericolo d'uno scontro? Io voglio discendere; mi aprano lo sportello che io discendo....
E levatasi, fece un gesto cos deciso, che il giovane Cesare Dolfi accorse a lei, e la rimise a sedere.
Non c' nessun pericolo, disse rapidamente. Il signore scherza. Se scende ora, va a farsi male..... Guardi, ripartiamo!
Oooh, si va, si va davvero! ton la voce gioiosa e beffarda entro la galleria. Bravo capo-treno!
Il convoglio si moveva in quel punto, adagio, adagio, accompagnato dal suono della cornetta; poi s'ud un fischio acutissimo, prolungato e il treno riprese la sua velocit abituale.
Cesare Dolfi era rimasto a sedere di fronte alla donna, che taceva; e quando la galleria fin e un'ondata gaia di luce invase lo scomparto, Cesare guard meglio la sua compagna, che gli parve molto gentile, tutta bionda con gli occhi cilestri e grandi; vestiva un abito grigio, aveva un cappellino tondo e grigio, alla canottiera; le mani guantate erano piccole con le dita magre e lunghe.
Va meglio, ora? le chiese Cesare Dolfi, quasi sotto voce. Guardi la campagna!
S, grazie, rispose la donna, giovane, obbedendo al consiglio e guardando i campi e i monti illuminati da un fulgoro di luce. Sono stata molto ridicola, non  vero?
Cesare protest, ma prima che potesse rispondere, intervenne il quarto viaggiatore, il quale era rimasto silenzioso fino allora, fumando una sigaretta..
 meglio aver paura, in certi casi, egli sentenzi. Io sono stato presente a tre scontri e ne so qualche cosa..... Peggio del signore che ha sempre i guasti alla macchina, soggiunse in tono d'amabile ironia.
Carlo Cordiani sorrise, anch'egli amabilmente come poteva.
E se l' cavata sempre? chiese Cesare Dolfi, un po' seccato che interrompessero il suo colloquio con la graziosa signora..
Oh, sempre, grazie a Dio, senza una scalfittura! esclam il viaggiatore, gettando la sigaretta dal finestrino. Ma nell'ultimo, ho avuto la disgrazia di perdere un mio ottimo amico, forse il pi intimo, il pi caro dei miei amici.
Gli altri tacquero un istante, angustiati, e il viaggiatore gett un'occhiata triste, vagante, fuor della finestra. Era un uomo vestito con eleganza, sui quarant'anni; portava la barba intera, nerissima, e i suoi occhi avevano un'espressione assai dolce e melanconica.
Com' avvenuto? disse Carlo Cordiani. Da molto tempo?
Son due anni, rispose il viaggiatore. Si ricorda, lo scontro sulla linea Milano-Venezia?
Ricordo, ricordo! esclam Carlo. Fu di notte, una cosa spaventevole!
Spaventevole: tre carrozze di coda entrarono a tutta forza nella quarta; eravamo stati sopraggiunti da un treno a grande velocit. Di quelle quattro carrozze non si trovarono che i frantumi.
E Lei c'era? chiese Cesare Dolfi, che interrogava, comprendendo la curiosit della signora bionda e la sua ritrosia a far domande.
Io era nell'ultima carrozza, che salt in aria; ma poich il treno s'era arrestato per un guasto, ero disceso; mi trovavo in uno scomparto ove non si poteva fumare e volevo aspirar qualche boccata d'una sigaretta.  cos che mi son salvato. Il mio amico rimase; lo avevo invitato a scendere egli pure, ma non volle; prefer dormire; fu la sua morte.... Fumando, m'ero allontanato un poco dalla mia carrozza, incamminandomi verso la locomotiva per chiedere se si dovesse restar molto ancora. Il nostro treno erasi fermato a un gomito della strada, cosicch non si scorgeva da lontano.... Appena arrivato presso la macchina, un fragore intenso mi fece inorridire; un treno voltava l'angolo e dava di cozzo formidabilmente nel nostro.... Mi misi a correre verso le ultime carrozze, chiamando a gran voce il mio amico; poi fu un urlare spaventoso, e un rumore..... ah che frastuono di cose, di ferri, di legname, che si sfasciavano! Io vidi la mia carrozza, incalzata dalla locomotiva del treno sopraggiunta, appiattirsi quasi fosse di gomma, allargarsi fuor del binario, alzarsi, divenuta sottile, e volare in ischegge, mentre le seguenti si piegavano una sopra l'altra; le parti in frantumi schizzavano come vetro da tutte le parti, quasi compresse da un torchio gigantesco.... Ma  stato uno spettacolo! E che grida, e che scene! I giornali le chiamano strazianti; io non troverei un aggettivo. Mi ricordo d'una giovinetta stesa a destra del treno, sul rialzo erboso, col fianco squarciato da un pezzo di lamiera.....
Gli occhi del narratore si volsero alla donna bionda, che lo ascoltava con un'espressione di curiosit e di spavento indicibili.
Era bionda, egli disse poi, e aveva viaggiato nel nostro scomparto.... Ma lasciamo.... Il mio amico non si trovava pi; in quella ressa di gente, che, scampata per miracolo e gettatasi fuori delle vetture, correva pazzamente verso il luogo della catastrofe, io arrischiai pi volte d'esser buttato a terra. Ci si vedeva poco: c'eran dei fanali rossi e bianchi, tolti ai due convogli, ma servivano appena; poi nessuno comandava, tutti si pigiavano intorno ai resti delle carrozze frantumate; c'eran molti che urlavano soltanto per paura e non avevan nulla, viaggiavan soli; le donne, oh le donne alzavan le braccia al cielo, svenivano, si lasciavan calpestare.... Io correvo come un cane, innanzi e indietro, attorno a quel cumulo di legnami e di ferro; alzando gli occhi, mi accorsi che i fili del telegrafo pendevano, spezzati dalla nostra carrozza, la quale aveva fatto un balzo in alto e di traverso.... I viaggiatori del treno che ci aveva soprappresi eran tutti salvi; parevano altra gente, gente ragionevole in mezzo a un manicomio, ed essi cominciarono lo sgombero.... C'eran dei carabinieri, dei soldati, degli ufficiali: fummo allontanati tutti; quelli che urlavano senza ragione e non avevan n un parente da cercare, n una ferita da curare, vennero mandati via con le buone e con le brusche.... Io rimasi e aiutai....
Vi furono parecchi morti, disse Carlo Cordiani.
Una ventina di morti, conferm il viaggiatore. Adelio, il mio amico, fu tra questi. Lo si trov stretto fra due sedili, trattenuto in piedi dalla congerie alta dei rottami....
Qui il viaggiatore tacque improvvisamente e lanci la sua occhiata malinconica ed errabonda alla campagna; il fischio prolungato della locomotiva fece dare un sobbalzo alla signora dell'angolo; ella guard in faccia Cesare Dolfi, che le sorrise per rassicurarla.
Siamo a Ronco, diss'egli, mentre il treno rallentava; poi os chiedere: Lei va a Genova?
S, rispose la donna. Anche Lei?
Anch'io, conferm Cesare Dolfi con una espressione d'ingenuo piacere.
Si sentivano amici; Cesare era annoiato dai racconti che Carlo Cordiani invocava dal quarto viaggiatore, e che impaurivano la sconosciuta gentile; ma non sapeva come interromperli. Il viaggiatore fumava di nuovo una sigaretta, e non appena il treno riprese la sua corsa, Carlo Cordiani interrog:
E cos? Lo si trov morto il suo amico?
Ho stentato molto a crederlo; mi pare di non crederlo nemmeno ora, disse l'altro. Non ci si abitua, all'imprevisto, quando  cos spaventoso.... La morte ci sembra un avvenimento al quale non pu mancare la preparazione, che  la malattia; a poco a poco, non  vero? vedendo la persona cara affievolirsi, ci si prepara a lasciarla.... C' il dolore, lo strazio anche a questo modo; c', sopra tutto, il silenzio della casa, il vuoto; ci son molte cose terribili, per chi sopravvive.... Ma  diverso, insomma:  un dolore pi.... come dire?.... pi ragionato e pi ragionevole. Il trapasso violento e fulmineo dalla vita alla morte ci pare assurdo: non ci si raccapezza.... Io mi ricordo che per lunghi mesi il mio dolore non fu meno della rabbia; ero arrabbiato come se il mio amico me lo avessero nascosto; quando ci pensavo, serravo le mani e mostravo il pugno a qualcuno....  ridicolo, certo, ma  cos.... Al vedermelo poi quella notte, in piedi, morto, col viso gonfio, le braccia e le gambe spezzate, io non provai che stupore; mi chiesero se lo riconoscessi, se ne sapessi il nome dubitando; era Adelio, probabilmente, ma mi riservavo di pensarci ancora.... Forse c'ingannavamo tutti quanti.... Solo quando mi fecero proseguire il viaggio in una carrozza del treno rimasto illeso, e quando mi trovai con altre persone, compresi che avevo lasciato il mio amico e quella giovinetta bionda, ma per sempre, non sulla strada del disastro, ma sulla strada dell'eternit....
Che destino! mormor Carlo Cordiani, divenuto pensoso.
Che destino veramente! ripet il viaggiatore, crollando il capo. Nessuno avrebbe dubitato che una tale, una cos stupida e assurda catastrofe, dovesse chiudere una esistenza rigogliosa e piena di gioia.
Cesare Dolfi s'accorse che la bionda signora prestava minore attenzione ai discorsi dello sconosciuto, e per distrarla, offerse alcuni giornali che teneva fra le mani. Ella li prese e cominci a leggerli, mentre Cesare aspettava che finisse per seguitar la conversazione e domandar tante cose, amichevolmente e con prudenza.
Piena di gioia, continuava il viaggiatore, volgendosi ormai a Carlo Cordiani, poich comprendeva che gli altri pensavano ad altro. Ricco, scapolo, intelligentissimo, colto, robusto, aveva tutto per essere felice, e lo era, e lo diceva, poich non dissimulava mai nulla. Ma ad occhio esperto, a un osservatore profondo, non poteva sfuggire che la vita di lui avesse qualche cosa di strano....
Di strano? ripet Carlo.
Vi fu una nuova fermata del treno; Cesare Dolfi ricevette dalle mani della signora i giornali ch'ella aveva appena scorsi con l'occhio distrattamente, e quando il treno ripart, i due giovani cominciarono una conversazione serrata, cortese, che divertiva Cesare Dolfi.
S, qualche cosa di strano era in quella vita, prosegu il viaggiatore. Attraverso tanta gioia c'era un fondo oscuro.  difficile spiegarsi: voglio parlar del caso, di quel quid imponderabile e tirannico, il quale muta d'un tratto un avvenimento o lo crea. Mi spiego? Il caso aveva sempre interessanteo quasi sempre una parte d'importanza nella vita dell'amico mio; egli vi era cos abituato, che non se ne accorgeva, io notava la stranezza con una certa apprensione, e la feci notare anche a lui qualche volta. Erano spesso casi felici, incontri piacevoli, avventure comiche, ma ci che avveniva a lui non avveniva mai ad altri, nemmeno se andavano essi alla ricerca del caso e dell'avventura. Le dar un esempio; una notte egli era atteso in una strada di campagna da un massaio che aveva congedato qualche tempo prima e che voleva vendicarsene. L'amico mio passava per quella strada sempre alla medesima ora, ed era sempre disarmato; si fidava di tutti e d'altra parte era molto coraggioso. La notte dell'agguato, mentre lasciava la mia villa per recarsi alla sua, non so come gli sfugg di mano la lanterna cieca, la quale cadde a terra e si ruppe; si ruppe il vetro, ed era naturale, ma anche la parte di ferro e il lumicino interno si guastarono in modo che la lanterna non poteva pi servire; e tuttavia la caduta era stata leggera, e una tale rovina pareva inesplicabile. Nel mentre egli ed io stavamo commentando e ridendo dell'accaduto, un uomo ci pass vicino sulla strada: aveva una lanterna cieca a vetro rosso, come quella dell'amico mio, e si dirigeva per il viottolo che il mio amico percorreva tutte le notti....
Ah questo mi piace! interruppe ingenuamente la signora, che, troncando la conversazione con Cesare Dolfi, prestava attenzione alle parole dello sconosciuto.
S,  fantastico! rispose Cesare con lieve ironia.
Noi guardammo l'uomo, che non avevamo mai visto in paese, e non dicemmo nulla; rientrammo in casa per trovare qualche lume da sostituire alla lanterna; era d'estate e le finestre della cucina stavano aperte; a un tratto, il crepito d'una fucilata ci fece fare un sobbalzo. Questa, era forse per me, disse l'amico mio impallidendo. E non s'ingannava; il campiere aveva sparato quasi a bruciapelo contro l'uomo che passava pel viottolo, scambiandolo per il mio amico; trovammo il cadavere col petto crivellato da quadrettoni.... La lanterna cieca aveva salvato la vita ad uno ed aveva fatto morire l'altro.... Ma lo strano si  che la vittima innocente non fu mai potuta identificare; nessuno conosceva quell'uomo in paese, nessuno si present a riconoscerlo; l'amico mio lo fece seppellire e gli innalz un monumento funebre.
E il campiere? domand la giovane bionda.
Il campiere fu arrestato e condannato a trent'anni di reclusione, rispose il viaggiatore sorridendo. Ma non  strano questo caso? Non ha del fantastico, come diceva il signore? Nella vita dell'amico mio, il caso aveva una preponderanza inquietante; qualche cosa lo proteggeva sempre, troppo; sembrava che la sua esistenza scorresse tranquilla e felice, ma solo per un seguito di combinazioni ingegnose e faticose, dovute a una volont soprannaturale. Il giorno in cui uno di questi imponderabili coefficienti fosse venuto a mancare, in cui il caso avesse avuto, per cos dire, una distrazione, il mio amico sarebbe stato perduto.
E avvenne realmente questo; chiese Carlo Cordiani.
Sampierdarena, mormor Cesare Dolfi, accorgendosi che il treno rallentava, e tentando distogliere la signora nuovamente dall'attenzione per le cose fantastiche.
Ci sar una buona fermata, disse il viaggiatore, quando il treno s'arrest. C' tempo a sgranchirsi le gambe.
Egli e Carlo Cordiani scesero; Cesare Dolfi respir, e si volse alla compagna..
Ha sete? domand. Vuole che le porti degli aranci?
No, grazie, sto bene; non ho bisogno di nulla.
Che pensa di codesto originale? disse Cesare accennando al viaggiatore, che passeggiava sul marciapiede della stazione. Ci ha dato una conferenza.
Non c' male, rispose la giovane. Ma  interessante; mi piacciono i racconti. 
Quant' carina! pens Cesare, gustando quelle espressioni ingenue e quasi infantili. Vuol fare della filosofia sui casi della vita, ma non ci riesce; non ci riesce n lui, n alcuno al mondo. Bisogna adattarsi, vivere e tacere; questa,  filosofia buona. Del resto, continu, figgendo gli occhi negli occhi della sua compagna e sorridendole, ci son dei casi, degli incontri cos fortunati, che compensano di mille dolori.
La signora bionda arross lievemente e volse il capo, un po' impacciata dall'allusione. Cesare Dolfi, implacabile, approfitt di quel turbamento per chiedere con audacia:
Suo marito le verr incontro alla stazione?
La giovane guard Cesare con meraviglia.
Mio marito? ripet, trattenendosi a stento dal ridere, No.
Nessuno le verr incontro, signorina? chiese Cesare con voce anche pi umile.
Non so....
Mi perdoni, mormor Cesare Dolfi, temendo di averla offesa.
Carlo Cordiani risal in quel punto, e la giovane non rispose; indi a poco, sal anche il quarto viaggiatore, e, chiuse le portiere, il treno riprese la corsa verso Genova. Cesare Dolfi era triste e non parlava pi.
E allora? chiese Carlo Cordiani, che non voleva perdere il filo del discorso.
Dicevamo? seguit cortesemente il viaggiatore. Ah, ecco! Io ho sempre pensato che un errore infinitesimale, una distrazione trascurabile, il quid senz'apparente valore, di cui dianzi parlavo, avessero e dovessero avere un significato enorme per l'amico mio. Parecchi della sua famiglia erano morti per casi accidentali; il padre, cadendo di carrozza; il fratello per una disgrazia di caccia; un cugino, annegato nel bagno.... Sempre il caso, l'impreveduto, il fatto meschino che d luogo all'irreparabile.
Ma avviene cos per tutti, osserv Cesare Dolfi annoiato. Il caso presiede a quasi tutte le vicende della vita. Perch ci troviamo, ora, qui insieme? Perch tutti quanti viaggiamo verso Genova? Perch ci siam conosciuti? Per caso!
Prego, non  la stessa cosa: non parlo di avvenimenti comuni che non avran conseguenze. Noi siam saliti qui, abbiam fatto quattro chiacchiere, arriveremo, ci saluteremo e ci lasceremo....
Cesare Dolfi lanci alla giovane compagna un'involontaria occhiata di rammarico.
Ma questo non ha nulla di simile con quanto narravo poco fa, con la caduta d'una lanterna cieca, che salva un uomo da un agguato e ne fa morire un altro in sua vece; non ha nulla di comune con la morte improvvisa, del padre dell'amico mio, avvenuta di notte, per l'incontro d'un ubbriaco misterioso, sdraiato a terra, che spavent il cavallo e fece ruzzolare la carrozza in un fossato, dal quale il vecchio signore non si rialz pi. Guardi, anzi: questo caso sciaguratissimo fin per giovare al mio amico. Suo padre aveva espresso, poco tempo prima di morire, l'intenzione di diseredare il figlio; si trattava di questioni politiche, anzi di questioncelle locali, di lotte di campanile. Il vecchio era assurdo su questo tema e s'era guastato col figlio. La notte in cui mor, egli si recava appunto in citt dal notaro per modificare o per ritirare il suo testamento; avvenne la catastrofe, e il mio amico entr in possesso di tutta la sostanza, come gli spettava.
Non vedo nulla di strano, obbiett Cesare Dolfi.
Nulla e tutto, ribatt il viaggiatore. Nulla di strano per chi non si arresta a meditare, per chi non ha coscienza dell'armonia dei fatti. Io chiamo caso, appunto la sproporzione tra causa ed effetto: ho l'intuizione dell'armonia e l'abitudine a ricercare, a scrutare, ad approfondire....
E fa benissimo, esclam Carlo Cordiani. Cos si deve vivere....
Cesare Dolfi sorrise, e non amando le discussioni, non osando interrompere pi oltre la giovane compagna, che stava ad ascoltare, riprese i suoi giornali e ne lesse gli articoli di fondo, i quali, almeno, eran d'accordo nel parlar male del Ministero e della Camera.
La morte orrenda dell'amico mio non  avvenuta per un sguito di contrattempi e di piccolezze? continu il viaggiatore. Eravamo invitati a Venezia da alcuni conoscenti; s'era stabilito di partir la mattina, ma quando mi recai in carrozza, a prendere Adelio, questi mi preg di ritardare; doveva fare alcune compre, ed io gli osservai che a Venezia si comperava tanto bene quanto a Milano; fu irremovibile, dovetti concedergli di partire la sera. Io ho l'abitudine di recarmi alla stazione presto: voglio scegliermi il posto ed evitare la ressa dei viaggiatori. Adelio tard all'appuntamento; per via, avendo scorto alcuni amici, fece fermare la carrozza e si trattenne a salutarli; non li lasci che quando, impazientito, io diedi ordine al cocchiere di procedere. Arrivammo alla stazione tardi: appena il tempo di prendere i biglietti; il treno era gi zeppo di viaggiatori e le carrozze di testa e del centro non avevan posto; ci dirigemmo all'ultima, ove stava quella giovinetta bionda, la quale pure non aveva trovato posto nello scomparto delle signore. Il mio amico scherzava, fingendo una gran paura degli scontri; l'ultima carrozza, diceva, era sempre la pi tartassata; proponeva di salir nel tender in mezzo al carbone; mi chiedeva se non fosse stato bene tornar dal notaio a dettar testamento; quanto a lui, avrebbe lasciato tutto alla signorina che gli era dirimpetto, cos gentile.... Era nervoso; poi croll le spalle, e quando il treno si mosse, dichiar che al fato non si sfugge, e parve pensare ai suoi, morti tragicamente. Un'altra osservazione: l'impiegato che sal a verificare i biglietti, udendo le parole scherzose dell'amico mio, gli disse che una carrozza del centro aveva due posti liberi, lasciati da due viaggiatori, i quali s'erano accorti, all'ultimo, di avere sbagliato il treno. Andiamo? disse il mio amico, mettendo gi la mano sulla valigia. Ma sedendosi tosto, aggiunse: No, la signorina resterebbe qui sola;  cortesia rimanere. E rimase, e continu a scherzare. La carrozza che ci aveva indicato il controllore, io la vidi poi: era intatta.
Il viaggiatore tacque un istante, assorto e commosso. Carlo Cordiani non os rompere quel silenzio.
Non si poteva fumare, nella nostra carrozza, seguit a un tratto il narratore. L'amico mio fumava molto; mi pareva impossibile che reggesse a non fumare per tanto tempo; l'idea di questa privazione, che sarebbe bastata a fargli cercare un altro scomparto, posponendo anche il pensiero cortese di non abbandonare sola la giovinetta sconosciuta, questa idea non gli venne. Quando il treno si ferm sulla linea, a una ventina di chilometri da Milano, ove segu lo scontro, io scelsi e consigliai ad Adolfo di scendere pure. Fumare? egli disse quasi con meraviglia. Ma no, ora io mi addormento. E dalla sua bocca non udii pi altro, non udr pi altro, mai.... S'addormentarono, egli e la sua protetta bionda, per sempre.... Il caso, la spensieratezza che presiedeva a tutti gli atti della sua vita, i ritardi, una corsa perduta, l'incontro degli amici per via, l'esitanza a cambiar posto, queste piccole, indifferenti cose, queste cose volgari d'ogni giorno, queste cose combinate e inavvertite al momento, messe sullo scacchiere della vita, lo uccisero. Io aveva partecipato a tutto, con lui, quel giorno: ai ritardi, agli incontri, alle esitazioni, alla fretta; solo in ultimo, una mossa felice e non calcolata, l'essere disceso a fumare, scompigli la lenta preparazione della morte, e sul medesimo scacchiere ebbi partita vinta.... Giuoco di dadi, capriccio, e null'altro, la vita nostra...!
Tacque e rimase di nuovo meditabondo, senza pi aggiungere verbo.
Quando il treno arriv a Genova, i quattro compagni si levarono. Cordiani e il viaggiatore scesero, e Cesare Dolfi li vide allontanarsi insieme; poi scese la signora bionda, alla quale Cesare pass le valigie. Egli fu l'ultimo: stette sotto l'atrio della stazione, come indeciso, e not che la giovane saliva nell'omnibus dell'Eden-Palace.
Giuoco di dadi, capriccio! si ripet, sorridendo.
Prese una carrozza, le fece fare un lungo giro, giunse egli pure all'albergo scelto dalla sconosciuta; e alla sera, seduto a pranzo vicino a lei, le esprimeva la pi alta meraviglia di averla ritrovata cos presto e cos impensatamente....
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FINE.
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L'ISTRICE.
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In una piccola citt di provincia, che possedeva un'Universit, forse inutile per la scienza ma certamente dannosa per la quiete dei cittadini, io terminava i miei stud. Non ricordo bene quali studi fossero: so che mi annoiavo e che avevo molti debiti, e all'infuori di queste due particolarit, non serbo memoria se non per le amicizie che strinsi in quel periodo di tempo.
La redazione del L'Istrice, giornale politico quotidiano (ufficiale per la Camera di commercio) era il covo di tutte le mie amicizie; l, nel salotto del direttore, Pompeo Tuscolani, io aveva una poltroncina prediletta che mancava della rotella a un piede, cosicch nei momenti di noia potevo dondolarmi a piacere. Ma in generale, alla redazione del L'Istrice non ci si annoiava. I progressisti, i moderati, i clericali, i socialisti si dilaniavan su per i giornali e si facevan poi l'occhio di triglia, quando la mala ventura li metteva di fronte, muso con muso, in qualche caffeuccio o in qualche salottino borghese; e l'eco della vita politica risonava tutti i giorni nella redazione, ed io era a ragguaglio, cos, dei pettegolezzi e sapevo vita e miracoli d'ogni persona, e sentivo che se non avessi abbandonato presto gli studi o gli studi non avessero abbandonato presto me, avrei finito col parteggiare per qualcuno e col giostrar di chiacchiere in qualche giornale.
F, f, -mi diceva Pasquale Briciola, redattore-capo del L'Istrice, giovanotto trentenne un po' sporco ma ricciuto, che non pronunciava l'esse, nemmeno per isbaglio, f, f, la politica  una paffione divorante....
Era cos divorante, per lui poveretto, la passione politica, che di tanto in tanto chiedeva a prestito dagli amici cinque lire per resistere alla voracit della sua professione. Pasquale Briciola l'aveva sempre compilato lui, L'Istrice, e se avesse continuato un pezzo, L'Istrice sarebbe andato a rotoli; ma chiamato a dirigerlo Pompeo Tuscolani, Pasquale Briciola s'era posto ai suoi ordini, lavorando accanitamente, mettendo insieme la cronaca, trascrivendo i telegrammi, redigendo le sedute della Camera, e poi correndo in tipografia a riveder bozze e pagine. Sul principio gli avevano affidato anche l'amministrazione, ma avevan dovuto levargliela di mano, perch talora il conto degli abbonati e delle inserzioni non tornava.
In tal maniera, Pasquale Briciola era redattore-capo; non solo per i suoi meriti indiscutibili, ma anche per l'assoluta mancanza di altri redattori. L'aiutavamo noi, spesse volte; io e alcuni altri studenti, amici comuni; noi recavamo le notizie, correggevamo qualche bozza, scrivevamo qualche articolo. Cesare Danioni stamp un giorno nell'Istrice, come articolo di fondo, un suo lunghissimo studio sulle barbabietole. Non avrei mai imaginato prima d'allora che le barbabietole potessero aver tanto peso nella vita moderna; l'articolo del Danioni fece montar sulle furie molti proprietarii della provincia, che accorsero in redazione a domandare schiarimenti, affermando che le opinioni espresse dal giornale intorno alla barbabietola avevan danneggiato i loro affari. Cesare Danioni era raggiante; da quel giorno in cui scoperse che con un articolo poteva danneggiare tre o quattro proprietarii, si ficc in testa d'essere un uomo importante, e nulla pot dissuadernelo.
Dunque, noi aiutavamo Pasquale Briciola, e nei momenti d'ozio gli cucivamo le maniche del pastrano e pennellavamo con la gomma la poltroncina su cui doveva sedere: volava qualche pugno, si udiva qualche grugnito, poi, al primo telegramma che giungeva, si commentavan le notizie senza alcun rispetto per alcuna autorit.
Nella sala di redazione, veramente una bella sala spaziosa, s'era piantato anche un bersaglio. Teodoro Merini aveva disegnato alcuni circoli neri sopra un cartoncino, che appoggiato a una parete, crivellavamo di colpi con una carabina Flobert.
Il direttore lasciava fare. Pompeo Tuscolani era nostro amico: ci somigliava specialmente per quella religione dell'ozio, che obbligava il povero Pasquale Briciola a lavorar come un negro. Il direttore aveva delle giornate epiche, per l'ozio; sdraiato sul lungo divano, fumava; fumava una sigaretta dopo l'altra, con gli occhi semi-chiusi ed esprimeva una beatitudine senza pari: fumava e sonnecchiava; chiamava gli uscieri perch L'Istrice mancava di redattori, ma abbondava di uscieri per farsi dare i cerini o per recargli il portacenere; a tutto il resto era indifferente e superiore. Fumava fin verso le sette, ora del pranzo; poi se ne andava tranquillamente. In quei giorni fatali era impossibile, nonch fargli scrivere una riga, ottenerne una risposta..... Che diavolo pensasse, io non so; a vederlo, si sarebbe detto non pensasse nulla.
Pasquale Briciola correva da lui qualche volta col telegramma in mano.
Un incidente alla Camera, direttore! Un groffo incidente! La feduta fofpefa....
To'!
Io direi di ftampare l'incidente in prima pagina.....
To'!
E poi, un bel reato di fangue.... La moglie ha fcannnato il marito e l'amante....
To'!
Che ne dice, direttore?
To'!
Come si vede, con alla testa un direttore di questo genere, L'Istrice esigeva tutta l'attivit del Briciola e un po' della nostra. Carlo Sapelli, uno studente di legge, si occupava di politica estera, specialmente orientale. Pareva avesse il Sultano al posto dell'orologio, nel taschino del panciotto; e ogni settimana preconizzava in un lungo articolo una guerra d'Oriente che aspetto ancora....
Oh perbacco! gli osserv Antonio Pagliuzzi, non potresti scrivere anche sull'Occidente?
Antonio Pagliuzzi aveva la rubrica dello sport, e in occasione delle corse al trotto, dava ai lettori consigli opportuni e redigeva la lista dei gagnants. In tre anni non ne indovin una. I suoi cavalli si fermavano sempre a met strada o venivano squalificati alla fine della corsa....Se i lettori dell'Istrice hanno seguto i consigli del Pagliuzzi, devono essere rovinati.
Fra un telegramma e l'altro, si tirava al bersaglio con la carabina Flobert. Il direttore prendeva parte alla gara, migliorandola con qualche trovata. Una volta piant una bottiglia piena d'inchiostro nero, al posto del cartoncino: si trattava di farle saltare il collo.... Al terzo colpo, Teodoro Merini la prese in piena pancia e l'inchiostro schizz per tutta la camera; Pasquale Briciola che lavorava borbottando, si sent giungere sulla testa una pioggerella minuta di stille nere, che gli scesero per la nuca e diedero l'ultimo chiaroscuro al colletto della camicia
Col bersaglio si sarebbe continuato per degli anni, se qualcuno non si fosse accorto che la parete sembrava ormai un crivello.
Sospeso il tiro nazionale, decret il direttore. Anche perch gli azionisti....
Quando non sapeva che cosa dire, Pompeo Tuscolani parlava degli azionisti. Era un difetto professionale: gli azionisti gli servivan di trincea, contro tutti i seccatori, i chiacchieroni, i visionarii, gli inventori che venivano a esporgli i loro piani, a leggergli i loro manoscritti, a spronarlo per qualche azione pazzesca o ridicola.
Bisogna che ne parli agli azionisti.... Gli azionisti non permetterebbero mai....
Credo che degli azionisti, i quali fidavano in lui, egli personalmente non si curasse troppo; ma gli facevan buon giuoco, e la canzone doveva esser notissima al cavalier Tancredi Amoretti, che voleva ricostituire le basi dell'esercito italiano.
L'Amoretti si presentava in redazione sempre ben fornito di articoli, scritti con inchiostro scialbo e con una calligrafia minutissima; roba da cavar gli occhi ad Argo. E parlava lento, con inflessione nasale, sorridendo con un sorriso scialbo quanto il suo inchiostro. Egli aveva veramente anche la faccia scialba, quasicch sui lineamenti avessero steso una mano di cenere da sigarette....
L'esercito, come Lei sa, dev'essere ricostituito sopra pi larghe basi, e io ho stabilito il piano totale di questa bella riforma. Si tratta d'una quarantina di articoli, ch'Ella potrebbe pubblicar di seguito, in appendice, al posto di quei romanzacci....
Lei ha ragione, diceva Pompeo Tuscolani, e io sono in tutto e per tutto del suo parere.... Ma gli azionisti vogliono il romanzo in appendice. Hanno moglie e figlie, che desiderano istruirsi.... Se vuole, posso stampare i suoi articoli in quarta pagina....
Ma Le pare? E chi li leggerebbe?....
Allora, vede, cerchi d'intendersi col redattore-capo, concludeva il direttore, che perdeva presto la calma, Briciola.... Se la intenda con Briciola.... Briciola, guardi qui il signore, che vuol pubblicare quaranta articoli di seguito....
E l'Amoretti riprendeva il discorso con Pasquale Briciola esterrefatto; e lo riprendeva sereno, tenace, inflessibile, come un monomane; e compariva almeno una volta alla settimana, coi quaranta articoli in tasca, non disperando di vincer la battaglia e di appiopparli tutti e quaranta, un dopo l'altro, al povero giornale....
Il direttore aveva dato ordine perentorio di non lasciar l'Amoretti varcar la soglia del suo studio; epper toccava a noi tenerlo a bada. Teodoro Merini aveva proposto di sparargli addosso con la carabina Flobert per finirla una buona volta. Il Pagliuzza voleva lanciarlo dalla finestra. Pasquale Briciola, che amava il suo giornale come il cane ama il padrone, non poteva vedersi attorno l'Amoretti.
Dopo le barbabietole del Danioni, non mancava che la ricostituzione dell'esercito! osservava Carlo Sapelli melanconicamente.
Il povero cavaliere Amoretti Tancredi, o Tancredi Amoretti, perch nessuno arriv mai a capire qual ne fosse il nome e quale il cognome, viveva dunque come Daniele nella fossa; e quando sospese le sue visite, si credette ch'egli avesse finalmente sentito che i suoi quaranta articoli lo avevan reso intollerabile.
Non si vede pi, l'Amoretti? chiedeva il direttore.
Non si vede.
Speriamo sia morto.
Speriamo.
Gli far un bel necrologio.
Io gliene farei quaranta, purch fosse morto davvero! disse Carlo Sapelli.
E il cavaliere Tancredi fu dimenticato. Ma un giorno in cui eravamo tutti nell'ufficio del direttore, io a dondolarmi sulla poltroncina senza la rotella, Cesare Danioni a far prova d'agilit saltando quattro sedie messe in fila, il direttore a scrivere lettere, l'usciere annunci il cavaliere, e il cavaliere pass innanzi senz'altro.
Pompeo Tuscolani aveva alzato il capo e lanciava sguardi di fuoco....
Che cosa vuole, Lei? disse bruscamente. E quell'animale di Pieruccio in anticamera, che cosa fa?... Pieruccio, cane spelato, non sai che ho da lavorare? Che cosa vuole, Lei? Se la intenda con Briciola! Briciola, per Dio, dov' Briciola? Pieruccio, chiama Briciola!... Danioni, vada a vedere dove s' ficcato quel Briciola!... Lei, Sapelli, ha corretto le bozze dell'articolo?... Tu finisci di dondolarti su quella maledetta poltrona!... Briciola! Accidenti ai sordi.... Taddeo! Non c' Taddeo in anticamera? Bisogna scrivere un articolo sulle complicazioni.... su tutte le complicazioni.... Andate a chiamarmi il Merini.... Pieruccio, fa una corsa a casa di Merini....
Il cavaliere Amoretti rimaneva in mezzo alla camera, tranquillo e sereno, come si trovasse fra amici; e aspettava che il direttore avesse finito per cominciare il suo discorso. Ma Pompeo Tuscolani si alz ed usc senza nemmen guardarlo; il Danioni se n'era gi andato: il Sapelli correggeva le bozze d'un articolo sulle stragi d'Armenia; io stavo per andarmene.
Scusi, disse il cavaliere. Lei sa che io ho un piano pronto per ricostituire l'esercito su pi larghe basi; e avr notato che da qualche tempo io mi asteneva dall'importunare....
S, la sua astensione fu molto gradita, anzi, risposi.
Ecco. Io stava studiando la maniera di render pi facile la pubblicazione di quegli articoli....
Quaranta! gridai nauseato.
No. A furia di studiare, li ho ridotti a venti. Sono pi lunghi,  vero, ma sono venti....
E che cosa vuol che Le faccia, io? Bisogna che se la intenda con Briciola....
Il signor Briciola mi dichiar pi volte ch'egli non pu far nulla senza il permesso del direttore....
E allora se la intenda col....
Ma il signor direttore mi disse ch'egli non pu nulla senza l'approvazione degli azionisti. Io sono venuto appunto oggi per aver l'indirizzo degli azionisti, perch non dispero di persuaderli ad uno ad uno.
Badi che sono sessanta!
Io sono come un apostolo, rispose il cavaliere col pi scipito dei sorrisi.
Me n'ero accorto! Se vuole gli indirizzi, parli con Briciola....
Bisogn fornirgli i sessanta indirizzi, ed egli serenamente si dispose a far quelle sessanta visite per appiopparci i suoi venti articoli, pi lunghi che i quaranta della prima edizione. Ma non lo rivedemmo pi: in casa di qualche azionista perdette la fede nella sua riforma dell'esercito, e invece di pubblicare gli articoli, stette in agguato a un tavolino del caff principale e and raccontando a conoscenti e a sconosciuti le vicissitudini di quel suo vasto disegno.
Per la gioia d'esser riusciti a toglierlo di mezzo, io e il Danioni un giorno pennellammo di gomma cos tenace la poltrona di Pasquale Briciola, che quando questi fu seduto, non riusc pi ad alzarsi. Dopo sforzi erculei, tirandolo per le mani e pei piedi, si arriv a staccare il redattore-capo dalla sua base, ma il fondo dei calzoni era irrimediabilmente perduto.
Del resto, il povero cavaliere Tancredi Amoretti non era il pi strano fra i numerosi importuni che venivano a dar consigli non chiesti. I pi strani furono certo due professori d'Universit, i quali si presentarono una volta al direttore per lagnarsi della deficienza dei cadaveri nell'anfiteatro anatomico.
Le assicuro diceva il titolare della cattedra che non si possono far studii.... C' una carestia di morti, una carestia incredibile....
Meglio, meglio, rispondeva Pompeo Tuscolani. Si vede che il clima della citt  buono: quando c' la salute, non  vero?... Io far un articolo....
Bravo, esclam il professore, di questo appunto siam venuti a pregarla. Scriva un articoletto nel suo reputato giornale per rilevare quella deficienza e per suggerire i rimedi....
Scusi: credo di non aver capito bene, disse il direttore. Quali rimedi? Quale deficienza! Io scherzava, poco fa....
Vede, insinu l'assistente, che era rimasto zitto fino allora. Le famiglie povere di qui hanno un'avversione inesplicabile a permettere che si sezionino i cadaveri dei loro cari all'ospedale....
Da ci la deficienza di materiale, osserv il professore.
Da ci la deficienza, continu l'assistente. Ora, Lei che  uomo moderno, potrebbe rendersi benemerito della scienza, spiegando nel suo giornale quanto sia utile, bello e naturale che le famiglie concedano i cadaveri per le sezioni....
Lei vorrebbe?... grid il direttore sbalordito. Lei vorrebbe che io aprissi una campagna per trovar cadaveri da sezionare?...
Precisamente! dissero, ad una voce e con un medesimo sorriso, assistente e professore.
Ma sarei rovinato! Rovinato io, rovinato il giornale, rovinati tutti! Ma che idea hanno loro del giornalismo? Si pu udir peggio? Un giornalista che domanda cadaveri?... Ah no, ah no, questa  troppo buffa!... Mi perdonino, ma mi  impossibile non ridere!...
Si udirono delle voci allegre in anticamera, l'uscio fu aperto con un calcio, e precipitarono nella camera Cesare Danioni, Teodoro Merini, Antonio Pagliuzzi, Carlo Sapelli, col bastoncino sotto il braccio, il cappello in testa, la sigaretta in bocca o tra le dita. Vedendo i due professori, rimasero un po' impacciati e si tolsero il cappello....
Ma riuscita vana ogni insistenza presso il direttore, i due medici si congedavano gi, senza forse aver compreso il perch del rifiuto alla loro proposta.
Stiamo attenti, ragazzi! disse Pompeo Tuscolani, rivolgendosi ai nuovi venuti. Oggi  una cattiva giornata e aspetto gente. Quando vi dir d'andarvene, ve ne andrete tutti, come un uomo solo....
Non si potrebbe passare in un'altra camera? domand Cesare Danioni.
E cos farete un baccano d'inferno?... No, aspetto gli azionisti!...
Madonna mia, aspetta gli azionisti! grid il Sapelli. Io direi: andiamocene!
E io rimango, invece, annunzi il Danioni. Vorrei fare un giro.
Non si potrebbe, direttore? chiese Teodoro Merini.
Chi ha le carte? aggiunse il Pagliuzzi.
Io, che per alcuni giorni ero stato lontano dalla redazione del L'Istrice, non riuscivo a comprendere di che si trattasse; ma vidi il direttore chinarsi e aprire uno dei cassetti laterali dello scrittoio, donde tolse un mazzo di carte.
Nuova istituzione! grid il Sapelli battendo le mani e guardandomi con espressione di trionfo.
Prendete, disse il direttore, consegnando le carte a uno della comitiva. Ma non fate rumore!
Briciola, dov' Briciola? Deve venire anche Briciola! esclam il Merini.
Lasciatelo lavorare! Credo non ci sia neppure! preg il direttore.
Ma proprio in quell'istante, Briciola comparve, accolto dalle risate e dai battimani dei giovani.
Eccolo qui!
Possibile che manchi il nostro Briciola?
Di', Briciola, vuoi tener banco?
Diamo il banco a Briciola!
Viva Briciola! Viva il re del rame!
Volete star tranquilli, accidenti a voi! grid Pompeo Tuscolani. O vi mando fuori a scapaccioni?
Si fece silenzio come per incanto. Cesare Danioni contava le carte sullo scrittoio; erano nuove.
Io ho finito tutto, direttore, dichiar Pasquale Briciola.
Vorrebbe dire, rispose Pompeo Tuscolani sorridendo, che Lei non ha niente da fare, e giocherebbe volentieri?
Fe mi permette.... disse Pasquale Briciola con un sorriso languido.
Suvvia, andatevene! E mi raccomando: non un grido, non un rumore! concluse Pompeo Tuscolani.
Poi si volse a me:
Giuochi tu?
A che cosa?
Un macao di modeste proporzioni. Tanto per tenerli tranquilli....
L'accento bonario e paterno del direttore mi fece persuaso che potevo arrischiarmi; abbandonai la poltroncina fedele e seguii i giuocatori che uscivano.
Traversammo la camera della redazione ed entrammo silenziosi in uno stambugio ove, lungo le pareti, erano ammassati i mucchi dei giornali di cambio; nel mezzo, una tavola annerita dalle macchie d'inchiostro; intorno parecchie sedie. Ci si vedeva male, poich la cameruccia non aveva che una piccola finestra, verso il cortile senza luce; e Briciola accese due becchi a gas, dal chiarore incerto e tentennante.
Ci eravamo disposti intorno alla tavola, avevamo levati dalle tasche i portafogli e i denari; Briciola s'era messo innanzi una colonna di monete di rame, alle quali doveva il suo soprannome, cos come i miliardari americani devono il soprannome di re dell'acciaio, delle ferrovie, del petrolio, all'industria che li ha arricchiti. Teneva banco Cesare Danioni, roseo, tondo e alto; dava le carte, senza parlare, a un gesto dei puntatori; di tanto in tanto bestemmiava sotto voce e pagava.
Noi, senza parole, puntavamo, ridendo alle smorfie di Briciola, chiedendo carte con cenni. Il giuoco era ben modesto, ma rapidissimo. Cesare Danioni lasci il banco al Pagliuzzi, che ostentava una calma olimpica, bench perdesse a sua volta.
Il Sapelli chiese banco a un tratto, e lo port via al Pagliuzzi. Il Sapelli vinceva: noi sbuffavamo senza dir parola.
Di repente s'udirono dei passi, i passi di parecchi uomini, nella sala di redazione; poi dalla camera del direttore giunse il bruso di voci alte.
Gli azionifti! grid Pasquale Briciola.
E senz'altro si lev e corse a spegnere il gas.
Che fai? disse Cesare Danioni. Non ci si vede!
Zitti, zitti, zitti! raccomand Briciola.
Ma si pu star zitti anche coi lumi accesi! protest il Sapelli.
La luce fi vede beniffimo di fuori, disse Briciola.
E che fa, la luce? Fa fracasso la luce? domand il Merini.
Su, continuiamo! incalz il Sapelli. Si andava cos bene?...
Gi, fi andava bene, borbott Briciola, mentre riaccendeva il gas. Io perdo una lira e venticinque!...
Allora scoppi una risata, poi tutti fecero silenzio; indi a poco s'ud un passo in redazione e l'uscio traball per una forte pedata.
 il direttore spieg Briciola che ordina di tacere!...
Il tuo direttore parla coi piedi! osserv il Pagliuzzi.
Si riprese il giuoco affannosamente, fissi tutti sui denari e sulle carte; i banchieri avevan la disdetta, quel giorno; anche Sapelli pass banco, che fu tenuto con breve fortuna dal Merini.
Fa presto, gli disse il Danioni. Per dare una carta, occorre un secolo?...
Non parlate, vi dico! susurr Pasquale Briciola. Gli azionifti! Gli azionifti! Non udite? ,
S'udivano infatti nuovamente i passi nella sala di redazione, e risonava la voce del direttore, limpida, alta, forse alta per farci comprendere che si doveva tacere assolutamente. Poi l'uscio dello stambugio si aperse, e il direttore entr.
Banco! disse, avvicinandosi a Teodoro Merini.
Questi rimase intontito.
Come, banco?... Se comincio ora?
Chiedo banco, insistette il direttore. Non  permesso?
Dagli banco, banco, banco! gridammo tutti, felici di toglier di mezzo un banchiere fortunato e di fare schiamazzo.
Banco, banco, banco! url Pasquale Briciola, battendo le mani e dimenandosi sulla sedia....
No, no, tenga pure il banco, conchiuse Pompeo Tuscolani. Io punto....
Pasquale Briciola fece una smorfia.
Fperavo di rimettermi, borbott. Perdo una lira e trentacinque....
Nella cameretta si fumava; il gas, la cui fiamma traballava sulle teste, spandeva un calore intollerabile nel piccolo spazio, e il fumo dei sigari e delle sigarette avvelenava il respiro.
Ma tutti i giorni si passavan tre o quattro ore nello stambugio, tacendo e giuocando accanitamente. Il Danioni aveva condotto un giovane, Claudio del Poggio, che si arrischiava fino a perdere tre o quattrocento lire per seduta; e poich perdeva sempre, con tranquillit e con molta cortesia, noi lo tenevamo in gran conto, gli usavamo dei riguardi, ed io gli cedetti la mia poltroncina senza rotella. Il del Poggio era anche azionista del giornale, e uno appunto di quei proprietari che l'articolo sulle barbabietole aveva indignato; ma apprezzava la nostra idea di giuocar nel retrobottega come egli definiva la cameretta; e ogni giorno, verso le tre, appariva, dava una stretta di mano al direttore e si rintanava con noi nello stambugio.
Pasquale Briciola sbrigava in fretta e furia quel che doveva fare, per trovarsi pronto alle tre; e arrivava qualche volta, inquieto per un ritardo di mezz'ora, con le tasche della giacca e dei calzoni colme di rame.... Se il direttore lo chiamava, pregava un compagno di giuocare per suo conto, adagio, con calma, con fpirito faggio.
Lascia fare! disse il Danioni, un giorno in cui l'incarico era toccato a lui. E non appena Briciola se ne and, il Danioni punt tutto il capitale di rame, circa quattro lire, in una sola volto: e perdette.
Meno male! esclam con un sorriso beato. Cos, eccomi lesto!
Ma quando ritorn Briciola, fu accolto da una risata di cattivo augurio.
Ebbene? chiese, guardando sulla tavola, ov'era prima il suo peculio.
Ebbene, che cosa? disse il Danioni.
Il mio denaro?
Che denaro?
Ma quella fomma che ti affidai per giuocarc?
E l'ho giocata....
Tutta?
Tutta,  passata al banco.
Ma io ti avevo detto d'andare adagio! grid Briciola. T'avevo raccomandato di giocar con fpirito faggio....
E che cosa  pi saggio di giuocar quattro lire in una volta?... Se avessi vinto, ora ne avresti otto! Volevi giuocare un soldo? Non ti vergogni? Non vedi che banco c'? Dove hai la dignit?
Ma era tutto il mio denaro! borbott Briciola.
Sta zitto, re del rame! Non sono obbligato a vincere, sai?
Pasquale Briciola incroci le braccia sul petto e si mise in un angolo ad osservare, in piedi. Claudio del Poggio andava perdendo, tranquillo e cortese; i puntatori, muti, non mancavano un colpo: il gas dipingeva le nostre ombre gigantesche, curve, gobbe, con nasi enormi, sulle pareti giallastre.
Tentiamo l'ultima, disse Claudio del Poggio, versando nuovo denaro nel banco. Se perdo anche questi, me ne vado.
Allora Pasquale Briciola, frug nella tasca dei calzoni, ne trasse un pugno di monete, e cominci a giuocare; poi, come Teodoro Merini si allontanava, egli ne prese la sedia, avanzando ogni volta la sua colonnina di monete.
Che cosa  questa porcheria? diceva Claudio del Poggio, rovesciando coll'indice la colonnina per contare.
Due lire, rispondeva timido Briciola.
Eccole due lire; ma mi risparmi la noia di contare ogni volta. Giuochi sempre due lire, e siamo lesti!
Gi, borbott Pasquale Briciola. Fempre due lire, come un pazzo! Non  un configlio faggio....
Quel giorno, il buon Briciola riusc a guadagnar dodici lire, con calma e prudenza. E uscendo infine dallo stambugio disse a Cesare Danioni:
Vedi, ftupido! Con quelle che mi hai perduto, avrei adeffo fedici lire!
Gi, e con quelle che spendi pel sapone in un anno, avresti sedici lire e tre centesimi, rispose il Danioni....
Il macao ci aveva tolto la voglia e il tempo di collaborare al giornale; non si vedevan pi i begli articoli del Sapelli sulla politica orientale, n la cronaca dei salotti borghesi ai quali si era dedicato, dopo la catastrofe della barbabietola, Cesare Danioni. Ma in compenso, lavorava il direttore, polemizzando per le elezioni prossime, ricevendo con eroica rassegnazione tutti i seccatori che venivano a trovarlo, assistendo alle radunanze degli azionisti, che deliberavano sulla scelta dei candidati.
Pompeo Tuscolani faceva qualche volta una rapida apparizione nello stambugio, giuocava poco o molto secondo il momento, e se ne andava poi per i suoi affari, raccomandando il silenzio e la pace. Il macao aveva sostituito il bersaglio, e pareva ormai la cosa pi semplice del mondo passar qualche ora nella cameruccia, tanto pi che con Claudio del Poggio al banco, nessuno arrischiava di perdere.
Un giorno ch'io m'era indugiato nel gabinetto del direttore, ascoltando gli ordini che questi impartiva a Pasquale Briciola, fu bussato all'uscio, ed entr, all'invito del direttore, un piccolo uomo, vestito dimessamente, col cappello in mano. Era ancor giovane, pallido e calvo.
Non so se il signor direttore mi conosce, egli balbett, guardandosi intorno.
Non ho questo bene, disse Pompeo Tuscolani, ma fatevi coraggio. Siamo buona gente.
Oh, signor direttore! So con chi tratto, perch leggo sempre il foglio che scrive Lei. Appunto per questo.... Lei  amico del vero, e pu ci che vuole....
... dove fi puote ci che fi vuole, borbott il Briciola.
Stia zitto, Lei! disse Pompeo, e aggiunse verso il piccolo uomo: E allora?...
Allora il nuovo venuto raccont con parole lunghe la sua storia breve. Le guardie erano entrate, la sera precedente, nella sua osteria, e avendo trovato alcuni giovani che giuocavano a carte, gli avevano intimato la contravvenzione, perch era scorsa la mezzanotte da pochi minuti; e gli avevan tolto la licenza....
Anche la licenza del bigliardo, capisce? seguit l'oste. E che c'entra il bigliardo con la briscola?... Io sono un uomo rovinato, se non mi ridanno presto la licenza....
Dallo stambugio arriv uno schiamazzo di voci e di parole.... L'oste s'interruppe guardandosi nuovamente in giro.
Vada a dire che la smettano! grid il direttore a Pasquale Briciola. Stiano tranquilli, o li caccio fuori!... Dunque, soggiunse, volgendosi all'uomo, voi volete ch'io vi faccia riavere la licenza?...
Dio l'ascolti, signor direttore!... Perch senza il permesso del bigliardo, almeno del bigliardo,  impossibile tirare avanti.... E ho la famiglia sulle spalle.... Lei che conosce il signor Prefetto, una sua parola in confidenza! Tanto pi che da me si giuocano giuochi innocenti.... E non chiedo che la licenza del bigliardo, altrimenti, in pochi giorni, non si vedr pi un cane all'osteria....
Avete ragione, disse il direttore. Penso io a farvi ottenere ci che vi spetta.... Dovunque si giuoca d'azzardo, in questa maledetta citt, e le guardie vanno a pigliarsela con i piccoli osti!... O non se li vedono sotto il naso, i banchi di faraone e di macao?... Metter due righe nel giornale per voi, senza far nomi, e domani riavrete la licenza....
L'omiciattolo s'inchin rispettoso: fece un inchino a me pure, e soggiunse:
Me lo avevan detto che come Lei ce ne son pochi.... Mi salva dalla rovina.... Io non so che cosa dirle.... sono proprio confuso....
E mentre parlava, andava ritraendosi, cosicch arrivato alla porta, diede un terribile urto col didietro; si rigir, aperse l'uscio, fece un inchino profondo al direttore, a me, alla scrivania, e richiuse poi dolcemente.
Ha ragione davvero, quel disgraziato, osserv il direttore. Non si molesta che chi giuoca a briscola o alla scopa dopo mezzanotte!... Proprio in faccia alla Prefettura v' il Circolo dei fiori, dove si giuoca fino all'alba e pi in l; nelle camere superiori del caff dell'Ondina si giuoca tutta la notte; al Club del Portico c' perfino una roulette, per le ore piccole e per gli amici fidati.... E i guardaboschi della morale vanno a far le improvvisate dove si giuoca al bigliardo!... Io direi che hanno torto....
Pasquale Briciola rientrava in quel punto; forse aveva approfittato del dialogo fra l'oste e il direttore per tentare un colpetto, perch sembrava allegro....
Briciola, disse il direttore, ho trovato il tema d'un bellissimo articolo: un articolo contro il giuoco d'azzardo, che fa strage in citt.... A proposito: come vanno gli affari di quei matti?...
Danioni tien banco, rispose il Briciola. E perde!
Io perdo da un mese, tutti i giorni, osserv il direttore. E non son nemmeno fortunato con le donne! Ma bisogna confessar la verit: non c' che il macao per divertire: col macao si dimenticano le polemiche e le stupidaggini quotidiane della politica! E una volta o l'altra, dovr pur vincere! Dunque, Briciola, dica, a quei giovanotti che mi aspettino. Scrivo un articolo pepato, e son da loro....
Poi si volse a me:
L'oste mi ha dato proprio una buona idea: un articolo contro il macao deve riuscir grazioso: se ne sentiva il bisogno.... Briciola!... Intanto ch'io scrivo, punti queste cinque lire contro Danioni.... Ma prudenza, eh? Adagino, una lira per volta, fin che vengo io!...
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FINE.
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PERCH MARTIN GRIBAUDO, DEL DISTRETTO DI CUNEO, NON SI FECE SOLDATO.
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Capitolo 1.
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Il maneggio, un recinto coperto a forma di rettangolo, con una loggia dal lato opposto all'entrata, non vedeva che una volta l'anno, d'inverno, tanta folla di uomini e di bestie.
Eran giunti i cavalli giovani, le rimonte; una mandra di cavalli maremmani ancora sferrati, con nastrini variopinti alle code e alle criniere e con le groppe sudice, galoppava da un angolo all'altro del recinto; il rumore del galoppo furioso si spegneva, tra la segatura e la veccia ond'era cosparso profondamente il terreno, e quella corsa disperata e silenziosa, aveva qualche cosa di fantastico.
Nel bel mezzo del maneggio, due btteri, solidi e tranquilli, vestiti con l'uniforme verde scuro, gettavan di tanto in tanto il laccio tra la mandra: il colpo era quasi infallibile; la corda scendeva sulle teste, sulle groppe dei cavalli, s'attorcigliava al collo d'un puledro, che s'impennava; tutti gli altri fuggivano all'angolo opposto soffiando di terrore, e il puledro era condotto dolcemente ma inesorabilmente verso il bttero, che gli metteva il filetto e lo consegnava ai soldati. Alcuni cavalli opponevano una resistenza ostinata: si rovesciavano all'indietro, si rotolavan tra la segatura, facevan il morto; ma quando un uomo s'avvicinava, si drizzavan fulmineamente e andavano a gettarsi tra la mandra, quasi a invocare soccorso dai compagni e a mostrar loro il laccio fatale.
Oltre i btteri, eran nel maneggio i comandanti di squadrone, i furieri, parecchi soldati; nella loggia stavano il colonnello e il capitano aiutante-maggiore. Il furiere di matricola aveva in mano una lista di nomi: ogni puledro accalappiato riceveva cos il proprio nome e il numero. Quell'anno, tutti i nomi cominciavano con la lettera F.
Farfi! annunci il furiere, vedendo che il laccio era sceso al collo d'un puledro sauro.
Al quarto squadrone! disse un capitano, che pareva annoiarsi mortalmente a quella scena.
Due soldati del quarto squadrone accorsero, mentre il gregge dei cavalli ancor liberi galoppava alle loro spalle: ma Farfi non intendeva cedere cos presto, e bofonchiando pel terrore, si rotol a terra, si rialz, s'impenn, si lasci cader di nuovo.
I due soldati guardavano; uno, un sardo, sembrava impazientirsi a ogni mossa della bestia riottosa.
State attento! osserv il capitano, vedendo che Porcu era gi per avvicinarsi a Farfi.
Non la finir pi! rispose il soldato.
E nel mentre il puledro si rialzava per una seconda o terza volta, Porcu gli and incontro decisamente, gli afferr la criniera, gli pass una mano sul muso....
L, l, buono! Oh.... oh.... bello! diceva.
Il cavallo, attonito per tanta cortesia, lasci fare, segu il richiamo della corda che lo traeva lentamente presso il gruppo degli ufficiali, e guard un istante quegli uomini, quei visi, quelle uniformi. Il soldato andava accarezzandolo, componendogli il lungo ciuffo che dal mezzo delle orecchie gli scendeva fin sugli occhi. L'animale tremava ancora, ma pareva rassicurarsi a poco a poco....
 un pcoro, signor capitano! disse il soldato non senza orgoglio.
Il capitano si volse ai colleghi e sorrise.
Sfido! mormor. Tra selvaggi se la intendono!
La mandra dei puledri si era ricoverata in un angolo, sotto la loggia: e gli uni spingevano gli altri, per uscire, per fuggire, per tornare all'aria libera della Maremma: si sarebbe detto volessero spezzar lo steccato, sfondar le pareti con la pressione di tutti i corpi..... E lanciavano occhiate fuggevoli ai btteri e agli ufficiali quasi presentendo il fischiar del laccio nello spazio.
Favorito! disse il furiere di matricola, non appena il laccio cadde e si serr al collo d'un altro puledro.
 una cavalla! osserv il capitano del quarto squadrone.
Frine, allora! corresse il furiere.
Ma il gregge s'era staccato dall'angolo e si dirigeva, a testa bassa, violentemente, contro il gruppo degli ufficiali. La nuova presa aveva aumentato lo spavento dei cavalli, che correvano all'impazzata, non sapendo ove, minacciando di travolger tutto e tutti.
Occhio, ragazzi! disse il capitano Forlivesi.
Egli era pi innanzi verso le bestie, ma non si mosse: aveva nel pugno la cravache, e quando i due puledri di testa gli furon vicini, alz il breve e formidabile bastone e lo cal con tutta la forza sul muso di quello che stava per travolgerlo. Gli altri che incalzavano, videro l'atto, si fermarono, poi ripresero il galoppo, bipartendosi intorno agli uomini e riunendosi di l dal gruppo.
Frine, dunque! seguit tranquillamente il capitano Forlivesi. Al quinto squadrone: e prendete anche questo!
Due soldati s'avvicinarono al puledro percosso, che col muso sanguinante era rimasto a guardare come ancora sbalordito. Era un animale docile e quieto, che si lasci accarezzare e condur fuori senza opporre resistenza, quasi cercando la scuderia ove riposar da tante emozioni. Il furiere gli diede il nome di Favorito.
Sapristi! mormor il tenente Altimari all'orecchio del tenente Carlotti. Prima delle sei non avremo finito: e io voleva esser libero per le cinque!
Gi: e non v' nulla di cos inutile al mondo come la nostra presenza in questo luogo! rispose Carlotti. Roba da btteri: se la sbrighino tra di loro!
Le mormorazioni furono intese dal capitano del quarto squadrone. Egli si volse, guard il tenente Altimari, e gli disse:
Lei favorisca di andare a vedere che cosa fanno coi cavalli giovani.... Dia un'occhiata agli uomini che non abbiano a commettere bravate!
Buono! pens il tenente. Sono bloccato fino alle sette, allora!
Salut e usc dietro gli ultimi puledri accalappiati, mentre il tenente Carlotti sorrideva, strizzandogli l'occhio.
Vediamo di sbrigarcela un po' pi presto! disse il colonnello, dalla loggia.
Allora tutto fu accelerato: i btteri lanciavano la corda, accalappiavano, e i soldati facevano a gara a buttarsi sopra gli animali e a trattenerli e a imprigionarli nel filetto. Poi li trascinavan fuori, di corsa, lasciandoli sbizzarrire e bofonchiare e tirar calci.... Pi d'una volta, i calci non tagliarono soltanto l'aria; un paio di soldati furon buttati a terra; ma stavano attenti a quella nuova scherma, e le groppate non giungevano mai in pieno....
Oh, oh! disse un ufficiale. Ribellione su tutta la linea!
La mandra, ormai assottigliata di numero, galoppava incessantemente; e poich eran rimasti i puledri pi svelti o pi furbi o pi caparbi, la caccia si faceva pi difficile e la resistenza era pi decisa. Gli animali s'impennavano con impeto selvaggio e, col laccio al collo, non si volevano arrendere, tentando di strapparlo di mano ai quattro o cinque uomini che s'erano aggavignati alla corda e tiravano a forza; e fumavan di sudore gli uomini da un capo e i puledri dall'altro.
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Capitolo 2.
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Che fate qui, voi? chiese bruscamente il caporale Staffa.
L'interrogato, un giovinetto di diciassette anni, magro e lungo, stava sotto l'atrio della caserma, guardando intorno come a cercar qualcuno o qualche cosa; era vestito con una giacca grigia e un paio di calzoni neri logori, troppo poco per quel rigido mese di dicembre; onde tremava dal freddo e, con un involto sotto il braccio, cercava scaldarsi le mani rosse nelle tasche dei calzoni.
Che cosa volete, ragazzo? chiese nuovamente il caporale. Cercate la stufa? Noi ci scaldiamo con l'olio di gomito.
Son venuto per fare il dragone! rispose il giovane.
Il caporale Staffa, toscano, diede in una risata.
To', bellino! esclam. O che ti gira?... Come ti chiami?
Martin Gribaudo.
E hai furia?
M'hanno detto che ci si pu arruolare....
Si pu ci che si vuole: ci si pu arruolare, impiccare, scuojare: tutto quel che ti frulla....
Martino guardava il caporale dall'elmo luccicante e ne sentiva un'immensa ammirazione; ma spingendo l'occhio nel cortile, ove passavan di tanto in tanto i soldati coi cavalli giovani, e vedendo quell'impennarsi degli animali, quel tirar calci, quella lotta tra uomini e bestie, ne provava un certo sgomento infantile.
Vedi, riprese il caporale. Sei cascato male. Il tenente di matricola  in maneggio a veder pigliare i cavalli: dovrai aspettar che sia lesto.... Hai le tue carte?
S, signore, rispose Martino, facendo l'atto di cavar qualche cosa dalla tasca.
Va bene, va bene, disse il caporale. Puoi aspettar l in corpo di guardia.
Martino segu il cenno che faceva il caporale con la mano, ed entr in una camera a destra dell'atrio; dove subito fu riconfortato da un dolce tepore e vide una grossa stufa di ghisa.
V'eran parecchi soldati col pastrano: alcuni fumavano una pipetta di terra cotta e si scaldavano intorno alla stufa, fregandosi le mani. Essi gettarono un'occhiata al giovane e non si mossero. Ma il caporale Staffa, che era entrato dopo di lui, disse ridendo:
Fategli un posto, al cappellone. Gli ha un freddo cane!
Vieni ad arruolarti? domand a Martino un soldato col viso gialliccio e i capelli rossi, mentre si scostava un poco dalla panca, per lasciarlo sedere.
Martino raccont: era di Cuneo, faceva il falegname, aveva altri otto fratelli; voleva arruolarsi, diventar caporale, sergente, ufficiale....
Generale, Re e Imperatore! concluse il caporale Staffa, tra le risate di tutti.
Martino tacque, sentendo intorno una certa ostilit.
D retta, disse il caporale bonariamente. I volontarii, a noi non piacciono; se ti toccava di fare il soldato, gli  un conto....
No, signore; ero di terza categoria! interruppe Martino.
E allora sei un ciuco! esclam il soldato Burgundi, che aveva una lunga cicatrice sul mento, ricordo d'un morso di cavallo. Se sei di terza categoria, e vieni a fare il soldato, vuol dire che hai proprio appetito....
S, signore! rispose Martino ingenuamente.
I soldati risero di nuovo.
E sai montare a cavallo? domand l'appuntato Perodi.
Martino scosse il capo; stette un istante dubbioso, poi chiese al caporale:
I cavalli del vostro reggimento son tutti come quelli che ho visto nel cortile?
Che! esclam il caporale. Quelli sono i pi buoni. Tu vedessi i cavalli che abbiamo nelle scuderie!
Ma si piegano, sai? aggiunse il soldato Burgundi. Qui si piegano uomini e cavalli. Ti piegheranno anche te, va!... Dopo otto giorni, tutti buoni.... Ah, non v' da fare il prepotente sotto questa famiglia.
Martin Gribaudo ascoltava, turbato, guardando le innumerevoli macchioline di ruggine che coprivan la ghisa della stufa; il buon tepore ond'era stato riconfortato al primo entrar nel corpo di guardia gli pareva ben piccolo conforto in paragone delle gravi notizie che gli davano i suoi commilitoni. L'idea di essere preso garbatamente pel bavero, l'idea che quei soldati si divertissero a mettere a prova la sua fede e il suo coraggio, non gli pass nemmen pel capo. Quasi a farlo apposta, l'uscio si aperse in quell'istante, e due uomini entrarono. Uno era un caporale; l'altro un soldato, in tenuta di tela, con gli zoccoli ai piedi e il pastrano azzurrastro sulle spalle.
Staffa, disse il caporale, apri la prigione e metti dentro questo!
I soldati di guardia volsero il capo.
Guarda, esclam Perodi. Ti han dato un giro?
Che hai fatto? Chi ti ha punito?
Ero di guardia-scuderia, stanotte, e il tenente Villa mi ha sorpreso mentre dormivo; poi stamane, al passamano s' trovato un cavallo ferito.... E allora, il tenente mi ha fatto fare il sacco.
Otto di rigore, disse il caporale Staffa prendendo le chiavi per accompagnare il soldato in prigione. Te la cavi con otto giorni di pane e acqua, se non sei recidivo. Andiamo!...
Il soldato salut i colleghi e usc, strascicando gli zoccoli e sorridendo.
Martin Gribaudo cap confusamente che si trattava d'una punizione; una punizione per un cavallo ferito.... E la buona volont cominci a tentennare. Il giovanetto chiese timidamente, dopo un'esitazione:
Avete la stufa, nelle camere dove dormite?
Il soldato Patracco, dal viso gialliccio e dai capelli rossi, diede in uno scoppio di risa...
E tu, a casa tua, l'avevi la stufa? domand. La nostra stufa  la sveglia, alle sei del mattino: si scende in cortile, coi piedi negli zoccoli, e si guazza nella neve, a pulire i cavalli e a farli bere.
Martino si alz dalla panca, sempre tenendo il suo involto sotto il braccio, e and a mettersi presso un finestrino, che guardava nel cortile.
Nel cortile passavano ancora i cavalli giovani, alla spicciolata, caprioleggiando e tirando calci. A tenere un sauro non bastavan due uomini: l'animale faceva balzi e volate, sollevando qualche palmo da terra i soldati che serravan ciascuno in pugno una redine del filetto; e cos volando, il cavallo e gli uomini erano andati a finir contro un muro.
Ora ti fermerai, figlio d'un rospo! grid un soldato, dando con le redini del filetto un tal colpo sul muso del puledro, che questo si piant sulle estremit, pi per il colpo che per il muro.
Martino guardava avidamente, con gli ingenui occhi infantili spalancati.
Ah no, no! egli disse, parlando con s stesso, ad alta voce.
No, che cosa? domand il caporale Staffa, tornato dall'aver posto sotto chiave il guardia-scuderia.
Dicevo, mormor Martino, confuso, dicevo che  difficile. Io non saprei tenere un cavallo.
S'impara.
Gi: ma i cavalli cos feroci io non li ho mai visti.
Il caporale Staffa lo squadr e si sent preso da tenerezza per il giovinetto.
Ascolta, disse. Bisogna che tu ragioni, bamberottolo mio. Se non hai fegato, gli  tempo sprecato, m'intendi?... Qui ci vogliono uomini!... Tu hai lasciato appena le gonne di mamma. Si fa il soldato, qui, e lo si fa davvero; qualche volta, non sempre, s'arrischia la pelle, dunque bisogna essere forti, coraggiosi, decisi. Dopo, si va a spasso con l'elmo, che ti piace tanto, ma prima di fare il dragone come tu dici, per le strade, si deve lavorare. Ne convieni? In fanteria, vedi, il cavallo non c'. Va in fanteria, e siamo lesti! O che credevi di diventar generale stando presso la stufa? N'avrai di catti se ti fanno appuntato, dopo tre anni! Dunque, siamo intesi: se hai paura, dietro-front! Gi sei troppo giovane, e non ne capisci nulla!
Mentre il caporale lo scuoteva cos, Martin Gribaudo pensava: il ricordo della mamma lo aveva proprio toccato sul vivo. La mamma era vecchia.
Si va a casa, a far Natale? disse improvvisamente.
Il caporale Staffa alz le spalle.
Si va quando si pu, disse. Io ho ventotto mesi di gavetta e non ho ancora ottenuto una licenza, per ragioni dipendenti dal servizio.
E quando si va a casa, allora? insistette Martino.
Ma come? Sei qui da mezz'ora, e pensi gi d'andare a casa?... Non c' la stoffa, l'avevo capito io!... Torna su, vai al tuo paese: e fa il falegname. Gli  il pi bel mestiere del mondo, il falegname, e non si monta a cavallo.
Martino guard ancora nel cortile. Cominciava a piovere. I soldati in tenuta di tela conducevano a mano i cavalli pi docili, e parevano sotto l'acqua cos lieti e tranquilli come se i bei raggi d'un sole estivo li scaldassero.
La mamma era vecchia, e forse ventotto, trenta, cinquanta mesi sarebbero passati senza ch'egli potesse rivederla. Era bello andare per la citt con l'elmo, la sciabola lunga al fianco, e gli speroni tintinnanti. Ma la mamma era vecchia, e voleva bene a Martino, e l'aveva tanto pregato di non partire, di non fare il cavallerizzo.
Il giovinetto si allontan dalla finestra. Presso la stufa gli uomini s'erano mutati; alcuni erano andati a far la fazione; altri eran venuti a scaldarsi in vece di quelli, e non badavano a Martino pi che a una mosca.
Egli si avvicin lentamente alla porta, l'aperse pian piano, usc nell'atrio.
Che cosa faceva quel borghese nel corpo di guardia? domand il tenente Garrotti, vedendo Martino.
Il caporale Staffa accorse
 un giovanotto che vuol arruolarsi, signor tenente! disse, salutando.
Ah, vuol fare il soldato? chiese l'ufficiale
Martino s'avvicin. Com'era ben vestito, un tenente, con quelle bande gialle ai calzoni, e i paramani gialli e il colletto giallo della giubba!
Vuoi fare il soldato? ripete il tenente.
S, signore, dichiar Martino levandosi il berretto e guardando gli stivali verniciati dell'ufficiale.
Pillole! Devi far la firma per cinque anni, lo sai?
S, signore.
E sei deciso?
Martino guardava la sciabola, lo squadrone com'egli diceva, colla dragona d'oro; e poi fiss i bottoni nichelati della giubba.
Sei deciso? ripet l'ufficiale.
S signore, dichiar Martino distratto.
Allora conducetelo su, all'ufficio di matricola, ordin il tenente al caporale Staffa.
Scusi.... mormor il giovinetto, facendo un gesto come per fermar l'ufficiale che s'avviava.
Che c'?
Perch lei ha cotesta bella sciarpa azzurra a tracolla?...
Il tenente Garrotti gli lanci un'occhiata, ma poi sorrise.
Sono di picchetto, disse, e si allontan ridendo. T'insegneranno pi tardi a non far domande!
Il contegno familiare e attonito di Martino aveva scandalizzato il caporale Staffa.
Andiamo! egli esclam bruscamente. Andiamo all'ufficio a portar le tue carte!
Martino si guardava attorno, indeciso. In quell'istante passava pel cortile un puledro grigio, con la coda prolissa infiorata di nastrini multicolori; e un soldato lo accompagnava, tenendolo a redini corte.
Ecco, pens Martino, se quel cavallo  buono, faccio il soldato; se no, non lo faccio!
Andiamo? ripet il caporale. A che cosa pensi, testone?
Il puledro grigio nitr, drizz le orecchie, e con un'elasticit prodigiosa, si drizz sulle gambe posteriori, strapp d'improvviso le redini dalle mani del soldato, e si diede a correre pazzamente pel cortile ampio.
Sentite, caporale, disse Martino. Facciamo cos: io voglio andar prima a veder la mia mamma, ancora una volta.
E dov', la tua mamma?
A Cuneo....
Accidenti! Voltato l'angolo!...
Vado a veder la mamma, dunque, seguit Martino, gettando un'occhiata furtiva al puledro, che seguitava a scorrazzare. E poi torno! Va bene?
Va benone, esclam il caporale ridendo. Se ritorni, mi faccio tagliar la testa!
S signore! concluse Martin Gribaudo.
Egli strinse amorosamente il suo piccolo involto sotto il braccio, si avvi, gett uno sguardo al corpo di guardia, e usc in istrada. Ma giunto qui, respir l'aria a pieni polmoni, e cominci a camminare lesto lesto, con gli occhi vivi e un gran batticuore, come fosse sfuggito al pi terribile dei pericoli che possan minacciar la vita d'un uomo...
IL LADRO.
Il conte Giorgio Anghiari tornava una notte, assai tardi, da un pericoloso convegno d'amore.
Egli camminava lentamente, ben riparato dalla pelliccia, gustando con delizia quella rigida e cristallina notte invernale; e non pensava, non ricordava, non sentiva forse nulla di preciso.
Aveva in animo un tumulto di gioia, che pareva soffiar qua e l il suo pensiero, agitar le sue sensazioni, facendogli assaporare insieme e l'aria frigida e il profumo della sigaretta, facendogli ricordare insieme e un pranzo di amici per l'indomani e le carezze recenti d'una donna a lungo desiderata.
Per ci, Giorgio camminava adagio. Anche arrivando a casa tardi, poteva ristorarsi con molto ore di sonno, e poi fare una trottata sul Corso, e poi il pranzo, e poi qualche visita negli intermezzi dell'Ora del Reno, e poi ancora un convegno.
Ancora, ancora e ancora! La sua anima, in quella gelida notte non concepiva nitidamente che questa promessa: ancora!
E poich Giorgio temeva impreveduto, qualche ostacolo improvviso, uno di quegli obblighi mondani che hanno la severit implacabile d'una legge e possono sventare i piani meglio elaborati, egli vibrava di gioia, pensando che nessuno intanto poteva cancellar le ore di gaudio rapite al destino in quella notte.... E il gaudio della vittoria gli sugger il ritornello d'una canzone volgare, che udiva talora risonar per le vie della citt:
E quel che  stato  stato:
Non se ne parla pi!...
Sorrise e si strinse nelle spalle; ma affondando le mani nella pelliccia, sent nella tasca destra qualche cosa di freddo, che non aveva avvertito prima: il calcio della rivoltella.
Egli era entrato in casa dell'amico assente, per sedurne la moglie; e aveva portato con s la rivoltella.
Assente! ripet Giorgio a s stesso. Alla fin fine, non si  mai sicuri con quell'uomo sospettoso. Assente; ma poteva tornare, e io allora avrei dovuto difendere lei. La rivoltella l'ho presa per difender lei, non per altro. Ci sono dei mariti che uccidono l'amante; ce ne sono altri che uccidono la moglie. Io ho portato la rivoltella pel caso ch'egli fosse di quest'ultimo avviso.
E sebbene il ragionamento non lo persuadesse, accarezz l'arme nel fondo della tasca. Poi torn a ricordar le ore passate, rabbrividendo piacevolmente all'idea del pericolo incorso e superato con tanta fortuna.
Bah! soggiunse. Non sono otto giorni, io pranzava alla sua tavola e toccavo la mia coppa con la sua: stanotte ho arrischiato di dover fargli fuoco addosso, perch se fosse sopraggiunto e avesse voluto strangolar lei, io lo avrei accoppato.... se lei mi avesse avvisato in tempo, avrei potuto preparar le cose per bene ed evitare un convegno in casa sua; ma m' toccato pigliarla a volo. Ieri alle quattro avevo la promessa e non c'era tempo da sciupare. Quando le donne vi fanno rischiar la pelle, dicono che vi dnno una prova d'amore. Ho accettato la prova d'amore, e sono andato a casa sua, col pericolo d'ammazzarle il marito....
S'interruppe: stava per fischiar di nuovo il ritornello della canzonetta, ma gli sovvenne in tempo una citazione pi nobile:
....S'avvien ch'io dica all'attimo fuggente:
arrstati, sei bello!...
Del resto, riprese, gettando la sigaretta, non ho alcun piacere d'ingannar quel povero amico.  una fatalit: io piaccio alla moglie e al marito, e non posso gi dichiarargli che mi  antipatico, o che per certe mie ragioni preferirei vedermelo intorno il men che fosse possibile. E io devo portare questa croce: non va al club se non ci vado io; non esce a cavallo se io non esco; non legge se non i giornali che gli indico io. L'ha detto Giorgio: l'ha fatto Giorgio; lo domanderemo a Giorgio; sono curioso di sapere che cosa ne pensa Giorgio; domani sei a pranzo da me, Giorgio! In verit, se non fosse geloso per atavismo e per educazione, credo che non gli dispiacerebbe di sapere che apprezzo altamente anche sua moglie....
Il sorriso gli mor sulle labbra, pensando che quell'uomo avrebbe potuto, soltanto un'ora prima, trovarlo in casa sua, nella sua camera nuziale, ai piedi della donna ch'egli credeva e vantava purissima. Per aver ragione, lo insult mentalmente:
Imbecille! Non l'ho mica pregato io di andarsene in un momento cos pericoloso. Voleva assistere al matrimonio di Lul con Geg.... Che gusto! Geg  suo cugino, e ci gli basta, per fare cinquecento chilometri, con questo freddo, e lasciar la moglie per quattro giorni e quattro notti.... Bada al tuo matrimonio, figlio mio! A Geg penseremo poi!...
E quel che  stato  stato:
Non se ne parla pi!...
Giorgio Anghiari si ferm innanzi al portone di casa, aperse, entr nell'atrio, e al lume della candela che teneva in mano, osserv che la vetrata precedente la scalea era aperta.
Sal; presso l'uscio, mentre stava per introdur la chiave nella toppa, ud un rumore sordo, proveniente da qualche camera lontana. L'uscio cedette alla mano: era aperto.
Diavolo! borbott Giorgio.
Depose il candeliere in anticamera, gir il bottone della luce elettrica e stette ad ascoltare quel rumore incomprensibile. Si lev il cappello e la pelliccia, mise in un canto il bastone, e cos, libero nei movimenti, trasse dalla pelliccia la rivoltella, e procedette.
Stefano e Battista, il cameriere e il groom, dormivano a pian terreno. Per le sue abitudini di giovane avventuroso, Giorgio non voleva domestici nel suo appartamento; il quale era formato, oltre che dall'anticamera, dallo studio, dalla sala da pranzo, dalla sala per fumare, dalla camera da letto. Questa era l'ultima, in fondo al lungo corridoio, che, partendo dall'anticamera, aveva sulla sinistra le altre tre stanze e sulla destra il camerino da bagno.
Il rumore udito da Giorgio proveniva dalla camera da letto; era un rumore isocrono, quasi indicasse un lavoro fatto con calma e con metodo.
La tranquillit, anzi, di quel lavoro misterioso pareva tanta, che Giorgio per un attimo pens si trattasse della cosa pi semplice; forse Stefano accomodava i mobili nella camera.
Ma a quell'ora? E senza alcun ordine?...
Giorgio arriv silenziosamente alla porta.
Egli era piccolo e magro; gli esercizi continui ne avevano addestrato il corpo, rendendolo formidabile per agilit e per vigore.
Spinse la porticina a due battenti, che si aperse adagio e gir sui cardini senza strepito. Fermo sul limitare, Giorgio vide la camera illuminata, fiammeggiante per le tappezzerie rosse, pei tappeti e pei mobili rossi; e innanzi allo stipo, a fianco del letto rosso, era un uomo accosciato, che, volgendo le spalle, non aveva udito avvicinarsi il nemico.
Stava, con una corta leva avvolta in un panno, cercando di sfondar lo stipo, o di farne saltare o di sollevarne la parte anteriore, che avrebbe divelta poi con qualche poderoso arnese di ferro.
In due balzi, Giorgio gli fu sopra, afferr l'uomo pel bavero della giacca, lo rovesci indietro e gli punt la canna della rivoltella a una tempia,
Fermo, James! disse imperiosamente.
Il ladro, caduto a terra per l'urto impreveduto, era bianco di paura: unto, lacero, magro, guardava con gli occhi inebetiti Giorgio, che gli teneva sempre l'arme a un dito dalla testa.
Canaglia! disse il conte.  questo il ringraziamento pel bene che t'ho fatto?...
Signor conte, misericordia! mormor il ladro.
Ma Giorgio ebbe d'un tratto un lucido presentimento.
Dammi il coltello! ordin.
James, senza esitare, si frug in una tasca dei calzoni e ne trasse un rozzo pugnale, una lama acutissima, infissa in un manico di legno.
Canaglia, ripet Giorgio, afferrando il pugnale con la sinistra, eri anche armato!
Non per uccidere, signor conte! balbett l'uomo con voce sorda. Per difendermi, non per altro!
Giorgio raccolse da terra la leva e alcuni grimaldelli, e lasciando il ladro, and a riporre quegli arnesi sopra la tavola, ch'era nel mezzo della camera.
Sta dove sei! disse a James, vedendo ch'egli faceva il gesto per riarmarsi. Se ti muovi, t'accoppo!...
Istintivamente, Giorgio sentiva che il ladro non era pi pericoloso; aveva accettato la sua disgrazia da buon figliuolo, che riconosce il diritto del pi forte, e obbediva come un automa agli ordini del suo antico padrone.
James era stato per qualche tempo il cocchiere di Giorgio, il quale aveva dovuto disfarsene a causa delle troppo frequenti ubriacature, ma non aveva smesso d'aiutarlo, sapendolo capo d'una famiglia numerosa.
Birbaccione! esclam Giorgio d'un tratto. Non sono otto giorni, ti ho dato cinque lire e un abito: oggi vieni a scassinarmi i mobili, e hai un coltello in tasca!...
Signor conte, Eccellenza, per carit, disse James con voce lamentosa, agitandosi a terra, come travagliato da qualche dolore interno, sono un vigliacco, lo comprendo, ma il signor conte ha l'abitudine di passar la notte fuori di casa....
Giorgio, che passeggiava per la camera, chiedendosi che cosa dovesse farsi di quel furfante, si ferm innanzi al ladro:
Come! esclam. Hai l'impudenza di lagnarti ch'io sia tornato a casa mia?  questa tutta la tua scusa? Vuoi che io t'inchiodi al suolo come un cane?
Il signor conte  troppo generoso per uccidere un uomo inerme, osserv James con una certa sicurezza. Io sono un disgraziato: l'idea del denaro, della felicit, di quello stipo, mi ha fatto perdere la testa. Quello stipo, abbandonato cos, senza difesa, e poi le porte che si aprono con tanta facilit....
Stai zitto? interruppe Giorgio, allungando un calcio al miserabile.
Il ladro giaceva, sempre a terra, supino, appoggiato ai gomiti; e la sua faccia livida, incorniciata di folte basette, aveva qualche riflesso sanguigno, per tutto il rosso ch'era nella camera.
Giorgio si guard la mano sinistra, pensando con disgusto che aveva dovuto metterla sul collo dell'uomo sporco.
Eccellenza, mi perdoni, riprese James sommessamente. Pensi che ho famiglia, e che non ho fatto nulla, non ho rubato niente, non ho toccato uno spillo!... Mi perdoni, abbia misericordia!...
Te l'ho impedito io, farabutto! interruppe Giorgio, ancora innanzi al ladro. Tu m'avresti svaligiato! Avevi il coltello in tasca per tagliarmi la gola....
Dio le perdoni, Eccellenza! esclam James. Come pu pensar certe cose?... Mi sarei accontentato dei denari!
E il coltello?
Per difendermi, gliel'ho detto!...
E perch rubare a me, proprio a me che t'ho beneficato?...
La sua, Eccellenza,  la sola casa di cui abbia un po' di pratica....
Giorgio fece un passo per colpir di nuovo il ladro, ma si trattenne; e del resto James continuava:
Si ruba sempre a quelli che si fidano, signor conte!...
Sta zitto! ripet Giorgio, intascando la rivoltella.
Egli trovava nelle parole incoscienti di James un senso di molesta ironia, e guardandolo fisso, senza rancore, si domandava che cosa ne avrebbe fatto.
Ud lontano, nella strada, un coro di beoni, che sembrava avvicinarsi a poco a poco; risonava chiaro lo strimpello dei mandolini e delle chitarre.
Che cosa vuol fare di me? interrog James con un singhiozzo. Mi perdoni, Eccellenza;  stato un momento di pazzia, un giramento di testa.... Lei mi manda in galera e mi rovina per sempre....
Poi, vinto dalla sua mana filosofica, osserv a mezza voce:
Del resto, se si dovessero mandare in galera tutti quelli che rubano qualche cosa!... Gli altri lo fanno bene, sono pi fortunati, ecco!
Giorgio questa volta non pot vincersi, e lasci andare un calcio nelle costole del disgraziato.
T'ho detto di tacere! esclam. Tu credi che tutti a questo mondo rubino o abbiano rubato o stiano per rubare! E rubino a chiunque, ai benefattori, ai conoscenti, agli amici!... E non  vero, hai capito, mascalzone? Non  vero!...
S, Eccellenza, non  vero!...
La strimpellata dei mandolini e delle chitarre si faceva pi forte, e ormai si distinguevano anche le voci: un coro poderoso accompagnava una voce tenorile, che cantava sopra un ritmo allegro e breve.
Giorgio indovin la canzone e si morse le labbra.
Sta fermo! ordin a James.
Pass rapidamente oltre la tavola, and all'apparecchio telefonico e suon il campanello.
James guardava: tra il punto ov'egli era disteso e la porta, fra la porta e il corridoio, fra il corridoio e l'uscio di casa, una linea retta....
Pronto? chiese Giorgio alla risposta del campanello. Favorite mettermi in comunicazione con la Questura centrale.
Una linea retta, un secondo, un balzo, un lampo.... Ormai, James non aveva pi nulla da apprendere: con un'agilit da scoiattolo fu in piedi, fu alla porta, fu al corridoio, fu all'uscio, discese a precipizio le scale....
Giorgio che lo vigilava di sottecchi, si mise a ridere, e usc a sua volta per chiudere. Mentre tornava nella camera da letto, il campanello del telefono squill.
Pronto, pronto! disse Giorgio accorrendo. Questura?
S.
Grazie, non ho bisogno.  stato un errore. Chiedo scusa!...
Va a mor d'accidente! risuon una voce nel telefono.
Giorgio diede in una risata, e allontanandosi dall'apparecchio, gett in un angolo col piede il berretto sudicio abbandonato da James.
Aveva ragione lui, anche! pens Giorgio, cominciando a spogliarsi. Se si dovessero mandare in galera tutti quelli che rubano qualche cosa!
S'interruppe, perch aveva trovato nella tasca dei calzoni una giarrettiera mauve con la fibbia di strass. La guard e sorrise.
Il coro era arrivato frattanto innanzi al palazzo. Una voce giovane e fresca strillava nella notte gelida:
La colpa ce l'hai tu.
E quel che  stato  stato:
Non se ne parla pi.
E il coro, in un impeto gagliardo, fra lo strappo delle chitarre e il tremolo dei mandolini, ripet con giocondo furore:
E quel ch' stato  stato:
Non se ne parla pi!
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FINE.
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LA BARACCA.
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Capitolo 1.
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I platani non interamente nudi, non intatti di foglie; le strade coi solchi duri e molesti impressi dalle ruote in giorni di fango; i rigagnoli pieni di sterpi, d'acqua oscura e di monotoni ritmi; tutto nella campagna autunnale era quasi torpido, velato quasi da una cortina di pigrizia. Si sarebbe detto che man mano, allontanandosi dalla citt, i dintorni avessero perduto ogni eco di vita romorosa per impallidire in un orizzonte grigio.
Su dal vapore azzurrognolo ondulante al disopra dei campi e invadente la strada, pareva sorgere la vecchia osteria in cui Giuliano Spinelli e Paolo Tiberini avevano eletto la propria dimora temporanea. Due piani a tre finestre formavan l'intero edificio, scalcinato, smattonato, con certe edere lunghe, le quali tendevano arditamente in alto, fin verso il tetto.
Gli studii di paesaggio, che avevan chiamato Giuliano e Paolo in quell'umile campagna, non accennavano a principiare, e la cortina di pigrizia si stendeva sui due artisti, in cospetto del cielo scialbo, nell'aria non calda e non fredda onde si sentivano avviluppati. Ancra lo spirito d'osservazione faticava a ridestarsi, ad afferrar la nota e l'arguzia di quella plaga accidiosa; una giornata di pioggia torrenziale aveva proposto a Paolo Tiberini, impressionista sincero, la visione del quadro; una giornata di sole pallido aveva suggerito l'idea a Giuliano Spinelli, dimezzatore di tinte e di luce. Poi, l'appello al lavoro si era disperso, tornando la volutt dell'ozio solenne.
Un piccolo giardino dietro l'osteria si avanzava da un lato fino a guardar la strada comunale da cui riceveva polvere e vento; mal coltivato, con pochi alberi, ma ricco di sedili. Paolo e Giuliano vi passavano lunghe ore a discutere vivamente, parlando delle opere altrui per crearsi uno stato d'animo volonteroso, che li spingesse a occuparsi dell'opera propria.
Vi si trovavano anche un mattino che la nipote dell'oste era passata dal di fuori sulla strada; e Giuliano levandosi dalla panchetta su cui sedeva a fianco di Paolo, aveva raggiunto il cancello, ed era corso a salutar la ragazza, dicendole:
Buon giorno, Coralla!
Ella aveva mosso il capo come per restituire il saluto, ed era scomparsa dietro l'angolo della casa.
Coralla! ripet Paolo Tiberini, mentre Giuliano tornava a sederglisi presso. Tu le cambi il nome ogni giorno.
Secondo l'impressione, disse Giuliano sorridendo. Oggi mi hanno colpito le sue labbra; ieri la chiamavo Zaffira pe' suoi occhi; iersera Cprea pei capelli.... Ma in fondo, purtroppo, ella rimane sempre Giovanna....
Paolo Tiberini diede in una risata.
I due uomini eran pallidi per un diverso pallore; diffuso, mite e piacevole quel di Giuliano, i cui capelli biondi coronavano una testa finissima di profilo, ma con una espressione cinica, pi accentuata dalle labbra rosse ed esili.
Aveva negli occhi castagni come nel corpo flessibile accumulata quasi la potenzialit di slanciarsi e di fare impeto, d'infiammarsi rapidamente e d'obliare d'un tratto. Era entusiasta e volubile, assai men giovane dei suoi vent'anni.
A differenza di lui, Paolo Tiberini aveva il pallore d'una stenuazione quarantenne. Se il volto di Giuliano diceva solo i sentimenti dell'uomo, il volto di Paolo narrava anche per quali tormentose delusioni i sentimenti eran dovuti inacidirsi, lasciando agli angoli delle labbra una piega sottile di sdegno, e negli occhi lo sguardo rapido, inquieto, animoso di chi teme un assalto. Era calvo, ma aveva la barba nera e folta; un po' floscio di guancie, un po' volgare nelle labbra piatte, non risvegliava l'attenzione quanto Giuliano, o non la risvegliava simpaticamente.
Tu, disse a un tratto Giuliano che, seduto e curvo innanzi, teneva i gomiti appoggiati alle ginocchia, parlando senza guardare in volto l'amico, quale donna preferisci? la donna intelligente o la donna sciocca?
Paolo esit un istante, accarezzandosi la barba prima di rispondere, perch non leggeva chiaro nella mente di Giuliano, le cui parole erano spesso ironiche.
Io rispose quindi a malincuore la preferisco intelligente.
Lo sapevo, e hai torto. A me piace la donna impulsiva, chiusa, ottusa. Le trovo maggior fascino e minor pericolo.
Come Giovanna? osserv Paolo, credendo che l'altro avesse a protestare.
Come Giovanna, conferm Giuliano tranquillo, mentre s'appoggiava indietro, alla spalliera del sedile. Hai capito la sua bellezza?
No; ho capito che tu la vuoi, e non l'ho pi osservata, rispose Paolo con subitaneo rispetto.
Oh, non la voglio; non si potrebbe amarla come le altre, perch  chiusa a ogni sentimento, non ha mai letto nulla, non  stata mai ammirata, n corteggiata.
 stata battuta, soltanto, interruppe Paolo con un'ombra di sorriso.
Bisogner pregare suo zio che non la batta pi, almeno fin che siamo qui noi. Io lo pagher, se vuole, purch la lasci tranquilla.
Prender il denaro da una mano, e seguir a battere la ragazza con l'altra, mormor Paolo. Ma temendo di spiacere al compagno, aggiunse tosto: In ogni modo, si pu provare....
Non la voglio; mi piace esteticamente, ecco tutto, continu lo Spinelli, ripensando all'osservazione del Tiberini. Tu non ricordi Le Repos di Puvis de Chavannes con quella figura di donna sul primo piano, mezzo discinta, il piede destro appoggiato a un masso, e sul ginocchio destro l'antibraccio? Non la rammenti? Non ti sembra che Giovanna le somigli?
Mi sembra, disse Paolo, quantunque rammentasse il quadro tutto insieme, senza i particolari.  una idea, e si potrebbe cavarne un cartone. Ma come riuscirai a farle capire la posa e a svestirla fino alla cintola?
Oh, la persuader! Ella  abbastanza ignorante da mettersi nuda, s'io le dico che le signore fanno questo, in citt.
Paolo Tiberini rise ancra una volta, scoprendo una fila serrata di denti bianchi, i quali tra la barba nerissima parevan luccicare. Giuliano Spinelli si alz, guardando una passata di nuvole grigiastre, che salivano immani a conquistare il sole; e tra gli alberi a met spiumati, il cielo diventava uniforme come un denso strato di cenere.
Quando cominciamo a lavorare? domand Paolo. O lavoriamo, o torniamo in citt; non s' mai visto una campagna pi monotona, soggiunse, egli pure con gli occhi alle nuvole grige.
Calma, rispose lo Spinelli, la mano in alto, quasi a quietare un cagnolino. Se appunto parlavamo di lavorare? Far Giovanna sopra uno sfondo scialbo come questo, l'abito cenerognolo, il volto bianco, il petto bianchissimo; una magnifica sinfonia di toni pallidi.... Tornare in citt? Che cosa vi facciamo, se non delle polemiche violente con chi non capisce nulla.?... Vi torner con un capolavoro.
Paolo Tiberini gir intorno lo sguardo malinconico, a cercar nella pianura interminabile un argomento per creare anch'egli un capolavoro. E non rispose, sfiduciato, sentendosi pesare addosso la volont di quel ragazzo ventenne, che s'era fatto di lui una specie di servo confidenziale, un seguace devoto e costretto.... Giuliano lo aiutava, quasi lo manteneva; e lo trascinava seco dovunque, per avere al fianco qualcuno con cui parlare, qualcuno della sua stessa razza intellettuale.... Paolo Tiberini s'era avvilito cos, non avendo di che vivere; e una prima volta aveva preso a prestito da Giuliano una forte somma, e una seconda, e una terza, ingrossando il debito in modo che, ormai, avrebbe dovuto lavorare dieci anni e vendere tutte le sue opere future per colmar la voragine.... Ma lo Spinelli, ricco, solo, disordinato, non gli chiedeva nulla; bastava a lui trascinarselo dietro, imporgli l'ammirazione per tutto quanto faceva o sognava di fare; onde Paolo Tiberini, l'uomo, era soggiaciuto al ragazzo, e spesso aveva dovuto fingere entusiasmi, esprimere opinioni odiate, difendere e magnificare le idee estetiche del compagno, che gli sembravano puerili. Rifuggiva dal chiedersi quel che potevan dire di lui i colleghi, consci delle sue miserie passate; de' suoi viaggi presenti e dell'agiatezza misteriosa.
Ora, guardando Giuliano pallido e imberbe, con quell'espressione crudele del labbro e quegli occhi freddi e tenaci, soffriva come d'una visione intollerabile.... Giuliano voleva lavorare, proprio l, in quella campagna fangosa.... Che importava se lui, Paolo Tiberini, s'era gi stancato del romitaggio volgare, e non poteva trovar l'estro?... Giuliano doveva lavorare.
Ma, vedi, mormor Paolo infine, prendendosi e fregandosi il naso tra l'indice e il pollice per un gesto abituale ne' suoi momenti di dubbio, forse tu creerai il tuo capolavoro; ma io mi ci perdo, in questo bugigattolo.... Il tuo capolavoro sta bene; ma, e il mio?
Oh, tu, disse Giuliano crollando le spalle, tu non ne hai bisogno....
Paolo batt le ciglia nervosamente, e si morse le labbra.... Poscia, sfuggendo al significato riposto di quella frase, obiett:
Mentre tu lavori, io potrei andarmene. Qui non riesco a far nulla...
Ah, gi, disse Giuliano, e io rimango solo? E con chi e di che parler? Con Stefano, dei cavoli che gli crescono nell'orto? Bisogna restare, ancra un poco, non molto....
Allora, vedendo che Giuliano avrebbe resistito a tutti gli argomenti, Paolo si decise ad obbedire scherzando. Concluse:
Potresti discutere con Giovanna le opere di Puvis de Chavannes, per esempio....
E ripreso dal servilismo gi antico, cit degli esempi di discussioni comiche o lubriche, nel desiderio di far ridere Giuliano Spinelli; n si tacque se non quando una risata l'ebbe rassicurato che il suo tentativo di ribellione non l'aveva offeso.
Giovanna comparve a un tratto in giardino, alta sulle siepi di robinie polverose, e si ferm a pochi passi dai due uomini, dicendo:
La colazione!
Lo Spinelli le guard il grembiale rosso di fiamma, unica nota viva sulla tavolozza smunta dei dintorni.
Siamo con voi, Corallina, rispose. Ma avete paura d'avvicinarvi? Venite qua: diteci come avete passato la notte....
Le sorrideva, non diversamente che a un bambino cui si vuol togliere l'apprensione, mentre Paolo si alzava dalla panchetta; ma Giuliano non si sarebbe cos presto avviato, indugiando a scherzar colla ragazza, se in quell'istante non fosse comparso anche Stefano:
Ohe, grid egli, venite a mangiare!
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Capitolo 2.
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L'arrivo di Paolo e Giuliano nell'osteria di Stefano Ballabio, quindici giorni addietro, era stato un grande avvenimento per costui. Egli non vedeva giungere che i carrettieri, i quali andavano dalla citt a Vimodrone, e balzavano dal carro per berne un gotto; entravano, la frusta pendente intorno al collo, vuotavano il bicchiere, si pulivan la bocca col dorso della mano, grufolando di saziet, e riprendevan subito il cammino, correndo dietro al cavallo che s'era gi dilungato sulla strada abituale.
Giovanna rassettava la casa, spillava il vino, e cuciva per s e per lo zio.
Ma Stefano Ballabio, inquieto per gli abiti eleganti dei due nuovi arrivati, aveva ripreso animo non appena saputo che si trattava di due artisti. Egli se ne intendeva: tutti pazzi, gli artisti; e i pittori, poi eran pi pazzi di tutti gli altri. Non volevano, costoro, fermarsi da lui per fare alcuni studii di paesaggio? Bel paesaggio, perdio!... E dove metterli a dormire? C'eran delle camere al secondo piano, ma quasi vuote, con un letto o poco pi; la biancheria rozza, la cucina rozza, le stoviglie rozze, tutto rozzo in casa sua, alla militare.... Che! Giuliano e Paolo ci s'eran divertiti, avevan trovato la cucina molto saporosa, e soffici i letti; non esigevano che la pulizia, e la pulizia non mancava. Del resto, eran due ottimi ragazzi, e Stefano aveva preso confidenza, sentendo ch'essi lo capivano e non v'era bisogno di stare a disagio, innanzi a loro. Poi, pagavano; e il piccolo biondo senza baffi, specialmente, aveva il portafoglio gravido e faceva il pittore per ridere.... Dopo una settimana, Stefano Ballabio ci si trovava benissimo, chiamandoli: Ohe, giovinotti, come i carrettieri che andavano a Vimodrone.
Mangiavano tutti alla medesima tavola (Giovanna li serviva, e mangiava pi tardi), nella gran camera, entrando a pian terreno, dove un terzo dello spazio era occupato da un camino monumentale, colla cappa annerita che si protendeva su due panche ai lati; vi si saliva per tre gradini lunghi, e nelle giornate umide vi si faceva un gran fuoco allegro. Paolo e Giuliano ne avevano istoriato le lacune bianche con figurine umoristiche e qualche paesaggio di fantasia, a matita.
L Giuliano, sentendo d'essere ascoltato da Giovanna, si scapricciava a illustrare il lusso della citt, il fasto di cui la fanciulla aveva un'idea lontana e docile, facile e dolce quanto un sogno. Attraverso le parole del giovane, le cose assumevano contorni inafferrabili, come avviene quando da un'altura si guarda la citt gigantesca, coi culmini degli edifici risplendenti al sole in una nebbia rosea, in una pace fittizia. Paolo Tiberini s'era avvisto subito di quelle sottili esagerazioni, che ripetute ogni giorno per ogni fatto, nascondevano a poco a poco la linea semplice della realt, facendole intorno una cornice radiosa la quale toglieva di veder chiaramente; e qualche volta aveva tentato richiamare lo Spinelli all'esposizione modesta del vero.
Ma, di ripicco, a sostenere un episodio falso, il giovane altri ne aveva inventati pi falsi, con quella feconda abilit di menzogne, che era in lui cos inquietante.... Paolo, sgominato, rimaneva attonito; e Giuliano spingeva poi l'audacia fino a chiamarlo testimonio di fatti, ch'egli non aveva mai visto, perch non eran mai avvenuti. Nauseato dell'inutile disonest, Paolo vi si assoggettava riluttando, ma se incontrava gli occhi di Giuliano che chiedevano la sua conferma, egli confermava, confermava tutto per sbrigarsela. E Giuliano incalzava, diventando sfrontato nella vanit di parere qualche gran personaggio; parlava di s, descriveva la propria vita, insisteva sopra aneddoti volgari i quali giovassero a dare l'idea ch'egli era un uomo importante, corteggiato come artista e come ricco. Aveva in quei momenti sulle labbra un sorriso tra maligno e sciocco, nello sguardo una luce instabile di crudelt, cercando ancra la testimonianza di Paolo Tiberini. Questi confermava, confermava sempre; ma non appena libero, usciva attraverso la campagna gialletta e verdognola, camminando velocemente per fiaccare un'ira spaventevole. Ah, potere sottrarsi alla vergognosa schiavit! Perch mentire? Perch farsi complice di narrazioni false, d'un losco disegno, ch'egli cominciava a comprendere?... Camminava cos per ore, allontanandosi, ruminando il pensiero di rientrare in citt e di lavorare in qualche lavoro manuale e libero. Ma l'abitudine lo ridominava a poco a poco; i suoi quarant'anni vissuti senza impaccio di occupazioni fisse gli pesavan sulle spalle, spegnevano ogni istinto di rivolta,
Stanco e debole, ritornava alla casa perduta nella campagna pallida, guardando disperatamente i bassi filari di gelsi e i fossati ove un palmo d'acqua stagnava sotto un manto verdastro.
Volevo dirvi.... cominci un giorno in cui pi l'opprimeva la complicit silenziosa con Giuliano.
Stefano Ballabio fumava disteso sopra una panca del camino, e si lev sul gomito a guardar Paolo.
Volevo chiedervi, ripet questi avvicinandolo, se credete a tutto quanto narra Giuliano. Vi pare che dica la verit?
Stefano si drizz a sedere sulla panca, dando una crollata di spalle; poi trasse la pipa di bocca e batt Paolo amichevolmente sull'omero.
Lasciate fare, disse.  giovane.
Ma non  per voi, ch'io vi domando, seguit Paolo guardandosi intorno. E Giovanna? Finir col perderci la testa; milioni, carrozze e cavalli, abiti di seta....
Lasciate fare, disse Stefano Ballabio di nuovo, con una strizzata d'occhio. Non capisce niente;  come una bestia.
 mai stata in citt?
Che!... esclam Stefano ridendo. Ma non importa; quando va a predica, non sente il prete descrivere il paradiso? E non  mai scappata di qui per andare a cercarlo....
Il paradiso  lontano.
Lasciate fare, concluse Stefano, alzandosi per servire un contadino entrato allora, che domandava dell'acquavite. Se avr delle fantasie, ci saranno questi....
E disopra al banco dei bicchieri, tese ambo i pugni rossi, chiazzati di pelo scuro alle falangi; terribili. Vers l'acquavite all'uomo, intasc il denaro, e raggiunse Paolo che si dirigeva in giardino.
Piuttosto, continu sottovoce, ditemi una cosa:  proprio ricco?... Ci sono i....? e color la frase, stropicciando pi volte il pollice sull'indice.
Molti, rispose Paolo Tiberini. Troppi; saranno la sua disgrazia.
Bella disgrazia, perdio! esclam Stefano, diventato subito allegro.
Ma Paolo Tiberini, che camminava innanzi a lui, gli si rivolse d'un tratto, piantandogli in faccia gli occhi acutissimi....
Quanti anni ha la ragazza? domand bruscamente.
Sedici, rispose l'altro fermatosi di colpo. Perch?
Cos; non si pu sapere?...
Lo avvolse tutto in uno sguardo intenso. Stefano, confuso, accomod macchinalmente in testa la berretta.
Quindi Paolo, superbo d'aver vagliato un animo colla dolorosa esperienza d'ogni tristizia, lo lasci incamminandosi al giardino.
Bravo!  diventato matto? pens Stefano mentre passava la mano sui baffi corti e duri. Medit un istante, si ribell contro la coscienza chiara della propria bassezza e aggiunse quasi ad alta voce: Che cosa crede?
Ma quanto pi si fermava sul sospetto ingiurioso espresso dagli occhi penetranti del Tiberini, tanto meglio sentiva mancargli il coraggio d'offendersene, e non potendo assolvere s stesso, condann l'altro:  uno stupido!
Si diede per la casa a cercar Giovanna. Egli la batteva spesso, violentemente, ma senza odio, per un'abitudine cieca ed inerte; e quantunque non avesse a lagnarsi della nipote, che gli serviva e si ingegnava a far tutto, Stefano Ballabio era irritato della sua bellezza inutile, la quale le dava un'aria di donna sciupata e spostata, chiamata e non eletta a miglior destino. Oscuramente egli intuiva che lavorando e obbedendo, Giovanna non gli procurava tutto il vantaggio ch'ella avrebbe potuto. Per lavorare cos era necessaria la bellezza? No; dunque la bellezza doveva avere un altro scopo. Ma in Giovanna non aveva scopo alcuno, per Giovanna era un ornamento sciocco; e i suoi magnifici occhi di cielo non sapevano se non riempirsi di stupore bruto e vuotarsi d'ogni idea di ribellione, quando lo zio la batteva senza piet.
S'incontr con lei nella prima camera a pianterreno, mentr'ella tornava dal macellaio; e vedendola rosea, fresca, inutilmente bellissima, proruppe furibondo:
Dove sei stata? Dove ti nascondi per delle ore?... Tu, tu, sei la causa di tutto!...
Ma che cosa c', Dio santo? rispose Giovanna sulla soglia, colla carne fra le mani avvolta in un grosso foglio giallo chiazzato di sangue.
Ah, che cosa c'? rispose Stefano Ballabio. Vuoi andare a Milano, eh? Me ne hanno avvertito, che vuoi andare a Milano.... To', questo  Milano!... To', questo  Milano.... To', questo  Milano!
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Capitolo 3.
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Da quasi una settimana, lo Spinelli andava faticando attorno a quella testa irriproducibile, ch'egli aveva creduto insignificante. Lavorava nella sua camera, breve e larga, tappezzata d'una carta cilestrina a fiori pi cupi ed arredata con mobili grossolani; ma dove la luce entrava tenue come egli voleva.
Si dominava da quel secondo piano la campagna fumigante di vapori, con qualche figuretta di contadino, curvo a strappar legumi o a piantar cavoli e cicorie per l'inverno; in fondo sulla linea monotona del cielo si rizzavano gli alti fusti dei pioppi, chiudendo circolarmente la visuale intorno all'osteria e al giardino.
Giovanna, instancabile nel posare, sarebbe rimasta ventiquattr'ore immobile sulla sedia a guardar fisso il punto indicatole, ch'era un ramo di castagno su cui venivano qualche volta ad appollaiarsi i piccioni selvatici. Non si sarebbe potuto desiderare un modello pi docile, pi conscio dell'importanza dell'opera. Giovanna era guardata dieci, venti, cento volte in un'ora, e le saliva alla testa il sangue, imporporando le guancie, dando agli occhi uno sfavillio di scintille. Tutte le sue sensazioni poich di sensazioni pareva esclusivamente vivere s'erano acuite, sbrogliandola da quell'intricato legame d'ignoranza e di consuetudini rozze, il quale l'aveva fin allora inceppata.
Ella si sentiva presa nella vita di quell'uomo giovane e biondo che veniva dalla citt, che con le mani bianche aveva carezzato superbe teste di principesse; che era un artista, desiderato nelle case dei ricchi e dei nobili; che non parlava come gli altri, vedeva ogni giorno le meraviglie del lusso, e non se ne stupiva; che poteva viaggiare, andar lontano, anche in America, pi oltre....
Mentre Giuliano diluiva i suoi colori nell'albume per lavorare a tmpera una serie di teste che Giovanna doveva iniziare, ella stava ad ascoltarlo.... Oh! quanta luce nei discorsi di lui!... Com'ella vedeva bene, quasi fossero stati presenti, le carrozze a due e a quattro cavalli correre pei viali, incrociarsi coi giovani cavalieri; e quelle dame decorative, le quali non parevano fatte se non per essere viste e lasciare dietro s un'onda di profumi inebbrianti.
Giuliano voleva farla parlare, ma ella esclamava solo, quasi a cadenza:
Ah, che bellezza! Dio santo, com' bello! una mano nell'altra, guardando il giovane coll'ingenuit selvaggia de' suoi occhi di cielo.
Al cominciare della seduta, Giuliano si faceva serio e nervoso; un silenzio pesante, a poco a poco quasi intollerabile per Giovanna piombava fra i due.
In breve, l'artista cadeva in preda a un turbamento febbrile, abbandonava i pennelli e veniva presso la fanciulla, afferrandole la testa, guardandola vivamente quasi per studiarne da vicino gli occhi, la bocca, le gradazioni del colorito, dove il roseo finiva e cominciava il biancore opaco.
Mormorava:
 impossibile!...  impossibile!...
Giovanna, sentiva fissi nei proprii quegli occhi che avevano visto tante cose dorate e lontane; e non chiedeva altro, muovendo il capo a destra, a sinistra, in su, in gi, come le mani del giovane la guidavano....
Che cosa voleva egli da lei?... Doveva ridere?... No?... Ecco, stava seria.... Non veniva bene il quadro? Era molto difficile?...
Perdio, taci! le grid una volta Giuliano. S,  difficile,  impossibile.... Mi arrivi sempre diversa.... Che cosa hai? Mi cambi faccia tutti i giorni....
Ah! quel vezzo di chiamarla Coralla, Zaffira, Cuprea, secondo le varie impressioni, aveva dunque un motivo riposto, non mai sospettato, in una reale instabilit di fisionomia. L'artista non poteva confessare la propria imperizia; aveva immaginato una serie di lavori a tempera, e voleva uscirne bene, cominciando dalle piccole difficolt per salire alle massime.
Giovanna non era una piccola difficolt; lo aveva tradito in tutte le sue speranze; quella contadina di sedici anni, senz'animo e senza pensiero, aveva espressioni fugaci, multiformi, cui il pennello non riusciva a fermare.
Quando ella cap d'essere la causa d'una delusione, fu spaventata. Temeva di rimanere fra i ricordi di Giuliano come un ricordo increscioso; ogni giorno, salendo alla camera di lui, col cuore in sussulto, tremante, si domandava: Dio, come sar oggi? e giungeva cos impaurita, cos accesa, che Giuliano si metteva a camminare in lungo e in largo, senza dir parola.
Infine, torn all'artista la visione della figura del Puvis de Chavannes; bisognava tentarla; si era troppo affaticato intorno a un concetto unico; per dar frescura alla mente, bisognava passare a una cosa nuova, preparare quel cartone di cui aveva parlato con Paolo.
Disse alla fanciulla:
Cambieremo. Ti far tutta, intera, dalla testa ai piedi. Vedrai: ma non cos. Devi levarti il corpetto e abbassar la camicia fino alla cintola.... Su, su, non sfuggirmi adesso in un altro modo!...
Nell'animo primitivo di Giovanna, il pudore era una virt quasi dolorosa, insita e stabile fino alla morte. Ella retrocedette alcuni passi, balbettando una difesa, mentre il giovane inebbriato dall'idea nuova che ancora non aveva sofferto l'impoverimento d'una traduzione formale, andava incalzandola, pregandola quasi a mani giunte di non tradirlo in un altro modo, di lasciargli la speranza d'una vittoria. Come vide che ogni entusiasmo si sarebbe fiaccato contro quel sentimento delicato e incrollabile, egli corse alla sua cartella, ne trasse molti studii di nudo, eseguiti da lui in altri tempi, e li sparse sulla tavola, sotto gli occhi della fanciulla.
Vedi? le diceva, questi sono disegni che ho copiato da donne vive, da ragazze vive. Sono tutte ragazze che hanno posato nude, ragazze buone, come te. Vedi come sono riuscite belle?... In citt si fa sempre cos...
Giovanna guardava, sbalordita, e tuttavia decisa a non cedere; ma vedutasela al fianco, Giuliano l'afferr, le slacci il corpo ferendosi alle mani, le abbass innanzi la camicia; e lasciandola a un tratto, le disse: Ormai, ti ho vista.!...
Allora la fanciulla si lasci vincere, sacrificando la magnificenza vergine del suo torso all'oscura necessit di giocondare l'uomo che in quell'istante era cos diverso da tutti gli altri.
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Capitolo 4.
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Paolo Tiberini aveva dato il consiglio di ritrarre il mezzo nudo a pastello, poich Giuliano affermava che la bellezza della giovane era specialmente nella rosea vitalit della carnagione, e stabilita la posa, Giuliano aveva sentito l'entusiasmo che precedeva in lui lo sdegno amaro dell'impotenza. Qualche volta ancra l'anima gli sanguinava per la visione che andava allontanandosi e perdendosi nell'ecatombe dei sogni, e nell'urto di tutta la sua incapacit, afferrava Giovanna quasi per dominarne le linee, scrutandola collo sguardo meditabondo e asessuale degli artisti, che isolano un corpo femmineo da ogni sottinteso di passione e di volutt.... Paolo Tiberini, interrogato nuovamente, aveva capito la prudenza d'essere infine sincero, e aveva giudicato di poco valore l'abbozzo della testa a tmpera. lodando il pastello cos, che quelle lodi sulla sua bocca d'adulatore avevano avuto la deliberata significazione d'un biasimo.
Ah, il capolavoro ai Giuliano Spinelli dov'era?... Meno male; egli si sarebbe deciso a partire, permettendo di lavorare a chi lo poteva. Buone, le sue teorie estetiche, se manco l'aiutavano a ritrarre fedelmente la testa o il busto d'una contadina...! Su dai precordii di Paolo Tiberini, ove l'odio del vinto giaceva insieme alla rivalit dell'artista, fioriva il maligno piacere per la sconfitta del compagno.
Ma Giuliano non parlava di partire. Voleva, anzi, prender riposo alcuni giorni e rimettersi quindi pi accanitamente alla prova. La vanit ferita lo rendeva cupo. Chiamava Giovanna ad ogni istante per confrontarla colla tmpera o col cartone; la seguiva collo sguardo incessantemente, l'animava talora coi favolosi racconti del lusso e della ricchezza. Ad ogni esperimento di simil genere, il divario fra la ragazza e la traduzione grafica si faceva pi palese.
Va! Va! Vattene!... diceva il giovane alla fanciulla spingendola fuori, per togliersi dagli occhi la vivente accusa della sua incapacit. Sciocca! pensava poi. Mi guarda come un animale biblico. Non capisce che  colpa sua,  colpa della sua faccia volgare, se non posso coglierne il significato!
Una volta, avendola rimessa alla posa di mezzo nudo, Giuliano scopr sul seno di Giovanna una macchia larga e violacea, come di un colpo dato con un ferro. E divenne furente contro Stefano, che aveva promesso di rispettare la fanciulla, aveva anzi stabilito che Giuliano pagasse le spese d'una donna in sostituzione della nipote occupata a farsi fare il ritratto.
L'artista, coi nervi tesi fino alla folla dallo sforzo mentale e dalla fatica testarda, aveva avuto l'inconcepibile paura che quella macchia larga e violacea non si collocasse a lui nel cervello, e non vi prendesse straordinarie proporzioni sviandolo ancora dalla paziente ricerca d'arte. Poi, innanzi a Stefano Ballabio che lo guardava curioso, la pipa in bocca e il berretto di panno rosso sulla testa, non aveva detto verbo.
Peggio per lei, pensava. La batterei anch'io se potessi.
Per, da quando il pittore l'aveva scelta a modello, Giovanna stessa non voleva pi essere battuta; ella implorava e gridava, e da quegli occhi di zaffiro, un giorno cos indifferenti a ogni dolore, a ogni desiderio, l'odio saettava a fasci, giungendo qualche volta a fermare il pugno gi alzato di Stefano Ballabio. Questi comprendeva che il giovane andava modificando la ragazza, colle sue chiacchiere sulle dame di citt, coi discorsi nei quali le battiture e gli insulti non avevano la loro parte adeguata. Ma taceva, gironzava per casa, fiutava l'aria, vigilava come i gatti a ciglia socchiuse; n mai i suoi sguardi avevano avuto l'acume d'intelligenza con cui studiava Giovanna subito dopo una seduta in camera dell'artista.
Ora, un giorno, Paolo Tiberini part. Aveva ricevuto per posta una circolare che l'avvisava della creazione d'un Circolo artistico, e insieme alla circolare lo statuto della nuova societ. Non era un invito a collaborare, a farsi socio?... Non era un atto di cortesia, una prova di fiducia nel suo ingegno? Fu felice; nemmeno gli pass per la testa che l'uno e l'altro documento potessero venirgli da qualche amico a semplice scopo d'annunciargli una novit. Egli aveva tanta sete d'innalzarsi nel proprio concetto, che decise inappellabilmente di prevenire l'invito della Direzione del Circolo.... Avevano bisogno di lui.... Si rec da Giuliano e gli chiese di partire; gli chiese anche danaro per alcune compere.
Vado e torno, egli disse. Hanno bisogno di me. Metteremo in piedi una societ da offuscare quelle francesi.... Vuoi che faccia la domanda anche per te? Difenderemo le nostre idee.
Erano nella camera di Giuliano, e Paolo si arrest innanzi al pastello.
L'hai modificato, non  vero? No?... Eppure  un'altra cosa.... Non l'avevo visto bene, allora.... Adesso ci siamo, mi sembra.... Continua cos: l'hai indovinato. Perbacco, e si chinava a guardare, carezzandosi la barba fitta, ma  di una forza, d'una sicurezza di tocco...!
Giuliano prest il danaro e Paolo Tiberini part.
E il ritratto di Giovanna? gli domand Stefano confidenzialmente, all'atto in cui Paolo veniva per salutarlo. Mi pare che quell'altro lass non cavi un ragno da un buco....
Magnifico, rispose Paolo, in un impeto di adulazione riconoscente. Splendido, vi dico. Lo metteremo all'Esposizione.... Oh Giuliano far parlar molto di s e di vostra nipote....
Lo spero bene, osserv Stefano Ballabio, calcandosi in testa la berretta, che qua e l era diventata rosea. Lo spero bene.... Addio, buon viaggio e tornate presto.
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Capitolo 5.
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Giuliano Spinelli non lavorava pi, nauseato dal tema eterno su cui la sua incapacit s'era per tanto tempo invano trascinata.
Ma Giovanna veniva da lui egualmente e indugiava nella sua camera egualmente lunghe ore. Stefano Ballabio teneva prigionieri l'uno e l'altra. Solo Giuliano se ne era accorto, in preda alla sbita paura, al brusco risveglio di responsabilit che di tanto in tanto, ora lo tormentavano. Egli aveva paura di Stefano Ballabio, sentiva in confuso che il bonario suo ospite era a ragguaglio di tutto. Quel piccolo uomo vestito di frustagno, ignorante come un tronco, astuto come una faina, aveva in pugno Giuliano Spinelli e pareva deciso a non lasciarselo sfuggire mai pi. Da qualche tempo Stefano faceva i discorsi meno attesi, parlando quasi sempre della nipote, lodandone l'inscienza che una volta era il soggetto continuo de' suoi scherni; e insisteva, insisteva sulla giovanissima et della ragazza, lamentando di non poter darle educazione o toglierla alla pericolosa vicinanza di genti ruvide.
Sono contento, aggiungeva con un sospiro consolato, sono contento di essermi imbattuto in un giovane serio come voi. Almeno quando sta con voi, la bambina non ascolta le bestemmie e le villanie di cotesti animali che vengono qui a bere. Non che possa impararle, ma si sa, la bambina  cos ingenua! Non potete imaginare quanto  ingenua la ragazza!
Giuliano Spinelli sarebbe schiattato dalle risa, se a poco a poco la segreta intenzione di Stefano non gli fosse apparsa in tutta la sua minaccia. Del resto, essa era ben chiara..
Il giovane ormai non poteva muover passo senza che l'altro si facesse premura d'accompagnarlo, ed era un tormento infinito avere al fianco il rozzo uomo che diceva delle cose bestiali, sempre allegro, ostentando coll'artista un'intimit umiliante.
Andate fuori?... Aspettate, sono subito con voi. Anzi, passiamo un istante da Pietro, che ci offrir un gotto di bianco secco. Dove essergli arrivato ieri e lo assaggeremo. Vi piace il vino bianco?
In tal modo, Giuliano aveva dovuto stringere amicizie mortali per la sua vanit sempre in caccia di gente nobile e ricca. All'intorno, per un giro di parecchi chilometri, tutti conoscevano lo Spinelli quanto l'oste burlone; il macellaio, il mercantucolo, il fabbro, trattavano ambedue con eguale confidenza. Il macellaio, in ispecie, un burlone come Stefano Ballabio, diceva a questi, se lo incontrava solo:
E tuo nipote? Dove hai lasciato tuo nipote?
Stefano rideva, strizzando l'occhio da buon compare che permette gli scherzi innocui. Giuliano s'era dovuto chiudere in casa, rinunziando alle passeggiate. Ah la schiavit implacabile e sorridente ch'egli aveva imposto a Paolo Tiberini, piombava ora su di lui, e lo teneva curvo, in bala d'un villano disonesto! Costui era arrivato a tal punto di sfrontata diffidenza che la sera, prima di coricarsi, passava l'ispezione a tutte le porte assicurandosi fossero ben chiuse e ritirandone le chiavi. Oh, una cosa infame, una cosa immonda! N parlava mai chiaramente, non esponeva mai il tema su cui pure meditava giorno e notte, aveva sempre il suo risolino ebete, ostentava sempre un'indulgenza paterna pel suo giovane amico. Questo irritante contegno finiva coll'esasperare l'artista, il quale avrebbe volentieri commesso un delitto per rompere la rete, in cui aveva dato di cozzo. Ma non questo solo formava l'incubo quotidiano dello Spinelli.
Aveva risvegliato la sensualit di Giovanna, per goderne, non supponendo un'anima dentro il bel corpo bianco e intatto. L'anima esisteva; s'era risvegliata coi sensi; un'anima veemente, disordinata, senza sfumature, piena di audacie. Giuliano aveva avuto la fanciulla un giorno in cui ella non si sarebbe potuta dare: ma egli era cos feroce contro quelle carni, sfuggite ormai per sempre al suo tentativo d'arte, che l'abbraccio era stato una cosa terribile, senza piet; e sbito, l'orgoglio profondo di essere non pi un modello freddo, ma l'amante, ma colei che dava gioie secrete ad un unico signore, quest'orgoglio profondo aveva sostanzialmente mutata la fanciulla, rendendola quasi pazza. Certo, ella aveva gi sognato tutto l'amore senza avvedersene mai; la realt la inebbriava di passione. Talune volte diventava magnifica: nuda in pieno giorno, offrendo il seno dalle rossastre chiazze intorno alle punte, gli sguardi simili a un rutilio di faville. Era la femmina pi assetata di baci, che Giuliano avesse mai visto nella sua breve e varia esistenza da scioperato. Non senza, inquietudini, per, egli s'era accorto che la ragazza trascurava la prudenza di cui andava pregandola incessantemente. Giovanna non si saziava d'essere coll'amante per le lunghe ore diurne; anche di notte, dal primo piano ov'era la sua camera, saliva alla camera di Giuliano ch'era al secondo; e la scala di legno scricchiolava formidabilmente nel silenzio della casa, facendo battere il cuore del giovane. Ella entrava, camminando leggera nell'oscurit, e rispondeva ai sommessi rimproveri:
Non posso rimanere laggi. Non abbiate paura; datemi un bacio solo.
Sei certa che Stefano dorma?
Dorme. Non abbiate paura. Mi permetterete di star qui?
S, poteva rimanere, era felice d'una felicit sconfinata, inesprimibile; spesso, nei momenti di maggiore abbandono, l'artista l'aveva udita balbettare infantilmente il tu, che in altra ora non osava, non avrebbe osato mai. Una notte ella medesima aveva dovuto convenire che Stefano non dormiva, ed era salita lo stesso, disperando di sentir presto lo zio russare come il solito.
Perdio, perdio, che cosa hai fatto! esclam Giuliano col terrore di vedersi comparire Stefano in camera.
Non sospetta nulla, non avverr nulla. E poi, non sono vostra? Io non devo pi obbedirgli.
Quale lusinga all'amor proprio di Giuliano, se quelle parole fossero sfuggite alla bocca di una nobile signora! Ma la conquista presente non era confessabile: onde la fanciulla, che parlava incosciente col diritto della donna sacrificata; gli portava innanzi la visione dei suoi sedici anni i quali facevano della conquista un crimine, e null'altro. Di pi, il mattino dopo quella notte d'imprudenza, lo Spinelli era corso da Stefano per eccitarlo a chiacchierare, per assicurarsi che non si fosse accorto di cosa alcuna; e solo a guardarlo in faccia, aveva sentito d'essere suo prigioniero.
Bel sole! esclamava Stefano, accennando dal giardino la campagna, ostinata negli ultimi verdi tenui. Non si direbbe autunno.... Oh, una buona passeggiata, oggi, per chi ha dormito bene, stanotte, come voi!
Giuliano aveva pensato sbito a fuggire, ma la vigilanza di cui era vittima, rendeva ci impossibile, ed impossibile era anche partire semplicemente senz'esser venuto prima a una spiegazione con Stefano Ballabio. Procrastinava di continuo l'ora difficile, chiedendosi che cosa l'altro avrebbe imposto, fin dove avrebbe spinto la sua venalit, la cupidigia di far fortuna con qualunque mezzo.
Era tornato all'amore sensuale, temendo anche l di udirsi avanzare pretensioni, o accennare la speranza d'un miglioramento. Ma Giovanna aveva dimenticato il miraggio della vita cittadina con ogni altra cosa al mondo; avrebbe voluto interminabili i giorni e le notti per rimanere eternamente ai piedi del suo padrone. Non aveva mai supposto il valore della propria bellezza, e adesso le veniva rivelata, esaltata dalla concupiscenza inesausta di Giuliano, che nella tenebra della sua morale, nella imperizia della sua arte, era tuttavia artista, non meno artista, forse, di chiunque altro sapesse esprimere tecnicamente la venust delle figure sognate....
Dunque, ma dunque era bella? Dunque, il suo volto era bello? Dunque, il suo seno era giovane, fresco, era bello? Dal suo corpo impoverito per l'abitudine delle vesti umili, saliva dunque l'attraenza della giovanezza e una volta, per Giuliano, la misteriosa seduzione della verginit?... Giuliano doveva ripetere tutto questo ogni giorno, e lo ripeteva per godere la luce che si diffondeva a fiammate sul viso della implorante.
Egli non aveva udito parlare, se non nei romanzi, del mutamento che la passione induce nelle anime e nei corpi degli innamorati; notandolo adesso chiaro in Giovanna, divenuta pi sottile di forme, pi gentile di atti, pi franca, pi intelligente, pi degna, Giuliano si stupiva del maraviglioso fenomeno creato dall'amore in una larva pleba. S'accorse che l'amore era una cosa importante, rilev che Stefano, anche senza braccare i due giovani come faceva, gi da lungo doveva aver clto i sintomi di quella cosa importante, della mutazione psicologica avvenuta in Giovanna immediatamente dopo la mutazione fisica. Se taceva, se fingeva di non capire, se chiudeva gli occhi a forza, era per un disegno occulto il quale sbigottiva l'artista. Bisognava essere ciechi o stupidi per non avvedersi che la fanciulla non era pi la dominata.
Stefano Ballabio, n stupido, n cieco, se n'era avveduto benissimo. Giovanna gli sfuggiva di tra le mani, correndo e gridando per la casa come una demente:
Hai capito, hai capito che non voglio essere battuta? Lasciami, non ho fatto nulla di male. Va via!... Oh, non battermi; oh, non battermi!
E cadeva a terra, in un fascio, non pi sotto la violenza dei colpi, ma sotto il peso della vergogna, che in quei giorni d'amore chiamava nel suo animo di donna rivelata tutto l'odio della spenta fanciulla. Avvenivano cos scene orribili, quando Stefano, il quale non aveva a lagnarsi di Giovanna e ne era anzi soddisfatto perch la sua bellezza pareva finalmente non dover essere pi inutile, s'abbandonava all'abitudine ignominiosa, in lui spontanea e antica come di bere vino ogni giorno.
La ragazza cercava rifugio da Giuliano senza dir parola, sapendo che i suoi lamenti l'avrebbero indispettito, perch egli non poteva, non osava nulla a sua difesa.
Capisci? le aveva dichiarato una volta. Io devo fingere che tutto ci non mi riguarda. Se mi oppongo a tuo zio, ne nasce una questione grave, e mi  impossibile rimanere qui. Abbi pazienza; sopporta, anch'io soffro molto.
Quindi per meglio calmarla l'aveva invitata all'amore con tutta la energia della concupiscenza giovanile, onde Giovanna usciva poi dalle scene brutali con Stefano, per correre a tuffarsi perdutamente nella libidine ingorda del suo ventenne signore.
A poco a poco, ella pure sentiva il dominio segreto che teneva lei e Giuliano stretti in una rete di ferro. Il suo amore era esiliato fra le quattro pareti di una camera e non poteva erompere sicuro che nell'oscurit della notte.
Invece, ella avrebbe voluto la luce, molta luce nel suo amore, molto spazio alla sua gioia; e da qualche giorno s'accorgeva con un fremito che la mancanza di luce, la mancanza di spazio, la paura, infine, soffocavano la gioia e l'amore nell'animo di Giuliano.
Senza dubbio egli doveva ormai desiderare non pi lei, non alcun'altra donna, ma sopra tutte le cose al mondo, la libert sua, il sacro diritto di godere la luce e lo spazio.
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Capitolo 6.
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L'aiuto gli giunse inatteso da Paolo Tiberini, volato in citt per fondare un grande sodalizio artistico, per diventare socio, presidente, per cominciare una vita di fecondo lavoro, per dar forma a una quantit di chimere gigantesche, e fatta la domanda, se l'era vista respingere da tutti i colleghi.
Spaventato dal crollo subitaneo di tante speranze, era andato chiedendo perch l'avessero escluso da una societ d'arte. Lo si considerava immeritevole? Era troppo ignoto? Si dubitava del suo avvenire? No. L'indiscrezione dei soci e le confidenze degli amici gli svelarono lentamente la verit cruda.
Non lo si era voluto; l'avevano escluso all'unanimit; ma l'arte, il metodo, la scuola, la fama, tutte queste cose fragili e variabili non avevano pesato sul giudizio; era stato escluso per ragioni morali, delicatissime. Allora, a mezze parole, durando in caccia l'intera giornata, Paolo Tiberini aveva potuto afferrare l'accusa brutta che gli si faceva. Non si sapeva di che cosa vivesse: l'avevano conosciuto povero, quasi miserabile, sudando in opere venderecce per attendere senza morir di fame a qualche rado tentativo d'arte; e a un tratto l'avevan visto ben vestito, condurre una esistenza comoda, mentre appunto non lavorava pi. Correvano pessime dicerie sul suo conto; e finalmente qualcuno gli aveva dichiarato, senza esitare, che era ormai un parassita, amico e adulatore dei ricchi, venduto a un ridicolo scarabocchiatore, avido di lodi facili e volgari.
Un mattino di festa, Giuliano Spinelli scese a cercare Stefano Ballabio. Era pallidissimo, quantunque avesse negli occhi l'espressione decisa di chi valica un passo inevitabile. Stefano gli aveva spillato una certa somma col pretesto di comprare vino e d'accomodare alcuni negozii urgenti; ci avrebbe forse agevolato il colloquio, che Giuliano reputava necessario per l'abitudine di considerarsi prigioniero.
L'oste era affaccendato a servire alcuni contadini.
Nella camera ampia dal camino monumentale, il gruppo dei rudi uomini in abiti senza pieghe stava presso la tavola a bere taciturno, gravemente, e quando Giuliano s'affacci alla soglia chiamando Stefano con un cenno, i bevitori si volsero a salutare il giovane che conoscevano, che avevano capito.
Quindi, in giardino, seduti l'un presso l'altro sulla panchetta dove tante volte Giuliano aveva divagato d'arte con Paolo, i due uomini si spiegarono.
Ho ricevuto stamane una lettera da Paolo, disse lo Spinelli con voce spenta, sono obbligato a partire, oggi stesso o domani.
Ah! fece Stefano Ballabio, guardando in viso il giovane. Volete andarvene?
Sarei felice di poter rimanere, continu Giuliano, il quale non aveva mai parlato cos prudentemente con chi gli era eguale o superiore. Ma state a udire la lettera di Paolo e vi persuaderete che la mia partenza non  voluta da me.
Cav dalla tasca un piccolo foglio rigato in rosso, scritto con mano pesante, e lesse adagio, adagio, svelando il segreto di Paolo Tiberini, l'angoscia dell'amico, la benvenuta angoscia dell'uno, che poteva essere la salvezza dell'altro. Paolo scriveva a Giuliano una lettera violentissima, raccontandogli lo scacco vergognoso subto, accusandolo d'averlo rovinato, imponendogli di raggiungerlo immediatamente in citt a difenderlo, a fare qualche cosa per lui con qualche mezzo che avrebbero insieme escogitato. Paolo stesso, non sapeva al momento che volesse; ma aveva bisogno di concertarsi coll'amico, per veder chiaro, forse per trovare nel cinismo dello Spinelli il coraggio di ridere e di rassegnarsi.
Vi pare? domand, quand'ebbe finito, il giovane, che rileggendo la narrazione di Paolo, si sentiva un po' consolato. Lo accusano di vivere alle mie spalle; bisogna salvarlo; devo dimostrare che l'accusa  falsa.....
Gli avete prestato molto denaro? Molto? interruppe Stefano Ballabio, togliendo la lettera dalle mani dello Spinelli e mettendosi a guardarla attentamente, parola per parola, senza saper leggerla. Avete un mucchio di quattrini; ma perch buttarli cos? Godeteveli voi, che diamine!
E lasciando il foglio incomprensibile steso sulle ginocchia, concluse a un tratto:
Dunque, volete andarvene domani? Andatevene pure....
Giuliano Spinelli, quasi, balz in piedi. Era possibile? Stefano Ballabio non lo accusava, non lo sfruttava, lo lasciava libero? Non s'era accorto di cosa alcuna; ed egli aveva sognato.... Che trionfo! Che bell'episodio da raccontare! In quell'istante amava moltissimo Giovanna, la quale l'aveva divertito e non doveva costargli nulla, rientrando nell'ombra da dove egli s'era compiaciuto a toglierla.
Andatevene pure, continu Stefano, che vagava con lo sguardo velato. Prima, pero, dobbiamo accomodar la baracca....
Accenn col pollice rovescio alla finestra chiusa di Giovanna, mentre lo Spinelli rispinto nel cerchio, stava in piedi, agghiacciato, livido, a contemplare in faccia il terribile momento che aveva imaginato tutto diverso. Pens rapido che se avesse dovuto sostenere una lotta con Stefano, sarebbe rimasto schiacciato da quei pugni rossi, nereggianti di pelo alle falangi, Ma Stefano Ballabio non intendeva risolvere la questione con la forza fisica, in giorno di festa, innanzi alla casa piena di amici. Corse a guardar dentro l'osteria e incaric di tutto la donna che Giuliano pagava invece di Giovanna. Lo Spinelli si chiese intanto se doveva negare o tacere; negare pareva cosa impossibile, voleva troppa energia per un uomo sfibrato da lunga, silenziosa paura, da lunghi, veementi piaceri. Solo per istinto, ritornato Stefano Ballabio, gli domand con le labbra pallide, che credevano sorridere:
Accomodare la baracca? Quale baracca? Che cosa volete dire?
Ma si ferm subito, afferrando l'occhiata di Stefano Ballabio, un'occhiata profonda di sicuro dominio, non supponibile in tale uomo....
Giuliano tacque, mentre Stefano di nuovo sulla panchetta, espose la sua idea.
Egli sapeva, aveva capito.... Oh non la prevedeva una disgrazia simile! Se avesse dato ascolto alla sua natura furiosa, certo sarebbe avvenuta una tragedia. Ma l'una era sua nipote, la figlia della sorella, l'altro era un amico, un signore democratico, alla mano, che forse aveva gi compreso la sua responsabilit. Perch il fatto era gravissimo. La fanciulla non contava ancora sedici anni. Il codice penale.... Ah, s'erano messi per una bella strada!... Ma egli aveva pensato che tutto si poteva accomodare senza scandalo, senza processi, senza tragedie.... Si poteva riparare da uomini leali.... Si poteva tacere.... Si poteva....
S, s, proruppe Giuliano, tormentato dalle divagazioni, umiliato dall'indulgenza che lo stringeva sempre meglio nella rete. Vi conviene tacere....
Lo Spinelli s'era chiesto se non fosse stato possibile accusare Giovanna; la ragazza viveva in un'osteria, era ignorante.... O anche, incolparla d'essersi offerta a lui, in un giorno di posa, seminuda.... Ma si trattenne per la tema di figurare come sedotto, mentre in quella sconfitta non gli rimaneva che la vanit d'essere stato il seduttore.
S, disse nuovamente, vi conviene tacere....
Mi conviene tacere se mi accomoda, per esempio: esclam Stefano Ballabio, alzandosi e guardando Giuliano cos da presso, che l'artista dovette retrocedere.  modo di parlare cotesto? Son parole d'un uomo che ha studiato, che sa leggere e scrivere? Dove siamo?... Potrei obbligarvi a sposarla!...
Suvvia, mormor Giuliano, lasciandosi cadere a sua volta sulla panca. Ditemi che cosa volete.
Ma l'altro non sembrava dover tanto presto ammansarsi; passeggi innanzi e indietro, tenendo le mani in tasca e biascicando parole incomprensibili, mentre lo Spinelli, che di fronte all'ora difficile sentiva a poco a poco stranamente svanir tutta la paura, lo osservava cos goffo, con quel berretto divenuto roseo pel tempo, con quel fiocco nero, che ad ogni cambiamento di direzione, girava con lui e veniva a battergli sul viso.
Infine Stefano Ballabio, fermatosi, diede spiegazioni che parevano chiarissime e non erano, confondendosi a bella posta, ripetendosi, facendo il moralista; ma Giuliano pot cogliere dal discorso smozzicato le parti principali: Stefano voleva denaro per s, e l'avvenire assicurato alla ragazza.
Allora, quando il giovane fu persuaso che tutto si riduceva ad una soddisfazione materiale, trasse un grande sospiro e incoraggiato dal buon esito del colloquio, pens subito a deludere le promesse che avrebbe dovuto fare. Divenne facondo; offerse immediatamente una anticipazione, cui l'altro, abbacinato dalla luce di tante parole, respinse per delicatezza; giur sull'anima sua che a Giovanna avrebbe provveduto con una carta scritta da notaj, da gente di legge, e Giovanna non avrebbe avuto da temer pi nulla per l'avvenire; formul, anzi, di tale obbligazione i sommi capi, i quali finirono per commuovere ed entusiasmare lo zio della ragazza.
Stefano Ballabio aveva fino a quel giorno compiuto un vero miracolo d'intelligenza nello stendere ed assicurare la sua rete; ma al momento di chiuderla, e ritrarla, l'ignoranza e la credulit della sua razza dovevano tradirlo.... Affascinato dalla schiettezza di Giuliano, sbalordito da quel fiume d'eloquenza, si accontent della promessa e ne fu sicuro; ridivent il contadino che preferisce molte grosse frasi a un fatto piccolo ma sostanziale; il contadino che non pu sostenere a lungo l'idea del domani, e curvo sulla vita dell'oggi trova che a trattar l'avvenire nebuloso occorrono soltanto nebulose parole.
Insomma,  proprio vero, egli disse, prendendo una mano del giovane e stringendola fra le sue. I negozi importanti vanno definiti cos, alla militare. Botta e risposta.
Certamente, ripet Giuliano, alla militare.
Poi, dopo una breve pausa, mentre si alzava in piedi:
Io, dunque, parto domattina.
Ah!... esclam Stefano, inquieto per un guizzo del morente sospetto. Lo credete proprio necessario?
Come no? disse lo Spinelli, aggrottando le sopracciglia, offuscato a sua volta da un'ombra di paura. Si tratta di Paolo, bisogna salvarlo a qualunque costo. Si tratta dell'onore....
Ah, dell'onore! mormor Stefano con voce grave. E poich tal parola gli suonava bene, e l'onore era per lui una cosa alta, da gente ricca, aggiunse: Possiamo fare cos...
Sarebbero partiti insieme, sarebbero tornati insieme. Stefano doveva appunto sbrigare alcune faccende e non poteva presentarglisi migliore occasione per quelle e per vedere nello stesso tempo la casa di Giuliano, i testimoni materiali della sua ricchezza.
Lo Spinelli dovette sbito acconsentire, meditando un pretesto per liberarsi della strana e pericolosa compagnia appena giunti in citt. Paolo Tiberini l'avrebbe aiutato.
Quando rientrarono nella camera dal camino monumentale i carrettieri erano intorno alla tavola; alcuni mangiavano battendo forte la lingua contro il palato; due o tre, in piedi, discutevano a voce alta, con gesti che coprivano la lacuna delle parole adatte. V'era anche Giovanna, seduta sulla panca del camino, innanzi al fuoco spento, gli occhi fissi alle ceneri.
Dalla finestra aveva visto Stefano e Giuliano parlare a lungo, animati; poi Giuliano dare la mano a Stefano e Stefano battere amicamente, ridendo, sulla spalla a Giuliano. Lo spettacolo inatteso l'aveva sgominata di terrore.
Pi tardi, proruppe. In camera dell'artista, mentr'egli le spiegava il colloquio e le annunciava la promessa fatta a Stefano, Giovanna parve una demente scatenata.
Non voleva ascoltare, si trascinava ai piedi del giovane, urlando come avesse nel petto qualche spide mostruosa, che lo facesse a brani. Tutto il suo corpo vibrava; a un certo punto, Giuliano s'era spaventato vedendo che ella non piangeva pi, ma rideva, d'un riso corto e secco, e aveva un po' di sangue alle labbra.... Allora per difendersi dalla pleba che gli aveva letto nell'animo la ferma decisione di non tornare mai, lo Spinelli chiam Stefano; e questi giunse, quando gi la nipote era stesa a terra, immobile, senza piangere, senza ridere, e tuttavia consapevole di quanto le accadeva intorno.
I due uomini la sollevarono e la portarono rigida sul letto del giovane; poi, mentre Stefano scendeva a prendere qualche cordiale, Giuliano impaurito and a guardare dalla finestra.
Sotto un cielo pallidamente azzurro con nuvole bianche simili a immensi batuffoli di seta, l'acqua era caduta a rovesci, giungendo da lontano, crepitando sui resti del fogliame secco. Era cessata. Aveva ripreso con violenza momentanea su tutta la plaga che dalla finestra dello Spinelli l'occhio poteva abbracciare.
E cessata nuovamente, dalla terra umida era cominciata a salire l'evaporazione dei secreti germi ivi richiusi, il fresco profumo della libera fecondit. Un po' di sole comparso a un tratto aveva dato alle gocce pndule dai rami il luccicho di purissime gemme; e in istrada un suonatore di ghironda s'era fermato innanzi all'osteria di Stefano Ballabio, svolgendo tenuemente un valzer dello Strauss.
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Capitolo 7.
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Giovanna s'era buttata fuori della casa, violentemente, a cercar aria, a correre, a trovare pi ampio spazio al suo dolore.... Ah, la notte, la notte, che cosa era stata per lei! Il ricordo dell'angoscia le si confondeva nello spirito col ricordo della tenebra, una tenebra fitta nella camera, una tenebra pesante che le levava il respiro.
Il mattino, partiti i due uomini, aveva chiuso la porta e s'era buttata fuori alla campagna, volgendo per i sentieri tra i prati. I prati erano umidi ancra, e Giovanna sentiva il desiderio di vivere vegetalmente come i prati e gli alberi, di dormire tra l'erba chiudendo gli occhi rossi di veglia e di fatica.... Oh, dormire in una posa tranquilla! Gli uomini sarebbero passati andando al lavoro e avrebbero rispettato il suo sonno, perch ella aveva bisogno di riposo, d'un gran riposo da ogni fatica, da ogni dolore.... In breve tempo aveva conosciuto l'amore e l'odio: l'avevano fatta vivere, mentre ella non voleva vivere come gli altri, provando quelle cose terribili. Per ci correva attraverso la sua campagna, ricercando la pace e l'ignoranza.... Avrebbe voluto essere una pianta, ritta per secoli senza temere stanchezza, con le radici forti che bevessero dal terreno i buoni succhi.... Gli alberi non amavano e non odiavano.... Com'erano felici! Anche quando il fulmine li schiantava, non soffrivano nulla e piombavano a terra, serbando orizzontale quella posa che avevano prima verticalmente; anche quando i contadini li spaccavano a colpi d'ascia, gli alberi seguitavano a vivere nelle loro parti divise.... C'erano altre belle cose nella campagna. Giovanna avrebbe voluto essere tutto ci ch'era insensibile, Ma se nulla sarebbe potuto essere di tutto ci, avrebbe voluto giacere con le cose insensibili per rubarne il segreto e levarsi nuova dal lungo abbraccio con la terra. Intanto camminava nella campagna gialletta e verdognola, senza fiato di vento, con un sole calmo, appena tepido. S'era allontanata dalla strada comunale, addentrandosi nei terreni privati, uscendone, seguendo un lungo viale di pioppi ch'ella vedeva sempre all'orizzonte, dalla camera di Giuliano. Le lagrime tornavano a sgorgare e le bruciavano gli occhi infiammati, ma ella le lasciava scendere per le guance, gustandone il sapore acre nella gola. Voleva piangere molto, poi cadere a terra e dormire; poi riprendere la corsa, n tornare mai pi alla casa dove tutti l'avevano ingannata, goduta, venduta, respinta.... Ci dovevano essere altri paesi con della gente buona. Forse camminando cos, ore e ore, sarebbe arrivata alla citt.
Il pensiero l'arrest di colpo in mezzo alla strada.... Perch non raggiungere Giuliano? Dio, Dio santo, che gioia rivederlo come fossero passati lunghi anni dal distacco! E non voleva raggiungerlo, perch? Perch non era pi l'uomo che l'aveva accarezzata, chiamandola con tanti bei nomi, innalzandola ad amica, ad amante sua, lui che aveva abbracciato delle principesse! Oh, era mutato! In citt ella avrebbe trovato Giuliano che la respingeva tra la plebe.... Dunque perch raggiungerlo?... Con tre o quattro pensieri in testa, si tortur il cervello tutto il giorno; era incapace a sognare, a far disegni complessi, e ruminava quei tre o quattro pensieri, che le si presentavano sempre colle medesime imagini. Andava senza pi sentire stanchezza, tra la febbre di quei pensieri immutabili e l'inerzia nervosa; ma non riusciva ad allontanarsi troppo dalla casa, e dopo una lunga corsa in avanti, ritornava pei sentieri di traverso; si sedeva un istante, poi si riallontanava, e d'un tratto era ripresa dal terrore dell'ignoto che la sospingeva ancra sulla strada comunale a qualche chilometro dall'osteria. Aveva caldo e sete. Mentre stava cos seduta sopra uno dei paracarri fiancheggianti la strada, vide passare un ragazzotto biondo che con una corda trascinava un grosso vitello. Il vitello era di pelo grigio maculato in nero, e trotterellava allegro, mandando di tanto in tanto un muggito. Lasciava dietro s un caldo odore di stalla e di foraggio. Dove lo conducevano? Giovanna lo guardava, cos ingenuo nella sua felicit animale, trotterellare incontro alla stalla e al foraggio ch'esso attendeva; sollevava una piccola polvere e si batteva i fianchi con la piccola coda
La giovane si alz e segu a distanza il ragazzotto che trascinava la bestia. Era penetrata da una improvvisa e crudele curiosit: voleva vedere uccidere, voleva vedere il sangue scorrere, udire i lagni tormentosi della vittima.... Giovanna camminava senza pensare, colle membra rotte dalla corsa disordinata e febbrile di pi ore. Quando arriv innanzi al gruppo di case dove la bottega del macellajo si distingueva per una testa di bue in pietra rossa collocata sopra la porta, la curiosit s'era cos acuita nella ragazza, ch'ella domand se l'uccidevano subito, il vitello.
Subito, subito, rispose l'uomo che era andato incontro al ragazzotto. Volete vedere? Non avete paura?
No. Paura di che? Voglio vedere: non ho mai visto.
Allora il macellaio cominci a scherzare; tutte le donne erano feroci, e le donne innamorate ferocissime. Bisognava stare attenti, perch le donne innamorate avevano il vizio di mordere, di graffiare come le gatte, come le tigri. Non era innamorata, lei?
Ma Giovanna non prestava attenzione alle parole dell'uomo, che affilava l'un contro l'altro due brevi e formidabili coltelli, ammiccando dell'occhio. Ella guardava quella specie di cella senza banco, sinistramente ornata da una spranga orizzontale di ferro intorno alle pareti, con gli uncini rossi per appendervi gli animali squartati.... Vi si sentiva l'odore di sangue fresco; l'aveva sentito anche il grosso vitello, che puntava a terra le quattro estremit per resistere a quelli che lo trascinavano, e aveva mutato a un tratto il muggito allegro in un mugghio doloroso e lungo. Il garzone di dietro lo spinse, l'uomo lo accolse, e prendendolo per la testa, gliela gir con tal forza che la bestia non pot mantenersi in equilibrio e cadde a terra sul fianco, pesantemente.... Era finita; ogni resistenza diveniva impossibile e l'animale girava intorno gli occhi neri, umidi e grandi a cercare misericordia.
Ci sei! disse il garzone. Ti facciam la festa.
E si volse a Giovanna, che sorrise per una istintiva solidariet col giovane il quale era della sua razza.
L'uomo mantenne a forza la bestia immobile in quella posizione, puntandole un ginocchio presso il collo e l'altro nel fianco; il garzone gli pass una corda sottile e robusta con cui le quattro estremit del vitello furono strettamente annodate.
Ecco fatto, disse il macellajo, volgendosi alla spettatrice. In un lampo, eh?
Lo lasciate cos? chiese Giovanna.
Un momento.
Non avevano alcuna fretta, e ci atterriva la ragazza. I due chiacchieravano e ridevano, andavano per la cella a preparar gli oggetti necessari; parevano voler prolungare il tempo in cui gustavano intiera l'acre volutt di poter dare la morte. E Giovanna osservava il vitello in mezzo della stanza, spossato dagli sforzi inutili di liberarsi.
Finalmente i due tornarono alla vittima, la girarono a terra, la sollevarono insieme con un grande sforzo, e il macellaio la caric sulle spalle del garzone, che sembr dover piegarsi sotto, bestemmiando. Un istante dopo, l'animale penzolava da un uncino, con la testa dondolante in basso, nel vuoto; ma il suo mugghio era divenuto furibondo, e tutto il corpo si scuoteva rabbioso in fremito longitudinale, cercando invano di raddrizzarsi. Doveva essere uno spaventevole supplizio: le due gambe posteriori sostenevano sole il peso lacerante, e la spranga di ferro tremava sotto il fremito ostinato.
Lo spettacolo che attraeva gli occhi di Giovanna fino a dilatarli in una trepidanza di compassione e di piacere malvagio, era indifferente ai due uomini. Uno d'essi prese infine il coltello breve e largo e avvicinandosi alla bestia, le afferr il capo, le sprofond la lama presso il collo, ripulendola nel pelo dell'animale. Un attimo: il vitello non parve aver sofferto, e continu a muggire, dondolandosi e fremendo, spaziando con la testa nel vuoto e raddrizzandola, qualche volta verso il corpo. Ma sbito cominci il sangue a colare, prima, in un filo tenue, poi pi largo, rosso, vivo, color porpora, dentro una catinella che stava sotto....
Oh! quel sangue, che mormorava come un ruscello, quella vita liquida che sfuggiva, con la rapidit d'un fiume senza pi argini!... Seguitava a colare, ora in una perfetta linea verticale, ora serpentino, quando la bestia torturata fremeva e s'agitava. I due uomini in un angolo aspettavano tranquilli.... A poco, a poco, il muggito della vittima aveva cambiato suono; era divenuto rantoloso, rauco, il ronfare d'un morente d'asfissia. La testa penzolava incapace d'ogni altro sforzo; e la corda era ricaduta inerte lungo il fianco; il ruscello purpureo continuava a scorrere formando una schiuma di gallozzole entro la catinella di stagno. Ancra, vi furono due o tre scosse, non pi energiche, ma simili a vibrazioni diffuse per tutto il corpo dell'animale, e la testa ebbe un moto violento, cercando aria con la bocca spalancata, l'ultima aria, in su, all'intorno.
Giovanna guardava la catinella colma di sangue, dove era cessato lo zampillo, e cadevano invece fitte, l'una dietro l'altra, larghe goccie, quasi nerastre. Il macellajo s'avvicin per vedere se l'animale aveva spento gli occhi, e la ragazza si allontan rapidamente, con quello spettacolo del sangue, che pareva esserle entrato nell'animo mescolandosi alle sue lagrime.
Il ricordo di avere abbandonata la casa tutto il giorno, le torn pauroso. Stefano Ballabio l'avrebbe saputo e l'avrebbe punita senza piet; poi altri ricordi vennero, che l'agghiacciarono, facendole sentire l'impossibilit di vivere come una volta, nell'osteria perduta, con Stefano che la batteva senza ragione.
Aveva ripreso a camminare rapidamente verso casa, raccogliendo le poche forze rimastele; nel cervello non aveva pi che quella imagine di sangue, una grande chiazza di sangue purpureo zampillante; nell'orecchio, l'eco dei rantoli furibondi, che parevano rantoli umani, e diventavano velati a poco a poco, segnando il passo della morte. Null'altro le era rimasto, di quella giornata di spasimo; e il dolore suo s'era confuso nella scena inaspettata di un'agonia tormentosa.
Quando fu a pochi metri dalla casa, nell'ombra grigia del pomeriggio autunnale, Giovanna vide innanzi alla porta, s, era ben lui, Stefano Ballatoio che gridava e bussava. Gi tornato? Egli era ubbriaco fradicio, furiosamente allegro, e bussava, e gridava e rideva....
Ah, sei qui? disse, volgendosi barcollante a Giovanna che tremava. Hai fatto festa, oggi, anche tu?... Apri, entra.!... Ora te la d io, la festa.
La ragazza gli lanci uno sguardo d'odio impotente.... Nel cervello e innanzi agli occhi non aveva che quel sangue, una chiazza di sangue purpureo, zampillante, un fiume di vita liquida dispersa....
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Capitolo 8.
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Paolo Tiberini aveva sbito capito che Giuliano Spinelli non avrebbe potuto far nulla per lui, e s'era messo ad ascoltare il racconto del giovane, il quale gli narrava la conquista di Giovanna, la prigionia sofferta, la cabala architettata per sfuggire alle pretensioni di Stefano Ballabio. Quindi, Paolo s'era adoperato con Giuliano a persuadere Stefano della seriet delle promesse fatte, e l'oste era rimasto preso ancora nel laccio, giurando d'esser certo che aveva a fare con uomini di parola, e, contento d'aver visto la casa ricca dell'artista, sbalordito dal romore della citt, aveva accondisceso a ritornarsene e ad aspettare i due uomini, laggi.
Ma Paolo Tiberini s'era messo poi a sermoneggiare Giuliano. La cosa non poteva finire cos: bisognava dar denaro a Stefano e condurre Giovanna in citt: solamente in tal modo il giovane sventava il pericolo d'un processo per corruzione, o d'una coltellata.... Infine Giovanna non gli sarebbe stata d'alcun impaccio; l'avrebbe tenuta fin che ne fosse stato sazio, e l'avrebbe poi lanciata nella vita allegra, dove tutte quelle ragazze dovevano fatalmente cadere.
A Giuliano l'idea non dispiacque.... Si liberava infatti d'ogni apprensione e si procurava la gloria di creare una donna nuova: Giovanna era bella, avrebbe fatto fortuna, e parlando di lei, i gaudenti avrebbero parlato anche di lui, che aveva scovato quella bellezza e l'aveva istruita per il piacere.
Nel pomeriggio, una carrozzella da nolo con una giumenta bianca guidata da Paolo Tiberini, trasport ancora i due nomini verso l'osteria di Stefano Ballabio.... Il giorno era grigio, un po' freddo; e Paolo e Giuliano, traballando sul veicolo, riparati fino alla cintola da una logora coperta a righe gialle e rosse, parlavano ad alta voce, beffando i soci del Circolo Artistico che aveva respinto la domanda del Tiberini.
Sciocchezze del momento, diceva Paolo, fortificato dall'indifferenza sarcastica di Giuliano. Quando sar celebre, mi faran di cappello e verranno ad implorare la mia protezione. Avevo perduto la testa, ma ora vedo che hai ragione. Non bisogna umiliarsi, non bisogna spiegare nulla. Il tempo accomoder ogni cosa, e mi faran di cappello.
Naturalmente, soggiunse lo Spinelli. Ti accusano di vivere a spalle degli altri? Ma sai quanti vorrebbero trovare il filone? Lasciali dire. L'avvenire  nostro. Intanto accomodiamo cotesto affare, prosegu, accennando innanzi a s, sulla strada lunga ed eguale. L'episodio  durato abbastanza; bisogna accomodar la baracca, come dice Stefano Ballabio.
Paolo, ridendo frustava la giumenta che trottava d'un trotto isocrono e abituale; poi i due uomini cominciarono a cantare, Giuliano spiegando la sua voce fresca di tenore, Paolo accompagnandolo in tno di basso. La strada era lunga, eguale, grigia, percorsa a larghi intervalli da qualche carro di merci.... A un certo punto si fermarono per accendere i fanali; quindi ripresero i canti e il trotto.
L'osteria comparve infine tra il cenerognolo della campagna, con le gelosie verdi e le edere tenaci che salivano fino al tetto.
Aspettami qui, disse Giuliano, balzando dalla carrozza. Io entro e faccio la parlata; poscia entrerai tu e accomoderemo la baracca in famiglia.
Non vien nessuno a incontrarci?... osserv Paolo, mentre schioccava la frusta, Quell'animale di Stefano sar ubbriaco.... Oh, zio? zio Stefano?...
Ma Giuliano Spinelli, senz'altro attendere, entr, intanto che il compagno di fuori seguitava a schioccar la frusta e a gridare: Zio Stefano?  arrivato lo sposo! Zio Stefano!
Nella prima camera, Giuliano fra la penombra vide sbito la ragazza stesa e come dormente sui gradini del camino monumentale. Aveva i capelli sciolti e teneva la testa celata fra le braccia piegate ad arco.
Dormi? egli disse, toccandola sulla spalla. Lvati su.... Vengo a prenderti.... Dov' Stefano?
Giovanna trasal con un gran sospiro, si guard intorno, riconobbe Giuliano e mand un grido acuto....
Son io, continu lo Spinelli, impaurito da quel volto bianco in cui lucevano due occhi pazzi. Che cos'hai?
E vide che il viso di Giovanna era pieno di graffi e di lividure: sulla mano destra aveva un segno lungo, rosso, come d'un colpo: ma guardando meglio, il giovane s'accorse ch'era una striscia di sangue.
Ti ha battuta? dov'? Parla, perdio!
La ragazza era immobile e tremante, quasi non capisse; poi dalle labbra enfiate uscirono a un tratto le parole, con la voce rauca di terrore.
S, mi ha battuta.... Era ubbriaco.... Mi ha gettata a terra: io aveva la testa piena di sangue, di quel sangue che avevo visto.... Voi eravate partito: io ero pazza.... Oh, ero pazza. E quel sangue, quel sangue....
Qual sangue?
Sapete, sapete anche voi.... Allora, io mi sono ribellata.... L, sulla tavola c'era un coltello, e l'ho preso. Egli mi  venuto incontro, m'ha inseguito per battermi ancora;  venuto fin nel corridoio.... Adesso  l nel corridoio, perch io.... Non so, non si muove pi.
Ma spigati.... Perch non si muove pi? L'hai ferito? L'hai ammazzato?
Ammazzato? url Giovanna spalancando gli occhi.... No, non l'ho ammazzato. Ditemi di no, non  morto, non  morto.... Dorme, credo che dorma, perch non si muove.... Ma io voglio andar via sbito.... Siete venuto a prendermi? A prendermi, a prendermi?...
Giuliano, afferrato da un subitaneo spavento, che lo faceva tremolare come per paralisi, corse fuori dal Tiberini, che gridava sempre:
Zio! Zio Stefano, fatevi vedere!... Zio Ste....
Vieni, disse lo Spinelli, con la bocca quasi serrata. Giovanna ha ammazzato Stefano.... Io non ho il coraggio d'entrare l solo.... Vieni anche tu....
Paolo si lasci cadere dalle mani la frusta e le redini, e spicc un salto dalla carrozza.
Sei matto! esclam. Credo che sei matto....
Ma Giuliano lo prese per un braccio e lo trascin dentro.... Passarono innanzi a Giovanna, che adesso piangeva dirottamente, ricaduta su gli scalini antichi e neri; entrarono nel corridoio, e sentirono sotto i piedi un liquido viscido, che li fece scivolare....
 sangue, disse Paolo, con la voce strozzata. Accendi un cerino.... Vediamo: sar ferito.
Stefano giaceva quant'era lungo presso la parete, in mezzo al sangue: il volto era livido, con gli occhi sbarrati....
Stefano! chiam Giuliano. Stefano!...  morto! aggiunse poi, rabbrividendo....
Paolo lo guard attento, cercando la ferita che non si vedeva; lo prese per la testa, la gir, e la ferita comparve, presso il collo, larga, stillante, spaventevole....
 morto! ripeterono insieme i due uomini, guardandosi colla fronte madida di sudore.
Che cosa dobbiamo fare? mormor Giuliano. Maledetto il momento che siamo tornati!
Aspetta, disse Paolo, che riacquistava la sua padronanza. Far tutto io, e far bene... Torniamo da Giovanna.
 morto?  morto? domand questa, quasi sibilando, al vedere Paolo che le si avvicinava.
Non  morto. Dorme perch  ubbriaco.... Ascoltatemi.... Siamo venuti a prendervi, accompagnateci nella vostra camera: preparerete la roba.... Noi vi chiuderemo dentro, altrimenti Stefano, se si sveglia, potrebbe battervi ancora.... Intanto, diamo da bere al cavallo, che abbiamo fuori.... Poi risaliamo da voi e partiamo....
Oh, facciamo cos! grid la ragazza, piangendo d'un pianto nuovo. Venite su, chiudetemi dentro.
E mentre saliva le scale innanzi a Paolo, seguitava:
Non  morto.... Ah, come sono felice! Era quel sangue, quel sangue che avevo visto al macello, sapete?... Ma non l'ho ferito,  vero?... E adesso partiamo? Come sono felice! Ah quel sangue....
Entrate, entrate, disse Paolo con un brivido. Preparate la vostra roba.... Io chiudo....
Tornate presto, tornate sbito? grid la voce di Giovanna di l dalla porta.... Presto, presto.... Io sar pronta....
Ma Paolo Tiberini, dopo aver chiuso l'uscio a mandata doppia, discese senza rispondere, a precipizio le scale.... Giuliano non era potuto rimaner nella camera dal camino enorme, e stava sulla porta di strada, guardandosi in giro smarrito....
Ebbene? domand a Paolo.  di sopra? L'hai rinchiusa? E adesso, adesso che cosa facciamo?.... Ma che cosa  avvenuto? Perch l'ha ucciso?  un sogno!...
Paolo sembrava irrigidito dalla necessit, e per la prima volta in vita dominava Giuliano come un fanciullo.
Adesso?... Adesso rimontiamo in carrozza, arriviamo dai carabinieri e narriamo tutto....
Vuoi?... esclam lo Spinelli, preso da un sentimento di piet paurosa. Vuoi denunciarla?...
Il Tiberini lo spinse in carrozza, riprese le redini, e frustando disperatamente riusc a far prendere il galoppo alla giumenta bianca.... Giuliano era caduto in un silenzio attonito, rabbrividendo di tanto in tanto....
Pensare, mormor Paolo, che cercava la nota comica nella tragedia, pensar che Stefano voleva accomodar la baracca.... Gliela hanno accomodata per sempre!...
S, disse Giuliano come uscendo da un incubo. Bisogna denunciarla....
E battendo sulla spalla di Paolo, concluse con un respiro di grande sollievo:
Sei un vero amico!...
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FINE.